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Eroi per un giorno

Dora,13 anni, è scappata di casa. Con lei, Gert. Gert che dà segni di squilibrio e ha una pistola. La stessa con cui potrebbe aver ucciso Hannes. Due squadre sulle loro tracce. Quella del capitano Orlandi, e quella di Viktor Martini, l’inquilino dell’ufficio s. Finalmente, un grido arriva al comando: “Preso!”.  
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I Freiwillige avevano trovato tre trappole, tutte e tre funzionanti, ma nessuna in condizione di nuocere quanto quella che per poco non aveva ucciso il maresciallo Fanti. La prima nella zona del Tovo, la seconda nei dintorni di Braies, l’ultima a due passi dall’abitato di Moso. Gli esperti della guardia forestale avevano stabilito che erano state collocate circa un mese prima.
False piste. Trucco vecchio come il mondo.
Quelle diavolerie avrebbero dovuto indurre Orlandi a spostare gli uomini da una zona all’altra, in cerca di tracce che, ne era certo, Gert non aveva trascurato di lasciare per loro, ma che li avrebbero solo fatti girare in tondo. La fuga del soggetto, insomma, era stata pianificata con anticipo.
Il primo istinto del capitano era stato di dirottare le forze verso le zone in cui i gruppi di ricerca non avevano trovato neppure un filo d’erba smosso, o dove sarebbe stato impensabile arrivare con una bambina al seguito, perché era lì che…
I Freiwillige avevano trovato tre trappole, tutte e tre funzionanti, ma nessuna in condizione di nuocere quanto quella che per poco non aveva ucciso il maresciallo Fanti. La prima nella zona del Tovo, la seconda nei dintorni di Braies, l’ultima a due passi dall’abitato di Moso. Gli esperti della guardia forestale avevano stabilito che erano state collocate circa un mese prima.
False piste. Trucco vecchio come il mondo.
Quelle diavolerie avrebbero dovuto indurre Orlandi a spostare gli uomini da una zona all’altra, in cerca di tracce che, ne era certo, Gert non aveva trascurato di lasciare per loro, ma che li avrebbero solo fatti girare in tondo. La fuga del soggetto, insomma, era stata pianificata con anticipo.
Il primo istinto del capitano era stato di dirottare le forze verso le zone in cui i gruppi di ricerca non avevano trovato neppure un filo d’erba smosso, o dove sarebbe stato impensabile arrivare con una bambina al seguito, perché era lì che avrebbero trovato entrambi. Ma tali manovre avrebbero messo in allerta Gert, ed era meglio non scherzare con un paranoico omicida armato di nove millimetri. Orlandi aveva deciso di scacciare il fuoco con il fuoco. Gert usava vecchi stratagemmi per fregarlo?
Lui ne avrebbe usato uno altrettanto antico: il cavallo di Troia.
Al telefono il generale Leoni aveva ascoltato il suo piano e dato il via libera. Orlandi aveva mandato Terlizzi a sirene spiegate fino a Pontives, sede dell’Aiut Alpin Dolomites. Terlizzi aveva fatto giusto in tempo a spiegare agli uomini dell’Aiut l’idea di Orlandi che, da un furgone senza insegne, erano sbucati cinque uomini col Mephisto calcato sul viso e l’MP5 a tracolla. Gis. Gruppo Intervento Speciale. Le teste di cuoio dei carabinieri. I Gis si erano impadroniti dell’elicottero e avevano iniziato a sorvolare le zone dove Gert e la bambina non avevano lasciato alcun segno.
Stipati nell’EC-135 rosso dell’Aiut Alpin, gli uomini del Gis erano invisibili e in bella mostra allo stesso tempo. Con tutta quella pioggia e il viavai di elicotteri del soccorso, l’EC-135 non avrebbe destato sospetti.
Come l’inganno ordito da Ulisse, anche quello del capitano Orlandi funzionò. Dopo ore di attesa, alla radio della stazione di San Candido arrivò il segnale.
– In custodia.
*

Quando gli uomini del Gis scaricarono il soggetto nel piazzale della stazione, ci fu un lungo appaluso da parte di tutti i presenti. Gert, testa china e fascette di plastica ai polsi, fu portato in una stanzetta disadorna. Un tavolo rivestito di formica imbullonato al pavimento, una sedia anch’essa avvitata e una telecamera a circuito chiuso collegata allo schermo di un ufficio adiacente, in cui Melan dovette farsi largo a fatica per poter assistere all’interrogatorio.
Gert aveva smesso di lamentarsi e se ne stava a occhi chiusi. La sua cattura aveva scatenato gli entusiasmi, ma la partita non era conclusa. Dora era ancora là fuori.
La prassi richiedeva che il soggetto restasse da solo per un’ora o due, a «cuocere», come si diceva. Il tempo però stringeva.
– Zitti, – disse qualcuno, quando il capitano Orlandi, il Pm Baldini e un avvocato di Sesto, convocato d’urgenza, fecero il loro ingresso nella stanza degli interrogatori.
*
– Gert Schafer, – esordì il capitano. – Lei si trova in stato di fermo per il sequestro di Dora Maria Holler, l’omicidio di Hannes Baumgartner e il ferimento del maresciallo Antonio Fanti. Io sono il capitano Orlandi, questi è il procuratore Baldini. L’avvocato Valentino Muser è qui per controllare che lei abbia inteso la situazione e difendere i suoi interessi al meglio delle proprie capacità. Mi ha capito?
Nessuna risposta.
– Per me è un sì, – fece Orlandi.
L’avvocato avvampò, poi annuì energicamente. Baldini si aggiustò la cravatta.
– Signor Schafer, la sua situazione è molto grave, spero che lei…
– Come sta?
Gert aveva parlato senza sollevare la testa, e per un attimo i presenti pensarono di aver sentito male.
– Chi?
– Il maresciallo.
– Non è in pericolo di vita.
Gert annuì.
– Non potevo calcolare l’altezza delle ganasce. Non in maniera precisa.
– Sta dicendo, – fece l’avvocato, – che non era sua intenzione uccidere il maresciallo o chiunque fosse incappato nella trappola?
– Affermativo. Ferire sì, – fu la risposta. – Uccidere no.
– Ha usato gli scarponi di Dora per sviare i cani, – disse Orlandi. – Un’ottima mossa.
– È una domanda?
– La domanda è: dove si trova Dora?
Gert alzò gli occhi dal tavolo. – E lei lo sa dove si trova, capitano Orlandi?
– Dalla parte giusta della scrivania, – rispose l’ufficiale, citando un detto che Fanti ripeteva sempre.
– Negativo. Lei è al centro della ragnatela e pensa di essere il ragno. Crede di conoscere e vedere. Ma non vede, no. Non sa. Perché non vuole vedere e non vuole sapere.
– Se intende giocarsi la carta dell’infermità mentale…
– Lei non è il ragno, lei è una mosca finita per sbaglio nella tela.
– Dov’è Dora?
– Ci sono luoghi nascosti. Sentieri nascosti. Pensieri, – sussurrò Gert, – nascosti.
*
Prima che ai network televisivi fu al bar di San Candido che arrivò la notizia della cattura di Gert. Ci furono pugni alzati, grida di giubilo, e il proprietario servì un giro gratis per tutti.
La persona che aveva dato la notizia, un lavapiatti del ristorante poco distante dalla stazione dei carabinieri, assaporò il suo quarto d’ora di celebrità. Raccontò di aver visto atterrare l’elicottero dell’Aiut, quello rosso, era strano, no? Già, molto strano, dicevano i presenti pendendo dalle sue labbra. Così sono andato a dare un’occhiata. C’erano dei tizi che facevano paura, cappucci, mitra… E in mezzo, il matto della foto in tv. Qualcuno ne ricordava il nome, qualcuno usò vari appellativi per definirlo. E poi? L’hanno trascinato dentro, insieme ad altri due. Uno alto e uno basso. Chi erano? Gente di Sesto? Di San Candido? Il lavapiatti non li conosceva, ma erano zuppi di pioggia e da come gli incappucciati li trattavano aveva capito che…
– Birra! – esclamò Alto facendo il suo ingresso insieme a Basso. – Birra per tutti!
La voce si sparse, erano arrivati i due eroi che avevano trovato Gert. Non erano della zona, ma parlavano dialokt, offrivano da bere e raccontavano che se quei figli di buona donna che si credevano Rambo non li avessero fermati…
– Alle gambe, potete giurarci! Un colpo pulito, da parte a parte. Mica siamo assassini. E poi volevamo che parlasse.
– Per trovare Dora?
– Certo. Quei Rambo lì l’hanno portato in caserma, giusto? E cosa pensate che gli faranno i carabinieri? Gli diranno che ha dritto a un avvocato, poi gli daranno da mangiare e magari anche un caffè. Lo vuole con lo zucchero o preferisce senza, signor figlio di puttana? Noialtri… – Alto passò il braccio attorno alla spalla di Basso, taciturno, accanto a lui. – Ci hanno sequestrato i ferri del mestiere e nemmeno un grazie. E la ragazzina? Chissà dov’è adesso. Se ci avessero lasciati fare…
Ci furono dei commenti indignati, poi tutti ammutolirono. L’uomo fendette la folla senza dover spingere. Era Matthias Holler, il padre della bambina.
– Raccontatemi, per favore.
I due lo fecero e al termine del resoconto Matthias Holler li abbracciò. Prima Alto, poi Basso. Poi di nuovo entrambi. Probabilmente sarebbe andato avanti ancora così, se non fosse stato per il lavapiatti del ristorante che si intromise.
– Stanno arrivando quelli della tv. Vogliono un’intervista.
I due bracconieri diedero una pacca a Matthias Holler e chiesero dell’uscita secondaria.
– Giornalisti? Al diavolo, i giornalisti, – dissero.
– Maledetti sciacalli, – fece eco il lavapiatti, già sorridendo a telecamere invisibili. Dopotutto, in mancanza dei due eroi, era a lui che toccava dire qualcosa.
Per Dora, se non altro.
*
– Dov’è?
Matthias Holler spintonò di lato il carabiniere alla porta ed entrò sotto lo sguardo di uno degli uomini del Gis, un bestione calvo che stava sorseggiando un tè. Il padre di Dora si scagliò anche contro di lui. L’uomo del Gis schivò l’attacco senza far cadere una goccia della bevanda, gli torse il braccio dietro la schiena e lo costrinse contro la parete.
– Qui c’è un tizio che ha voglia di menare le mani,  – disse a voce alta l’uomo del Gis.
Terlizzi arrivò di corsa.
– Signor Holler, si calmi, la prego.
L’uomo del Gis fece due più due, lasciò la presa e tornò a sorseggiare il suo tè.
– È vero che l’hanno preso? – chiese il padre di Dora.
– Sì, – Terlizzi indicò l’uomo calvo con il bicchiere fra le mani. – E sono stati questi uomini. Sarebbe il caso che lei si scusasse, non crede?
Matthias Holler proseguì come se non avesse udito nulla.
– E Dora?
– Stanno interrogando il soggetto. È questione di tempo e…
– Lasciatelo a me, – fece il signor Holler, rosso in viso. – Cinque minuti. Solo cinque minuti e io…
Terlizzi gli appoggiò la mano sulla spalla.
– Quei cinque minuti le costerebbero la vita di sua figlia. Si fidi di noi.
Matthias Holler scoppiò in lacrime.
*

– I miei uomini stanno setacciando la montagna, rivoltando ogni pietra. Troveranno Dora comunque.
– Negativo, capitano. Non la troveranno mai.
– Davvero, – chiese Orlandi, – vuole passare in galera il resto della vita?
– Gabbie, – disse sprezzante Gert. – Voi non sapete cosa sono le gabbie.
– Se lei, – proseguì Baldini conciliante, – ci darà una mano a trovare Dora, la cosa avrà un peso in sede processuale.
Gert si allungò verso il Pm.
– Dora è al sicuro. Nessuno può trovarla. Non voi, non loro, nessuno.
– Loro? Chi sono loro?
Il viso di Gert si chiuse in una smorfia di scherno.
– Adesso la sente, la ragnatela, capitano?
Orlandi spiegò una cartina di fronte al prigioniero.
– Dov’è Dora?
*

Martini lasciò l’ufficio stipato di carabinieri che seguivano l’interrogatorio attraverso il monitor a circuito chiuso, e la Pellegrini lo seguì fino all’area fumatori. La pioggia e l’aria fresca le tolsero di dosso solo parte della sensazione di sporco che la vista di Gert le aveva lasciato.
– Non lo dirà mai.
– Perché?
– Lei parla il finlandese, dottoressa?
– No.
– Riuscirebbe a rispondere alle domande di un poliziotto finlandese?
– Chiederei un interprete.
Viktor annuì.
– È quello che manca a noi. Non abbiamo un interprete. Gert parla una lingua che solo un’altra persona può comprendere oltre a lui. Peccato sia morta.
– Hannes?
– Penso di sì.
– Secondo lei perché Gert l’ha ucciso?
– Gert non è pericoloso, dottoressa. Si sta difendendo. Probabilmente è da quando è nato che si difende. Più lo interrogano, più si chiuderà.
– Se l’abbiamo preso…
Martini scosse la testa.
– Non l’abbiamo preso. È questo il punto. Gert ha ragione, noi siamo mosche che credono di essere ragni.
– Il Gis…
– Ho parlato con uno di loro. Non hanno visto Gert, hanno visto due tizi appostati con le armi in pugno. È stato mentre si avvicinavano a loro che hanno capito che quei due avevano il soggetto nel mirino. Il Gis ha beccato gli eroi, non Gert.
– Due eroi che avrebbero potuto avvertirci.
Un sorriso mesto sul viso del capitano.
– A giudicare dalle armi che gli hanno sequestrato, sono bracconieri. Non vanno d’accordo con le divise. E ora sono delle star. Scommetto che li vedremo all’edizione di mezzogiorno del tg.
La Pellegrini poteva persino immaginarli, circondati da una folla festante, o addirittura ospiti di qualche talk-show.
– Capitano, lei pensa che Dora sia viva?
– Penso al fatto che Gert abbia parlato di ragni, mosche e loro. Non riesco a togliermelo dalla mente, Per quel che riguarda Dora, dottoressa, fa parte del nostro lavoro crederlo.
*

Dopo aver urlato, pianto ed essere precipitata in una specie di dormiveglia, Dora aveva iniziato a studiare il luogo in cui si trovava. La pioggia aveva diminuito la già scarsa visibilità all’interno della gabbia di cemento e roccia in cui Gert l’aveva rinchiusa, ma quando un fulmine si abbatté poco distante, riuscì a scorgere il suo zaino in un angolo.
Strisciando lo raggiunse e ne rovesciò il contenuto, finché non trovò ciò di cui aveva bisogno. Il suo coltello multiuso. Aprire la lama con le mani legate dietro alla schiena richiese del tempo, e quando ci riuscì Dora aveva diversi tagli sulle dita. Il dolore, comunque, era nulla in confronto alla prospettiva della libertà, così non ci diede peso e iniziò a usare la lama come aveva visto fare in migliaia di film. Impiegò un’eternità a slegare i polsi: le corde da scalatore di Gert erano robuste. In compenso, tolte quelle, con le gambe fu uno scherzo. Dora si lasciò andare a un grido di trionfo. L’eco le smorzò l’entusiasmo.
Zoppicando si avvicinò alla fessura da cui proveniva la luce, si sedette e con grande cautela srotolò gli stracci che Gert le aveva rifilato al posto degli scarponcini. Il piede sinistro aveva solo qualche graffio, il destro era coperto di sangue rappreso, era gonfio e pulsava. Gattonando, la ragazzina raggiunse le confezioni di acqua e ne versò un po’ sulla ferita trattenendo il respiro. Era un taglio di quattro, forse cinque centimetri. Si era formata una crosta sottile e scura, ma lì dove la pietra aguzza era ancora conficcata nella carne, usciva sangue e la carne era arrossata. A denti stretti Dora estrasse la pietruzza, stupendosi di come una cosa così piccola potesse fare tanto male, e la gettò usando una delle imprecazioni preferite di sua madre. Il sangue riprese a sgorgare dalla ferita, quindi Dora recuperò lo zaino e usò una maglietta per fasciare alla meglio il piede. Al termine dell’operazione era in un bagno di sudore, nonostante il freddo. Forse era fame, pensò. Era da parecchio che non metteva qualcosa sotto i denti. Normale si sentisse debole. Invece non riuscì a fare altro che sgranocchiare mezza barretta al muesli. Aveva i brividi e le facevano male le ossa.
Pianse.
Si addormentò.
*

Tre ore di interrogatorio: niente. Al capitano Orlandi non era mai successo. C’erano criminali che ci mettevano anche il doppio o il triplo per sputare il rospo, ma si trattava di gente scafata, che era già stata in carcere e che agiva per uno scopo ben preciso. Più che interrogatori, erano partite a poker. Scopri una carta e vedi che fa l’avversario, cerchi di intuire cosa sa e cosa vorrebbe sapere e ne scopri un’altra. L’obiettivo, per quei tizi, era ottenere il rito abbreviato o uno sconto della pena.
Gert, invece, non faceva certi calcoli. Lui era chiuso nel suo mondo. Non sembrava neppure sfiorato da quanto stava accadendo. Il Pm Baldini aveva concluso ufficialmente l’interrogatorio alle diciassette e sette minuti e si era attaccato al telefono per ottenere l’affiancamento di un consulente psichiatrico. Rischioso, perché significava ammettere che il soggetto poteva essere incapace di intendere e di volere, cosa che avrebbe creato dei grattacapi durante il dibattimento, ma la priorità non era dare a Gert il massimo della pena, era trovare la ragazzina.
Orlandi si recò alla postazione radio. L’operatore gli riferì che le squadre stavano setacciando la zona in cui Gert era stato fermato ma, per il momento, senza risultati. Sforzandosi di nascondere la frustrazione, il capitano parlò qualche minuto con gli uomini del Gis, ringraziandoli per il loro operato. Infine decise di averne abbastanza. Aveva bisogno di cinque minuti di solitudine, nell’ufficio comando. Dove trovò Chiara.
– Da quanto non dormi? – gli chiese la moglie. E gli allungò una lattina di Coca-Cola.
– Fa male ai denti. Ma grazie.
La donna sorrise e chiuse la porta dell’ufficio.
– Vuoi? – chiese.
– Cosa?
Chiara girò la chiave nella serratura e ripeté la domanda.
– Vuoi?
*

Terlizzi spense la telecamera e aiutò il prigioniero ad alzarsi.
– Dove andiamo?
– Nella cella di sicurezza.
– Gabbia. Ancora in gabbia.
– Già, – fece Terlizzi, accompagnandolo senza troppi riguardi. – Meglio che ti ci abitui.
Gert si irrigidì. C’era una piccola folla di carabinieri a fissarlo. Chi con le mani in tasca, chi a braccia conserte. Uomini dal viso mal rasato che non vedevano le loro famiglie da due giorni. Uomini che lo fissavano in cagnesco, altri che lo scrutavano alla ricerca di quel segno che poteva significare vita o morte di Dora. E una donna dall’aria scarmigliata, i capelli neri e gli occhi di ghiaccio.
Gert vide solo quelli: occhi. E iniziò a tremare.
– Non spenga la luce, brigadiere, – sussurrò.
– Cosa?
– Non spenga la luce, – supplicò Gert, piangendo. – Non la spenga, per favore.
– Cosa succede se spegniamo la luce, Gert? – fece la dottoressa Pellegrini, facendosi largo a gomitate.
Prima che Terlizzi riuscisse a opporsi, Gert cadde in ginocchio.
– Occhi nel buio. La prego. Non spenga la luce.
C’era un tale terrore nello sguardo del prigioniero che la dottoressa Pellegrini faticò a parlare. Ma lo fece. Per Dora.
*

Quando il capitano Orlandi spalancò la porta aveva la cravatta slacciata e il viso arrossato. La Pellegrini guardò prima lui, poi la moglie, che si stava tirando su la bretella dell’abito estivo.
– Sappiamo dov’è Dora, – disse la Pm, sforzandosi di mantenere il tono neutro.
– Cosa?
– Abbiamo fatto un accordo. Luci accese in cambio della posizione della bambina.
Orlandi capì solo l’ultima parte dell’accordo. Corse verso gli uomini del Gis, sbraitando ordini.
– Dottoressa? Mi aiuta?
La moglie del capitano Orlandi le mostrava la schiena, là dove la zip dell’abito lasciava scoperta la carne. Non portava reggiseno, notò la Pellegrini accostando la porta dell’ufficio. L’odore che permeava la stanza le fece tornare in mente brutti ricordi.
Chiara Orlandi teneva i capelli sollevati perché non si impigliassero nella cerniera. La Pm tiro su la zip e la chioma bionda della moglie del capitano tornò a risplendere. Sembrava una ragazzina.
– Posso farle una domanda, dottoressa?
– Prego.
– Lei non è sposata, vero? Gli uomini non amano le donne di potere. Ne sono attratti, ma poi se la fanno sotto.
– Non credo di essere una donna di potere. Faccio solo il mio lavoro.
– Lei parla come un uomo, eppure non riesce a vedere le cose come un uomo? Però sono d’accordo con lei. Esistono diversi tipi di potere. Mia nonna, la notte prima delle nozze, mi diede un consiglio. Chi perdona, vince. Le solite cose da nonne, mi sono detta. Invece… – Chiara Orlandi si voltò verso di lei, senza perdere il sorriso, aggiustandosi un orecchino. – Chi perdona, vince. Buffo dirlo qui, non trova? Qui non esiste perdono.
– C’è giustizia, è un’altra cosa.
La Orlandi storse il naso.
– Ancora una risposta da uomo. Gli uomini si riempiono la bocca della parola giustizia, eppure non hanno la più pallida idea di cosa sia. La loro giustizia è una specie di vendetta goffa e zoppa.
– Temo di non seguirla, e devo proprio…
Chiara Orlandi la trattenne, aggiustandole una ciocca di capelli sfuggita alla coda.
– Chi viene perdonato, dottoressa Pellegrini, vivrà sempre nella paura. Di perdere i figli, per esempio. Di uno scandalo che porrebbe fine alle ambizioni. Di ricevere lo stesso trattamento. Fine pena, mai. Non è una condizione terribile?
– Qualcuno lo chiama ricatto.
Gli occhi di Chiara Orlandi si fecero di pietra.
– Parla ancora come un uomo, dottoressa. Io preferisco il termine conseguenza.
*

L’elicottero con a bordo quelli del Gis filava a duecentotrenta chilometri orari, sfiorando le cime degli alberi. Più di così, aveva detto il pilota, l’EC non poteva andare. I cinque uomini incappucciati mostrarono il pollice. Non si aspettavano azione. Il sospetto era in custodia, si trattava solo di andare a prendere la ragazzina, tranquillizzarla e riportarla ai propri familiari.
Dei cinque, quello calvo era il più alto in grado e l’unico che avesse una figlia. La sua Marisa aveva diciotto anni, era un asso della pallavolo e aveva un modulo di iscrizione all’accademia ufficiali sulla scrivania. Quando Russo l'aveva visto era stato preso da uno strano miscuglio di emozioni. Orgoglio, naturalmente. Paura. Era raro che gli uomini del Gruppo interventi speciali raccontassero della loro appartenenza a quel nucleo d’élite. Erano in pochi a saperlo. Amici, parenti e soprattutto figli, almeno fino a una certa età, li consideravano normali carabinieri, ed era meglio così. Il sottotenente Russo, vedendo quel modulo, aveva deciso che era giunto il momento di mostrare il Mephisto alla figlia. Di dirle cosa significava la scelta che stava per intraprendere. L’avrebbe fatto con delicatezza, senza spingere in un senso o nell’altro, ma voleva che lei fosse consapevole dei rischi cui andava incontro. Per questo era contento, mentre il pilota segnalava meno di un minuto al punto d’ingaggio. La storia della ragazzina era praticamente finita e il giorno dopo lui sarebbe tornato a casa per parlare con Marisa. E chi lo sa, pensò controllando che i moschettoni scivolassero bene, magari un giorno sarebbe dovuto scattare sull’attenti proprio di fronte alla figlia.
Che tempi assurdi.
L’elicottero si fermò in hoovering a circa sette metri dal suolo. I cinque uomini iniziarono la calata. Toccarono terra in pochi secondi. E avanzarono.
*

Dora fu svegliata da un rumore. Le girava la testa. Aveva la febbre, ormai non c’erano dubbi. Una febbre cattiva. Di nuovo quel rumore. Passi. Ovattati. Gert, pensò. Afferrò il coltello multilama e si preparò.
Quando gli uomini con le torce sbucarono dall’oscurità Dora scoppiò in lacrime.
Era libera.