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Predatori e prede

Dora, 13 anni, è scappata di casa. Con lei, Gert. Gert che dà segni di squilibrio  e ha una pistola. La stessa con cui potrebbe aver ucciso Hannes. Due squadre sulle loro tracce. Quella del capitano Orlandi, e quella di Viktor Martini, l’inquilino dell’ufficio s. La caccia è aperta. Ma chi è il predatore e chi la preda?
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Erano le nove del mattino quando le nuvole arrivarono da sud, portate da folate che piegavano le cime degli abeti. Verso le dieci, sommandosi all’afa che gravava sulla zona, assunsero una tinta cupa e, dopo un primo cannoneggiamento fra le pareti delle montagne, l’acqua si presentò sotto forma di una cascata violenta.
Ma non fu solo a causa della pioggia che le ricerche subirono una battuta d’arresto.
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Circa mezz’ora dopo l’inizio del temporale giunsero le prime richieste di soccorso. Mentre tutti, nella stazione di San Candido, erano concentrati sulla ricerca della ragazzina e del suo rapitore psicopatico, la routine del turismo estivo era andata avanti. Erano stati pochi i villeggianti ad aver disdetto le prenotazioni negli hotel e ancora meno quelli che avevano interrotto la vacanza per far ritorno alle proprie case. Il pensiero che fra quei boschi si stesse consumando una tragedia, l’idea che, fra un Apfelsaft sorseggiato in baita e u…
Erano le nove del mattino quando le nuvole arrivarono da sud, portate da folate che piegavano le cime degli abeti. Verso le dieci, sommandosi all’afa che gravava sulla zona, assunsero una tinta cupa e, dopo un primo cannoneggiamento fra le pareti delle montagne, l’acqua si presentò sotto forma di una cascata violenta.
Ma non fu solo a causa della pioggia che le ricerche subirono una battuta d’arresto.
***

Circa mezz’ora dopo l’inizio del temporale giunsero le prime richieste di soccorso. Mentre tutti, nella stazione di San Candido, erano concentrati sulla ricerca della ragazzina e del suo rapitore psicopatico, la routine del turismo estivo era andata avanti. Erano stati pochi i villeggianti ad aver disdetto le prenotazioni negli hotel e ancora meno quelli che avevano interrotto la vacanza per far ritorno alle proprie case. Il pensiero che fra quei boschi si stesse consumando una tragedia, l’idea che, fra un Apfelsaft sorseggiato in baita e una foto da pubblicare su Instagram, potesse spuntare un omicida armato di pistola sembrava non sfiorare nessuno. Funzionò come per gli incidenti stradali, o per le catastrofi naturali: si osservano, si commentano e si passa oltre: a me non succederà. Gite ed escursioni erano proseguite producendo scenari a dir poco surreali. Mentre i Freiwillige, sfiniti, si davano il cambio e tornavano nelle loro case per un boccone e qualche ora di riposo, i carabinieri pattugliavano le strade e i boschi, e le unità cinofile vagavano sperando in un indizio che li portasse sulle tracce di Dora, i vacanzieri con creme protettive spalmate sul naso e buffi pantaloni tecnici scorrazzavano allegramente fra i boschi e i ghiaioni della Pusteria. Quando i due gruppi si incrociavano, i secondi scattavano fotografie ai primi. Dopo «a me non succederà» c’era il piacere perverso dell’«io c’ero».
Quando poi, attraverso i siti d’informazione, era trapelata la notizia che la bambina era fuggita di casa per «salvare un nido di lince», le petizioni online si erano sprecate – dettaglio trascurabile per la logistica delle operazioni presiedute dal capitano Orlandi, ma significativo per il morale delle squadre di soccorso che vedevano il valore della vita della ragazzina scavalcato da quello della lince – e il numero di escursionisti diretti verso la Val Fiscalina era addirittura triplicato.
L’assessore all’ambiente in persona aveva lanciato in tv un appello chiedendo di non avventurarsi fin lassù. Ne era scaturito un dibattito fra chi riteneva giuste le sue parole e chi lo tacciava di voler limitare la libertà individuale. Lo slogan di questi ultimi, coniato da chissà chi e chissà dove, era: «La montagna è di tutti». E questo creò dei problemi al comando di San Candido.
Orlandi fu costretto a togliere uomini dalle ricerche per organizzare posti di blocco che impedissero l’anarchia. Così, quando gli escursionisti si trovarono incolonnati e respinti, cominciarono a fioccare imprecazioni. Contro i carabinieri. Contro l’assessore. Ma soprattutto contro Dora.
Quella dannata ragazzina con le trecce stava rovinando le vacanze a chi non permetteva neppure a Giove pluvio di intralciare le proprie sacrosante ferie. Rabbia che si scaricò online. Petizioni e insulti via social poco interessavano a Orlandi ma, dopo l’aumento del traffico verso la Val Fiscalina, l’impennata di richieste di aiuto causate dalla pioggia che, in altri frangenti, sarebbe stata gestita e archiviata come normale routine estiva, quel giorno fu una vera e propria maledizione. Una continua emorragia di tempo sia per gli uomini del soccorso sia per gli elicotteri. In più, non solo la pioggia cancellava le tracce, occultando gli spostamenti di Gert e Dora, ma aumentava il rischio che anche i soccorritori stessi si ferissero.
Il morale, alla stazione di San Candido, era al minimo.
***

Gert alzò il viso al cielo e chiuse le palpebre. Amava la pioggia. Lavava via i cattivi pensieri, schiariva le idee, cancellava le tracce. Sia quelle che inevitabilmente aveva lasciato dietro di sé sia, purtroppo, quelle che aveva con pazienza disseminato per sviare le ricerche.
Suo padre gli aveva insegnato numerosi trucchi per confondere gli inseguitori: portare scarponi di taglie e marche differenti nello zaino, ripercorrere a ritroso i propri passi con precisione assoluta, usare i ruscelli per retrocedere anche di chilometri. Ma l’aveva messo in guardia, non poteva e non doveva mai essere troppo sicuro di sé. I marine erano sicuri di sé, e i viet-cong avevano vinto. I Kaiserjäger si erano considerati l’élite della guerra di montagna, e i Mascabroni li avevano sconfitti. Il suo motto era: «Agisci come il lupo, pensa come Cappuccetto Rosso».
Inseguitori motivati e ben addestrati non si facevano scoraggiare facilmente. La trappola che aveva piazzato usando lo scarponcino di Dora per attirare i cani aveva funzionato, ma di certo i carabinieri non si sarebbero arresi. Ci sarebbero voluti giorni, se non settimane, prima che la morsa si allentasse. Nel frattempo bisognava batterli in astuzia. Le altre trappole che Gert aveva piazzato qua e là nei giorni precedenti l’incontro con Dora, mentre via chat programmavano la fuga e la liberazione della lince (quando lui aveva capito che, per aiutare Dora, doveva predisporre le cose con cura e anticipo), non servivano per azzoppare o rallentare, ma per confondere.
Era stata una faticaccia che aveva richiesto ogni stilla delle sue capacità, ma era sicuro che avrebbero funzionato. Sviare il nemico, farlo correre da una parte all’altra significava, agli occhi dell’avversario, diventare invincibili. Era così che si vincevano le guerre, no? Affermativo. E se qualche escursionista maldestro ci fosse andato di mezzo, pazienza. Danni collaterali. Ogni guerra ha i suoi.
Per il momento il piano procedeva bene. Adesso che Dora era al sicuro, era ora di contrattaccare, di colpire. I primi a cadere sarebbero stati Alto e Basso.
Da dove si trovava, accucciato al limitare del bosco, nella zona in cui la tenacia della foresta si arrendeva alla sterilità della roccia, Gert poteva osservarli camminare carabina in spalla, curvi sotto l’acqua. I tamburi nelle tempie aumentarono di ritmo. Gert prese a ciondolare la testa, seguendone la melodia sincopata. Sorridendo. Oh sì, pensò mentre controllava il caricatore della nove millimetri e contava i proiettili rimasti, quei due avrebbero ricevuto il giusto castigo. Nessuno avrebbe trovato i loro corpi: Gert conosceva una forra poco distante abbastanza profonda per celarli.
Le bestie selvatiche avrebbero fatto il resto.
Sì, la pioggia gli piaceva. La pioggia significava rinascita. Suo padre era morto in un giorno di pioggia.
***

Alto e Basso marciavano con il poncho addosso, un vecchio modello di cerata, non una di quelle porcherie ultramoderne che oggi vengono vendute nei negozi di caccia e pesca. Alto con il berretto ormai fradicio, Basso con una sorta di cappellaccio di feltro che lo faceva sembrare uno gnomo, ma che oltre a proteggerlo dall’acqua gli permetteva di avere un’ottima visuale.
– Ci ha visti, – sussurrò, muovendo a stento le labbra.
– È lui?
– C’è un larice spaccato a metà da un fulmine, lo vedi?
Alto non mosse un muscolo, solo gli occhi.
– Ah–a.
– In linea retta, trecento metri più in quota.
Alto non vide nulla. – Sei sicuro?
– Mica se ne stava lì ad aspettare, che dici?
Entrambi ridacchiarono.
Quel Gert era stato bravo a depistare tutti. Loro compresi. E ce ne voleva per depistare due come Alto e Basso. Ora che avevano avvistato la preda sentivano la stanchezza scemare e l’adrenalina salire. Ma non era quello il loro momento preferito. Era l’attimo di calma, di serenità, che li invadeva quando avevano un cervo nel mirino. Basso aveva letto un libro, o meglio un fascicoletto, che quegli svitati vestiti di arancione e con il cranio rasato andavano distribuendo per le strade. Ci aveva capito poco, ma il concetto di Nirvana gli era piaciuto. Assenza di desiderio. Era così che si sentiva quando stava per sparare. Non c’era cattiveria, non c’era desiderio – sebbene entrambi non avessero mai fatto nulla per nulla, il Nirvana è una cosa, il mondo vero è un altro e i soldi non sono mai abbastanza –, non c’era neppure eccitazione. C’era solo quella…
– Sospensione.
– Che dici?
– Quando spari. Non pensi a niente. Sei sospeso.
– Hai bevuto?
– Scusa.
Camminarono ancora, cercando di restare in vista. Ma senza esagerare. Non era un controsenso. Volevano che Gert li vedesse, però non volevano che si insospettisse. Quella era caccia all’uomo, non caccia al cervo. Il cervo richiede invisibilità, l’uomo strategia.
Verso le undici e venti, ai tuoni e allo scroscio della pioggia si sovrappose il ronzio di un elicottero. Un colpo di fortuna. Alto e Basso si prepararono all’azione. Quando l’elicottero rosso del soccorso alpino fu quasi sulle loro teste entrambi si gettarono nel folto della macchia. Senza scambiare una parola, si sbarazzarono delle cerate e iniziarono la loro manovra. Colpo in canna e sensi all’erta.
A un passo dal Nirvana.
***

Melan bussò e lasciò un caffè sulla scrivania del capitano Martini. Viktor alzò lo sguardo dalla tastiera.
– Per me?
La stazione dei carabinieri di San Candido ormai andava avanti a sbadigli e caffeina.
– Da parte mia e della dottoressa.
– Come sta?
– In realtà ci stavamo chiedendo…
Martini trangugiò il caffè.
– Scrivo, riscrivo. Ecco cosa faccio. Le chat di Dora e Gert. Le dichiarazioni dei colleghi di lavoro del parco-zoo di Dölsach. Trentasette persone, finora. Quelli della cooperativa che, in teoria, si stava prendendo cura di Gert: otto persone più lo psichiatra che gli prescriveva i farmaci. Prendo appunti, analizzo. I dati di Hannes, quelli del Gps, e allego le liste di ciò che abbiamo fotografato. Poi ci sono gli scontrini che aveva in casa e in ufficio. Gli austriaci sono stati molto gentili a fornirmeli. Quando ho finito rileggo e ricomincio daccapo. Scrivo, riscrivo. E scrivo ancora. Perché scrivere è vedere ciò che non vuole o non deve essere visto.
Melan si schiarì la voce.
– Lì fuori è putiferio. La pioggia…
– La vuoi una lezione, recluta?
– Certo.
– Se hai da dire qualcosa a un superiore, dilla.
Forse furono quelle parole, forse fu la stanchezza, ma il carabiniere scelto Melan esplose. – Che diavolo stiamo facendo?
– Te l’ho appena detto.
– Io continuo a vedere colleghi dall’aria distrutta che vanno avanti e indietro. Salgono sulle montagne, controllano ogni malga, fienile o maso. Rivoltano i sassi per trovare quella bambina. Ci sono gli elicotteri, i cani. E io sono qui ad ascoltare questo maledetto ticchettio, lasciamo perdere i fascicoli e andiamo a cercare Dora.
Martini indicò le pile stampate che ingombravano la stanza.
– In ognuno di questi fascicoli c’è una vita. Le vite sono legate da connessioni. Quando capisci le connessioni devi tornare indietro perché hai imparato un nuovo modo di mettere a fuoco la vita da cui sei partito. E questo ti porta a nuove connessioni che… – Viktor scosse la testa, era più facile mostrarlo che spiegarlo. – Guarda qui.
Martini passò al carabiniere quattro fogli tenuti insieme da una graffetta.
– Maria Schneider, – lesse Melan. – Chi è?
– Maria Schneider è una donna delle pulizie. Si occupa degli uffici del parco-zoo. Conosce sia Hannes sia Gert. Pensaci. Hanno parlato, bevuto caffè insieme, si sono scambiati gli auguri a Natale e hanno commentato qualche serie tv. Connessioni. La vita di Maria Schneider era connessa a quella di Hannes e Gert. Quello che hai fra le mani è il verbale della Ps austriaca. Sai un po’ di tedesco?
– Sto facendo un corso, ma…
– Le domande sono le stesse che avremmo fatto noi, e le risposte quelle che puoi immaginare.
– Allora perché…?
– Maria Schneider ha cinquantatré anni. Si trova convocata al commissariato di polizia. È spaventata, preoccupata. Tutti si spaventano quando ricevono una convocazione urgente da parte degli sbirri, no? È normale. Cosa si fa allora?
– Si mette a proprio agio la persona.
– E funziona?
– Quasi mai, – ammise Melan. – Anzi, più una persona è innocente e più si sente sotto pressione.
– Infatti la signora Schneider ha paura. Le sue risposte sono tipiche. Brevi, telegrafiche. Spesso risponde solo sì, oppure no.
– Forse non vuole far perdere tempo agli investigatori. Ha sentito al telegiornale che Gert ha rapito una ragazzina e che Hannes è morto, non sa nulla e taglia corto.
– Maria Schneider crede di non sapere nulla e i poliziotti austriaci credono che la signora Schneider non sappia nulla, ma devono interrogarla e lo fanno. Una formalità. Quattro paginette scarse, e avanti il prossimo.
– Ma?
– Ma la signora Schneider qualcosa dice. Per esempio: Hannes è nominato tre volte, Gert sedici.
– Per forza, – sbottò Melan. – È su Gert che i poliziotti hanno fatto più domande.
– E la signora Schneider non fa che parlare bene di Gert. Un bravo ragazzo. Un po’ strano, ogni tanto. Lo sorprendeva a guardare film di fantascienza durante l’orario di lavoro, ma non ha detto nulla ai superiori perché lui non ha mai creato problemi.
– Non è sempre così? Un bravo ragazzo, una brava persona, un bravo vicino di casa…
– E Hannes? A pagina tre la signora Schneider dice che il nostro cadavere con la testa aperta in due le aveva fatto delle avance. I colleghi austriaci vogliono saperne di più e insistono, però lei non aggiunge altro. Avance, dice. E basta. Perché?
– Perché la signora Schneider ha cinquantatré anni e si vergogna delle attenzioni di uno che ha quasi la metà dei suoi anni. È un tipo vecchia scuola. Oppure Hannes allungava le mani e lei non sapeva come reagire.
– E perché non ne ha parlato con i superiori del parco-zoo?
– Perché ha cinquantatré anni e si vergogna, – ripeté Melan. – O magari erano davvero solo semplici avance.
– Avance che ha pensato di riferire alla polizia?
– Allora significa che era lei ad aver paura di perdere il lavoro. O temeva una ritorsione da parte di Hannes che, sappiamo, non era uno stinco di santo.
– Poi, a pagina due, in alto, la signora Schneider ci regala l’informazione più importante. Dice che Gert nell’ultimo periodo le sembrava migliorato.
– Il contatto con Dora.
– Migliorato. Migliorato significa che prima stava peggio. Stare peggio significa che il suo umore era cambiato rispetto al solito.
– Quindi Gert, prima di conoscere Dora, era peggiorato rispetto al suo solito umore?
– Sono in parecchi a dirlo, se uno si impegna a leggere fra le righe. Da circa un anno, o giù di lì, Gert era diventato più schivo, trasandato. Tutti gli volevano bene e tutti, – sottolineò Martini, – lo preferivano a Hannes, ma stava… peggio.
– Ci sono certificati medici? O resoconti psichiatrici?
– Gert era abbandonato a sé stesso, – Martini indicò un faldone abbastanza pesante. – La cooperativa che si prendeva cura di lui: centottanta pagine di dichiarazioni. Mai una volta che lo chiamino per nome. Sempre «il paziente» o «l’ospite». Lo psichiatra non ha riconosciuto nemmeno la sua fotografia. Da circa un anno a questa parte Gert stava male e nessuno ha fatto niente per capirne il motivo o per aiutarlo.
– Tutto questo l’ha letto nei fascicoli? – chiese Melan, sbalordito.
Viktor diede un pugno alla scrivania.
– Vite, non fascicoli. Vite. Le vite sono connesse. Le connessioni aiutano a mettere a fuoco il quadro, e insieme offrono un ritratto dei nostri due amici. E, guarda un po’, il più fetido non risulta quello che attualmente è in fuga, presumibilmente armato, con una ragazzina, ma l’altro. Il morto.
Melan aveva la testa che gli girava. Sì, d’accordo, le vite, le connessioni, però…
– Questo come ci aiuta a trovare Dora?
Un sorriso sul viso di Viktor.
– Noi non stiamo cercando Dora. Noi stiamo cercando di ricostruire tre vite. Quella di Dora, quella di Gert e quella di Hannes. Una ragazzina in fissa con l’ecologia, parecchio sveglia, amata dai suoi genitori, ma nel pieno della sua ribellione. Quella di un paranoico dall’infanzia orribile, che si aggrappa a vecchi film di fantascienza per fingere di avere una vita eroica e che trova nella ragazzina l’unica persona che lo ascolta.
– Gert ha bisogno di qualcuno che lo faccia sentire vivo e Dora cerca qualcuno che le dia risposte. La connessione.
– Però c’è un vuoto.
Melan annuì. – La vita di un delinquente da strapazzo, che finisce ucciso e che è un punto di domanda grande come il Renault nelle mani del dottor Tamanin. Hannes Baumgartner. Era connesso a Gert ma non a Dora, giusto?
– Esatto. Hannes è la zona morta.
– Che significa?
Un gesto, come a dire che non aveva importanza.
– Significa che Hannes è la chiave.
– Ma per cosa, Viktor?
Martini attese qualche istante prima di rispondere.
– L’ultima volta, – mormorò, – per l’orrore.
***

La Sig Sauer 1911 nove millimetri che Gert stringeva in pugno era una versione moderna della più famosa Colt 1911. Una pistola che garantiva un centro entro un buon raggio d’azione e con un ottimo potere d’arresto. Tuttavia, con la pioggia e in svantaggio numerico non era l’arma migliore con cui ingaggiare battaglia. Ci fosse stata una sparatoria, la 1911 non gli avrebbe garantito la vittoria e, come diceva suo padre, prima si vince, poi si va in guerra. Quindi Gert dovette studiare un piano.
Scivolò lungo un pendio infradiciandosi di fango e aghi di pino, si fermò dietro a un rovo e iniziò a strisciare verso la protuberanza di una roccia che aveva individuato come postazione di tiro. La scelta era stata dettata dal nemico, che era scaltro, ma non così scaltro. Dopo che Alto e Basso si erano sbarazzati delle mantelle, Gert li aveva persi di vista a causa del passaggio dell’elicottero che lo aveva costretto a nascondersi, e quasi si era fatto prendere dal panico. Fortunatamente era riuscito a vedere i due infilarsi in un valloncello, una spaccatura nella roccia larga un paio di metri, lunga una quindicina e alta un metro e mezzo. Una buona posizione – se si possedevano carabine di precisione come quelle che i due portavano in spalla – da cui potevano coprire quasi la metà della parete, ma che, se Gert fosse stato svelto, si sarebbe trasformata in una trappola mortale grazie allo sperone di roccia che la sovrastava. Una pura questione di velocità.
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Basso se ne stava rannicchiato sotto la pioggia, addossato alla roccia. L’acqua lo costringeva a tenere le palpebre semichiuse, e non gli piaceva che il rumore dei tuoni lo facesse sobbalzare. Adesso che era solo gli era passata la voglia di scherzare. Era Alto quello che sapeva sempre cosa fare, quello che sapeva come abbordare le ragazze nei bar o trattare con certa gente. Ed era stata di Alto anche l’idea di infilarsi in quella spaccatura che puzzava di fango e animali morti per tendere l’imboscata a Gert con una specie di manovra a tenaglia: Basso faceva da esca, Alto aggirava Gert e...
Un tonfo.
Basso appoggiò il fucile alla spalla e lo puntò sopra di lui. Solo un tordo intirizzito.
Eppure gli era sembrato di sentire...
Un fruscio. Alle sue spalle.
– Mettilo giù.
Basso obbedì.
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Alto si vantava di avere antenati cacciatori sin dal medioevo. Non era vero. Conosceva a mala pena il nome di suo padre, un bruto che si era dileguato quando lui era un poppante e non si era più fatto vedere. Da bambino Alto sognava di incontrarlo, di scoprire che in realtà si trattava di una persona famosa, una di quelle dei programmi tv di cui sua madre si rimpinzava. Tv, dolci e birra, altro non conosceva, sua madre. Intuire le paturnie di quell’alcolizzata aveva fatto di lui un provetto cacciatore. E un criminale della peggior specie. Nell’ultimo periodo c’erano mattine in cui non aveva il coraggio di guardarsi allo specchio e serate in cui, nonostante i ricordi di quello che sua madre arrivava a fare pur di procacciarsi una birra, sentiva di doversi sbronzare fino a svenire. Lo faceva calcolando i tempi fra un impegno e l’altro. Era come fumare. Se si andava a caccia, era vietato. Se doveva lavorare, niente alcol. Ma se c’era sufficiente tempo e certe immagini o certe domande non la smettevano di tormentarlo…
Alto inquadrò Gert nel mirino. Era quasi arrivato allo sperone di roccia a picco sopra Basso. Da dove si trovava, Alto non poteva vedere il compare, proprio come Gert era ignaro della minaccia su di lui e proseguiva strisciando con la 1911 in pugno. Però Alto poteva immaginare il povero Basso, zuppo di pioggia, tremante e preda di mille preoccupazioni. Per questo il loro business funzionava così bene. Basso era quello che si preoccupava, lui quello che agiva.
Tenne Gert al centro del mirino finché il fuggitivo con la 1911 non fu esattamente dove lui e Basso avevano previsto di attirarlo. Alto valutò il vento e spostò la canna del fucile di meno di un millimetro. Non voleva Gert morto. Lo voleva ferito. Altrimenti non avrebbe potuto dire loro dove si trovava la ragazzina. A quel punto…
Una mano gli tappò la bocca. Un’altra gli strappò il fucile di mano.
– A cuccia.
***

Gert capì. All’ultimo, ma capì. Si gettò di lato, facendosi male a una spalla, si voltò e sparò un paio di colpi a casaccio.
– Negativo, negativo!
Colpì il tronco di un larice, schizzò un po’ di corteccia, un proiettile rimbalzò contro la roccia producendo un tintinnio quasi musicale, ma niente di più.
Svuotò il caricatore e continuò a premere il grilletto a vuoto.
Braccia robuste gli strapparono la 1911 di mano, un uomo incappucciato gli piombò sullo stomaco, facendolo boccheggiare, lo costrinse a girarsi faccia a terra e gli chiuse i polsi in lacci di plastica che gli straziarono la carne.
– Negativo! Negativo!
L’incappucciato che gli aveva strappato la pistola di mano stava sorridendo. Gert gli sputò addosso.
Quello gli fece l’occhiolino.
– Preso.

 (continua) domani l’undicesima puntata
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