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La ragazza-bruco piange

Dora,13 anni, è scappata di casa. Con lei, Gert. Gert che dà segni di squilibrio e ha una pistola. La stessa con cui potrebbe aver ucciso Hannes. Due squadre sono sulle loro tracce. Quella del capitano Orlandi, e quella di Viktor Martini, l’inquilino dell’ufficio s. Il tentativo di fuga di Dora, però non porta a niente  
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Due uomini spensero il Motorola per risparmiare le batterie e si sfilarono l’auricolare, uno ciascuno, da bravi fratelli, anche se fratelli non erano. Il loro era uno strano rapporto fatto di complicità, segreti e battute al vetriolo. Non erano uomini da chiedersi il perché delle proprie azioni, agivano e basta. Erano compagni di caccia da anni.
– Secondo me è lui.
– Lui chi? – fece Alto, togliendosi il cappello di lana.
– Quello che ci ha fermato. Il maresciallo.
– Magari l’ha fatto fuori.
– Chi può dirlo?
Alto tirò fuori una busta di tabacco, un paio di cartine e iniziò a rollare una sigaretta. Basso si concesse una Marlboro. Entrambi erano forti fumatori, ma se si trovavano sulle tracce di una preda si astenevano dal loro vizio preferito, perché gli animali hanno un fiuto pazzesco. Stavolta, però, non inseguivano un animale come gli altri, cercavano Gert, e la caccia all’uo…
Due uomini spensero il Motorola per risparmiare le batterie e si sfilarono l’auricolare, uno ciascuno, da bravi fratelli, anche se fratelli non erano. Il loro era uno strano rapporto fatto di complicità, segreti e battute al vetriolo. Non erano uomini da chiedersi il perché delle proprie azioni, agivano e basta. Erano compagni di caccia da anni.
– Secondo me è lui.
– Lui chi? – fece Alto, togliendosi il cappello di lana.
– Quello che ci ha fermato. Il maresciallo.
– Magari l’ha fatto fuori.
– Chi può dirlo?
Alto tirò fuori una busta di tabacco, un paio di cartine e iniziò a rollare una sigaretta. Basso si concesse una Marlboro. Entrambi erano forti fumatori, ma se si trovavano sulle tracce di una preda si astenevano dal loro vizio preferito, perché gli animali hanno un fiuto pazzesco. Stavolta, però, non inseguivano un animale come gli altri, cercavano Gert, e la caccia all’uomo, per quanto più faticosa, aveva almeno quel lato positivo. Ci si poteva concedere una sigaretta ogni tanto.
Se al momento del loro incontro il maresciallo Fanti fosse stato più sospettoso e avesse dato un’occhiata fra gli alberi poco distanti, avrebbe trovato due carabine di precisione nascoste tra le frasche, con tanto di munizioni. I due, che erano bracconieri da una vita, conoscevano un bel po’ di trucchi per far sparire armi e prede. Non erano mai stati beccati in flagrante. Erano i migliori. Lo sapevano tutte le macellerie e i ristoranti che pagavano in contanti e senza troppe domande. Cacciavano ogni tipo di preda, soprattutto cervi, daini e camosci, le cui carni valevano di più. Non praticavano l’uccellagione perché la trovavano noiosa, ma sapevano costruire trappole a occhi bendati.
– Poteva ammazzarlo, – fece Alto, dopo aver acceso la sigaretta e dato la prima boccata.
– Magari l’ha fatto, no?
– Mi stava simpatico, il tizio.
– Rischi del mestiere, – fu la risposta di Basso, che invece era già arrivato a metà della sigaretta industriale.
– Secondo te cos’ha usato?
– Ganasce. Hanno parlato di gambe ad altezza cosce.
Alto lasciò andare un fischio di ammirazione.
– Un gran figlio di buona donna, non ti pare?
– Credo solo che i carabinieri stiano facendo troppo rumore. Lo senti?
– L’elicottero?
– Non sono… – Basso sputò un bolo di catarro. – Professionali.
Per i due bracconieri la caccia era qualcosa di sacro, che seguiva regole precise.
– Quella ragazzina lo starà rallentando, no?
Basso annuì.
Quando i due bracconieri avevano individuato le tracce dei fuggitivi e le avevano seguite, si erano resi conto che a un certo punto quelle della ragazzina erano scomparse. Questo gli aveva fatto perdere del tempo. Che il pazzo l’avesse uccisa? Ci avevano pensato, ma non avevano trovato il cadavere, così, dopo una più attenta analisi delle impronte, avevano capito che l’uomo la stava trasportando. I segni degli scarponi erano più profondi. Forse Dora aveva cercato di fuggire, lui l’aveva legata e se l’era caricata in spalla; oppure la ragazzina si era fatta male, una storta magari. Poi, quando avevano sentito il rotore del 412 sul versante della montagna dirimpetto al loro e si erano sintonizzati sulle frequenze dei Freiwillige (quelle dei carabinieri erano criptate, quelle dei volontari no) avevano realizzato: Gert era un figlio di buona donna parecchio astuto.
Aveva usato gli scarponi della ragazzina per depistare i cani e predisporre la trappola a ganascia.
– Adesso però lei è scalza.
– E la pausa è finita.
Carabine in spalla, ripresero la marcia.
***

La troupe della tv aveva già informato la moglie di Fanti. Come i due bracconieri, anche i media si erano sintonizzati sulle frequenze dei volontari. Scoprire il nome del ferito e il suo domicilio era stato un gioco da ragazzi.
Avevano bussato e, quando la donna, in vestaglia e con la faccia di chi è stato strappato a un sonno guadagnato a fatica, aveva fatto capolino dalla porta, le avevano puntato l’obiettivo addosso chiedendole quale fosse il suo stato d’animo.
– Per cosa?
– Per ciò che è capitato a suo marito, l’eroico maresciallo Fanti.
Come tutte le mogli di tutori dell’ordine, anche la signora Fanti odiava quella parola: eroe. Se qualcuno dava dell’eroe a un uomo in divisa significava che questi era morto o in procinto di esserlo. Aveva sbattuto la porta senza rispondere, ma l’espressione del suo viso, un urlo silenzioso, era già nella memoria di silicio della telecamera.
Quando Orlandi schivò il microfono per entrare nell’abitazione del maresciallo, trovò la donna in lacrime. Cercò di rincuorarla meglio che poteva, spiegandole che il marito, sebbene grave, non era in pericolo di vita. Eleonora continuava a piangere e Orlandi, vedendola in quello stato, frenò l’istinto di ordinare ai suoi uomini di arrestare i maledetti sciacalli che assediavano la casa e assicurò alla moglie di Fanti che una delle due auto con cui era arrivato sarebbe rimasta a sua disposizione nel caso avesse voluto raggiungere il marito all’ospedale San Maurizio di Bolzano.
– È cosciente?
– Lo stanno operando.
– Allora usi quella macchina per ritrovare la ragazzina.
Orlandi annuì.
Fuori della porta c’era la telecamera ad attenderlo.
– Come sta il maresciallo Fanti, capitano?
– Il maresciallo è in condizioni critiche, ma stabili. Al momento è tutto quello che…
– La presenza del capitano Martini è casuale?
Orlandi si irrigidì.
– Non la seguo, mi dispiace.
La giornalista non cedette di un centimetro, nonostante l’autista di Orlandi cercasse, in modo gentile ma deciso, di spostarla.
– La presenza del capitano Martini, – insisté la giornalista, – l’uomo che ha fermato lo Squartatore di Testaccio, è casuale o si tratta di…
– Nessun commento.
– … una forma di precauzione nel caso Dora Holler non sia l’unica vittima di questa...
Orlandi avvampò. – Dora Holler è attualmente dispersa.
– Ma lei pensa che…
– È viva, capisce? Viva.
Lo disse con tale ferocia che la giornalista addirittura arretrò. L’autista del capitano fu veloce ad approfittarne per frapporsi fra lei e il superiore che, a passo lesto, raggiunse il Defender.
***

Melan e la dottoressa Pellegrini erano seduti sulla panchina della zona fumatori della stazione di San Candido, ognuno perso nei propri pensieri. Fu lei a rompere il silenzio.
– Che sta facendo? – chiese, riferendosi a Martini.
Melan mimò il gesto di chi batte sui tasti di un computer.
– Perché?
Il carabiniere scelto alzò le spalle.
– Lui fa così.
– Ma perché ti ha chiesto tutta quella carta?
Era la terza volta che la Pm gli poneva quella domanda. Per la terza volta Melan rispose con le stesse parole.
– È arrivata una mail, dal comando, credo…
– … credi o ne sei sicuro?
– C’era il logo del comando.
– Stavi sbirciando?
– Ero seduto in direzione del monitor del computer, dottoressa.
– E lui?
– Ha fatto un’espressione tipo… un cane a cui hai appena lanciato un osso.
– E ti ha mandato a prendere la carta.
– Tre pacchi, per la stampante. Ha detto che su schermo si legge con meno attenzione.
La Pellegrini si alzò. Melan le aveva procurato la giacca di una divisa operativa da mettersi sulle spalle. La temperatura era bassa e l’umidità della notte entrava nelle ossa.
– Posso parlarle liberamente, dottoressa?
– Prego.
– Secondo me il capitano farebbe bene a farsi una bella dormita. Lo so, è una specie di eroe, ha preso lo Squartatore e Dio solo sa cosa ha passato, ma… – Melan abbassò gli occhi a terra. – Secondo me non ci sta con la testa.
– Lo dicono in molti.
– E lei ci crede?
La Pellegrini non rispose. Cominciò a passeggiare avanti e indietro lungo il perimetro della zona fumatori, stringendosi nella giacca e maledicendo il mondo.
***

Verso l’alba Dora si era assopita. Gert l’aveva sentita prima smettere di dibattersi, poi calmare il respiro, quindi diventare più agevole da trasportare. Con delicatezza, l’uomo l’aveva passata dalla spalla destra alla sinistra. Ora, guardandola, il viso sporco rigato di lacrime, provò un moto di pietà come la prima volta che aveva ucciso un cervo.
Quel giorno suo padre l’aveva svegliato con una tazza di caffè, caffè vero, ben diverso dal surrogato che gli preparava da che Gert aveva memoria, e gli aveva consegnato il fucile. Non il calibro 22 che usava per sparare agli scoiattoli o alle bottiglie. Un fucile vero. Significava che lo riteneva pronto.
Il fucile pesava, ma Gert era abituato alla fatica, suo padre era un allenatore severo. Per il suo bene, ovviamente. Nel centro esatto della foresta avevano trovato le tracce del cervo, una femmina. Meno di un’ora dopo suo padre gliel’aveva indicata. Ottanta metri, aveva calcolato Gert, sfilandosi il fucile. Il rinculo gli aveva fatto un po’ male, il calibro 22 a cui era abituato era molto meno potente, ma la cerva era andata giù, centrata al petto. Suo padre gli aveva dato una pacca sulla spalla.
«Bravo». Non era mai successo che glielo dicesse.
Insieme erano scesi per il pendio fino all’animale. Il colpo non l’aveva nemmeno fatta soffrire. Già allora Gert era un ottimo tiratore. Ce l’aveva nel sangue, diceva suo padre, ma pareva quasi lo facesse per schernirlo o per annunciare una maledizione.
Non appena si era avvicinato alla cerva, Gert aveva visto quanto era bella. Il pelo lucido rifletteva i raggi del sole. Aveva gli occhi chiusi; da uno scendeva una lacrima. Una sola. Gert era scoppiato a piangere.
Suo padre non lo aveva sgridato né picchiato. Gli aveva passato una bottiglietta di cognac.
«Butta giù. Non esistono innocenti, Gert. Negativo. Niente e nessuno è innocente. Mettitelo in testa».
Ma Dora?
Adesso, a poche centinaia di metri dalla destinazione, quella che aveva avuto in mente sin dall’inizio, ansimando per lo sforzo, Gert pensò che suo padre sbagliava. Dora era innocente. L’aveva capito quando chattavano. Per questo non aveva parlato di lei a Hannes. Non solo perché Hannes l’avrebbe canzonato, ma perché Dora era… speciale. In un certo senso, pensò inerpicandosi fra le pietre, anche Hannes era stato un innocente. Forse, rifletté aiutandosi con le mani per raggiungere il suo obiettivo, ferendosi a causa delle rocce aguzze, sperando che Dora non si svegliasse (non lì, lì sarebbe stato pericoloso: un piede messo male e kaputt), suo padre sbagliava.
Forse tutti erano innocenti.
Dora, Hannes, la lince, il carabiniere che era finito nella sua trappola, quelli che lo inseguivano con i cani, persino gli uomini di Legge a bordo dell’elicottero. Tutti innocenti. Si fermò, esausto. Il paesaggio era bellissimo. Lo ammirò come aveva ammirato la cerva morta. Si sentì piccolo, insignificante. Quindi pensò ai due tizi, Alto e Basso, verso cui Dora voleva fuggire e pensò che anche loro sarebbero morti. Li avrebbe uccisi lui. Presto, molto presto. I tamburi di guerra richiedevano sangue. E sangue avrebbero ottenuto. D’altronde, per quelle montagne, il sangue non era una novità.
Se Gert chiudeva gli occhi poteva quasi sentirne l’odore. Sangue vecchio di un secolo.
***

Il capitano Orlandi entrò come una furia nell’ufficio comando. Ad attenderlo c’era Terlizzi, pallido.
– Brigadiere, ho un compito per lei.
– Le condizioni del maresciallo Fanti?
– Stazionarie. Non morirà. Da adesso sarà lei a svolgere le sue mansioni, il coordinamento dei gruppi di ricerca e soccorso.
Il brigadiere Terlizzi si mosse a disagio.
– Francamente, signore…
Orlandi alzò gli occhi dalla cartina.
– Brigadiere?
– Preferirei un ruolo operativo.
– La mia non è una richiesta.
Il brigadiere si mise sull’attenti, sbattendo i tacchi.
– E convochi il capitano Martini. Immediatamente.
Orlandi spalancò la finestra dell’ufficio, da una tasca della giacca tirò fuori un pacchetto di sigarette ancora incellofanato, lo aprì, aspirò l’odore del tabacco, poi prese a frantumare a uno a uno quei chiodi di bara. Aveva smesso da dieci anni, e da dieci anni, quando era sotto pressione, si dedicava a quella specie di rituale. Di solito contribuiva a calmargli i nervi. Non quel giorno.
Viktor entrò nella stanza.
– Capitano…
– Chiuda la porta.
Martini obbedì. Senza chiedere permesso, si sedette.
– Vorrei un rapporto, – disse Orlandi, – sulle sue indagini.
– Indagini, signore? È lei che sta…
Orlandi gettò il pacchetto a terra. – C’è una linea, capitano Martini. Una linea che divide le teste calde come lei dall’insubordinazione. Faccia ancora un passo e la deferirò al comando della legione.
– Il generale Leoni ha inviato le trascrizioni delle chat intercorse fra il soggetto Schafer e Dora.
– Perché a me non…
– Sono arrivate a entrambi, – puntualizzò Viktor. – Immagino che lei non abbia avuto il tempo di studiarle. Lo sto facendo io.
– Per quale motivo, posso saperlo?
– Per capire Gert.
– Cosa c’è da capire, capitano? Mi spieghi, – fece Orlandi, – sono davvero curioso.
– Un ragazzino che viene allevato dal padre… – Martini cercò le parole adatte, – che lo cresce come se fossero in guerra col mondo. Un uomo, come sta scritto nei verbali, che ha fatto dieci anni nei corpi speciali…
Orlandi lo interruppe. – Questo lo so. Me l’ha detto lei.
– Quindi sa anche che quando il tribunale dei minori austriaco decise di togliere Gert al padre c’è stata una sparatoria?
– Come immaginerà, con questo trambusto, – rispose gelido Orlandi, – mi è stato difficile leggere tutte le scartoffie. Quelle sono per i subordinati. Come lei. Mi dica della sparatoria.
Martini mimò un saluto militare.
– Al suo servizio. Sette feriti, uno grave, paralizzato a vita. Per settimane l’area circostante la baracca in cui Gert è cresciuto è stata transennata e pattugliata. C’erano trappole nascoste ovunque.
– Solidarietà per il povero Gert? Mi sta dicendo questo?
– Le sto dicendo che un quadro del genere combacia con il modus operandi che finora il soggetto ha mantenuto: trappole, depistaggi, false piste. Tecniche di guerriglia, insomma.
– E il maresciallo Fanti ne ha pagato le conseguenze. Tutto torna, quindi.
– Quasi. Le chat fra Dora e Gert ci dànno indicazioni aggiuntive sul profilo psicologico del soggetto. Per prima cosa non c’è alcun segno di interesse sessuale, né da parte dell’uomo, né da parte della ragazzina; al massimo si può supporre da parte di questa una sorta di infatuazione adolescenziale. Ha tredici anni e a quell’età è facile…
– Perdere la testa per uno stronzo.
Martini si massaggiò il mento.
– Non userei questa parola. Gert è uno strano miscuglio di ingenuità e scaltrezza. Credo sia davvero convinto che la Resistenza contro l’animale più pericoloso esista. Ci sono parecchi passaggi in cui…
– Tagli corto, Martini.
– Gert e Dora diventano amici. Dora, a un certo punto, si confida con lui. Parla della lince, di suo padre, – Viktor estrasse un foglio dalla tasca della giacca. – «Odio mio padre e odio quello che fa». Tipico di un’adolescente incazzata, giusto? Ma come può avere interpretato questo messaggio, Gert?
– Capisce che è vulnerabile e la rapisce.
– No. Io credo che la stia proteggendo, almeno nella sua fantasia. Per questo abbiamo sbagliato a mandare il grosso delle truppe in Val Fiscalina e dintorni. A Gert della lince non importa nulla. Lui vuole difendere la ragazzina.
– Da chi? Abbiamo controllato. I genitori sono puliti, lo stesso gli insegnanti o…
– Dai suoi fantasmi personali.
– Lei sta delirando.
Martini lesse ad alta voce un altro frammento delle conversazioni in chat. – «La morte fa parte della natura. Il buio e gli occhi che ti prendono, quelli fanno paura». È Gert che scrive. La cosa interessante è che nelle carte psichiatriche di Gert non c’è traccia di questo tipo di farneticazione.
– Quindi?
– Stiamo usando strumenti e dati sbagliati per catturare una persona che segue una logica… distorta.
– E la morte di Hannes? Anche questo fa parte della logica di Gert?
– No, infatti. Per questo mi serve il supporto del dottor Tamanin. Devo capire cosa faceva Hannes nei luoghi che ho segnalato. Però ho bisogno che sia lei a ordinarlo.
Orlandi sbottò in una risata. – Se lo scordi. Lei è pazzo, pazzo da legare.
– Forse, – rispose Martini, – ma allora mi spieghi la dinamica dell’agguato in cui è morto Hannes. Gert prima gli ha sparato da lunga distanza e poi l’ha finito con la nove millimetri a bruciapelo?
– C’era una scatola dello stesso calibro e della stessa marca nella sua abitazione.
– Ma certo, – s’infervorò Martini, – è tutto chiaro: lei e io siamo amici, le chiedo un passaggio; ricordiamoci che Gert non ha la patente. Arriviamo e ci salutiamo. Poi lei resta fermo come un imbecille, impalato per chissà quanto, e io nel frattempo mi procuro un’arma da caccia…
– … forse l’aveva già preparata…
– Rettifico. Gert ha attraversato il confine in autostop con un fucile da caccia smontato nello zaino, l’ha lasciato sul luogo dell’agguato, è tornato indietro e si è fatto dare un passaggio da Hannes. Al momento giusto l’ha fatto fermare, gli ha chiesto di aspettare, ha recuperato il fucile e gli ha sparato dalla lunga distanza, così, per avere il brivido della caccia, giusto? Poi gli ha lasciato percorrere novantanove metri e tredici centimetri, l’ha finito sdraiandosi vicino a lui ed è andato da Dora.
– Martini…
– Le torna questa ricostruzione? Le tornano quei novantanove metri?
Orlandi appoggiò i pugni sulla scrivania, sporgendosi verso il collega. – No, certo che non torna.
– Il comportamento di Gert prima e dopo l’agguato è lineare, se accettiamo una certa logica. Ma l’agguato in sé non ha alcun senso. Pensi ai bossoli. I .308 spariscono, mentre il nove millimetri resta. Dobbiamo ipotizzare che ci sia un altro attore in gioco.
– Ma allora perché Gert ha sparato a Hannes? Non ha alcun senso.
– Esatto capitano. Il punto su cui focalizzarsi non è Gert, è Hannes. Dobbiamo sapere cosa faceva nei luoghi segnalati dal Gps e perché. Per questo ho bisogno di uomini per analizzare le…
– Fuori.
Martini scosse la testa, si alzò e aprì la porta dell’ufficio comando.
– È sempre così, vero?
Orlandi non sapeva a cosa Martini si stesse riferendo, né gli interessava. Raccolse un mozzicone scampato alla sua furia e se lo portò alle labbra. Non aveva accendino né fiammiferi. Gli scappò un’imprecazione. Poi convocò Terlizzi.
C’era del lavoro da fare.
***

Per primo arrivò l’odore. Cemento, muffa, escrementi. Poi la luce. Una penombra tagliata e piena di polvere la cui fonte Dora non riuscì a localizzare.
Tentò di muovere le braccia ma niente, era immobilizzata. Gert le aveva legato anche le gambe, e stavolta non con degli stracci, ma con funi da scalatore. Però le aveva risparmiato il bavaglio.
Indolenzita, provò a capirci qualcosa. Non era più nella foresta. Non erano solo l’odore e la strana luminescenza a suggerirlo. Sopra di lei c’era della roccia, scavata a colpi di piccone, annerita dal fumo. Davanti, anche.
La sua schiena non toccava la roccia. Gert era stato premuroso. L’aveva appoggiata su un sacco a pelo; puzzava, ma almeno era caldo. Dietro di lei c’era un muro. La malta si sgretolava, corrosa dall’umidità.
– Gert?
La voce si disperse in una miriade di riverberi che le fecero venire la pelle d’oca. Non ci fu risposta. A fatica, Dora riuscì ad alzarsi. Le girava la testa e ci mise una vita. Saltellando come in una corsa coi sacchi, avanzò di qualche metro. Il dolore al piede ferito era lancinante, ma tenne duro.
Lì la luce era migliore. Caliginosa, venata di polvere, però migliore. Le permise di vedere le casse, gli scatoloni e le confezioni d’acqua. Almeno sei. Coperte, almeno tre strati. Una delle casse era aperta, conteneva le stesse latte di cibo scaduto che Gert le aveva fatto assaggiare quando… quando erano ancora amici. No, si corresse Dora, quando ancora non aveva capito che Gert era pazzo.
– Gert?
Chiamò a voce più alta. Forse era uscito, o forse era nascosto nell’ombra in attesa di una sua mossa. Magari era una specie di test, Gert non si fidava più di lei dopo il tentativo di fuga. Se solo fosse riuscita a raggiungere quei due uomini che aveva scorto in lontananza, se solo avesse avuto abbastanza voce per chiamarli…
Un balzo in avanti. Il piede le inviò una scarica terribile. La ferita si era riaperta. Poteva sentire il sangue bagnarle le dita. Digrignò i denti, non mollò. Doveva capire da dove proveniva la luce. Raggiunse la fessura nel cemento, ansimando. Dall’apertura arrivava aria pulita, fresca, di montagna. Il cielo aveva quella limpidezza e quella tonalità di celeste che solo l’alba in quota può avere. Udì il richiamo di un’aquila, ma non la vide.
La ragazza-bruco si lasciò cadere a terra. Aveva capito dove si trovava. In gabbia. Si trovava in gabbia.