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Turismo, alberghi e musei: così rivive la ciminiera

L’Enel ha iniziato a vendere 23 ex centrali per trasformarle in aree capaci di creare servizi e reddito a favore delle comunità. Una tendenza ormai affermata in tutta Italia, in cui gioca un ruolo anche la crisi immobiliare
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Trecento ettari sul delta del Po, 200 sulla litoranea tirrenica tra Civitavecchia e l'Argentario, 140 a Piombino, 63 vicino al mare di Portoscuso, Sardegna del Sud. Sono solo alcuni esempi dell'operazione kolossal che l'Enel sta realizzando con la dismissione di 23 centrali (più un'area mineraria) che comportano la liberazione di enormi porzioni di territorio finora off limits, il loro ritorno a un uso collettivo.

Era dai tempi del declino delle partecipazioni statali che non si vedeva una ritirata così massiccia dell'industria, ma questa volta l'addio dell'Enel a tante sue centrali non ha il sapore di una disfatta, quanto di una scelta imprenditoriale verso l'energia pulita. Il fatto che aree pregiate, spesso a vocazione turistica, tornino sul mercato in un'operazione che non ha pari in Europa, cambia il profilo del Paese, crea nuove occasioni nei territori interessati, mette in moto iniziative e denaro. Ma allunga anche la lista deg…
Trecento ettari sul delta del Po, 200 sulla litoranea tirrenica tra Civitavecchia e l'Argentario, 140 a Piombino, 63 vicino al mare di Portoscuso, Sardegna del Sud. Sono solo alcuni esempi dell'operazione kolossal che l'Enel sta realizzando con la dismissione di 23 centrali (più un'area mineraria) che comportano la liberazione di enormi porzioni di territorio finora off limits, il loro ritorno a un uso collettivo.

Era dai tempi del declino delle partecipazioni statali che non si vedeva una ritirata così massiccia dell'industria, ma questa volta l'addio dell'Enel a tante sue centrali non ha il sapore di una disfatta, quanto di una scelta imprenditoriale verso l'energia pulita. Il fatto che aree pregiate, spesso a vocazione turistica, tornino sul mercato in un'operazione che non ha pari in Europa, cambia il profilo del Paese, crea nuove occasioni nei territori interessati, mette in moto iniziative e denaro. Ma allunga anche la lista degli interrogativi: come si gestisce il ritorno di questi "vuoti" in un territorio organizzato e strutturato? Come si garantisce che la trasformazione di tutti questi "ex" (capannoni, fabbriche, scali, porti, centrali) di cui è costellato il paese - vittime di fallimenti, ma anche di un nuovo modo di produrre - acquisisca un nuovo senso sociale ma anche una valenza economica? Insomma, che non torni a essere un rudere?

Di esempi di riuso di successo non ne mancano. La centrale Acea a Roma, la prima a produrre energia nella Capitale, è oggi un bellissimo museo; il Porto antico di Genova è stato recuperato con varie attrazioni, l'ottocentesco Molino Stucky è un albergo a 5 stelle, a Milano l'operazione Porta Nuova ha rigenerato un tessuto urbano con vecchie fabbriche e linee ferroviarie facendone il centro direzionale della città, tanto per dire quante anime può avere l'archeologia industriale. Fonte d'ispirazione, forse, della miriade di progetti disseminati oggi in pressoché ogni Comune, grande medio o piccolo che sia, in giro per la penisola. Salerno con il suo mercato del pesce che potrebbe diventare area espositiva, Casoria con l'idea della città del libro della ex-Rhodiatoce, la ex-manifattura tabacchi a Bari trasformata in spazio a disposizione dei giovani per attività imprenditoriali e artistiche, e via dicendo.


Quella voglia di spazi pubblici

"Il recupero delle strutture è portato avanti in accordo con la popolazione", spiega Simone D'Antonio, che segue il progetto Urbact, finanziato dalla Ue, per conto dell'Anci, l'associazione dei Comuni italiani: "La Ue dà soldi per migliorare la governance con cui i Comuni gestiscono gli interventi, coinvolgendo le comunità attive sul territorio". Così è stato realizzato il recupero dell'ex-ospedale militare dei quartieri spagnoli di Napoli, su cui è appena piovuto un ulteriore finanziamento di 6 milioni dal governo per farne "un hub di cittadinanza-attiva e un incubatore di co-working". Ed è stato realizzato a Torino Open-Incet, sull'area industriale ex-Incet, con dentro un ristorante, una falegnameria popolare, un centro religioso e un incubatore di startup; oltre alla sede distaccata dell'Accademia Albertina di Belle Arti. Attualmente sono 50 le amministrazioni assistite, da San Donà di Piave sul recupero di una cisterna residuo della Grande Guerra, alla darsena di Ravenna, entrambe destinate a imprese giovanili. Sempre co-finanziato dalla Ue è il progetto Co-city, che a Torino permetterà il recupero dell'ex area industriale Lancia per mettere a disposizione dei cittadini, in regime di co-progettazione e co-gestione, spazi e beni comuni.

In tutti questi casi è la mano pubblica a fare: che fine hanno fatto i privati? "Con la crisi del 2008 il modello dei nuovi quartieri residenziali con uffici è tramontato", spiega Alessandro Balducci, professore di Politiche urbane al Politecnico di Milano ed ex assessore comunale, "quindi molte aree abbandonate in periferia, dove prima bastava il cambio di destinazione d'uso per moltiplicarne il valore, oggi non valgono più niente ai fini degli interessi immobiliari. L'unica cosa per dare valore a quegli spazi è collegarsi alle reti sociali, dare ascolto alle comunità", cioè a chi ci abita.

Il dubbio che sorge, al cospetto della nascita di tanti spazi espositivi, di co-working, di startup, di incubatori, è che l'offerta sia un po' ridondante. "È la moda del momento, è vero", concorda Giulia Setti, architetto, anche lei docente al Politecnico di Milano, "ma è anche vero che la gente ha voglia di spazi pubblici, e visto che spesso le bonifiche delle aree sono pagate con i soldi pubblici, tanto vale che ne goda la collettività". E dove le amministrazioni sono efficienti, le cose funzionano, come a Reggio Emilia, dove il recupero delle Officine meccaniche, operazione pubblico-privata da 50 milioni di euro, ha creato un Tecnopolo di ricerca, con laboratori, uffici, imprese che hanno fatto risorgere anche il quartiere circostante.


In vacanza a Porto Tolle

La parola d'ordine di questa nuova stagione è "circular economy", economia circolare. Cioè tutto ciò che una volta era considerato scarto, e quindi da abbandonare senza rimpianti, ora diventa prezioso, visto che le risorse a disposizione - primo fra tutti il territorio - sono un bene sempre più raro e fragile. Ed è quindi qualcosa da rimettere in uso, da ridare sotto un'altra forma alla collettività. È in nome dell'economia circolare che l'Enel ha avviato il progetto Future-e con cui accompagna la riqualificazione dei suoi siti, dieci dei quali sono stati già ceduti.

Nel più grande, quello di Porto Tolle, la cessione è alle porte: è stato scelto il progetto del gruppo Human Company, che realizzerà Delta farm, un villaggio turistico con 2.200 piazzole, attività sportive legate al fiume ma anche un mercato per le specialità locali, che occuperà un'ottantina di ettari sui 300 del parco naturale, un unicum in Europa; apertura nel 2023, dopo 60 milioni di investimento di Human e 35 tra bonifica e rottamazione della centrale. Nessun progetto real-estate, assicurano da Future-e, cessione a chi ha sostenibilità finanziaria, e scelta del progetto. Sarà così per l'utilizzo turistico delle aree di Piombino e Montalto; a Trino, già ceduta per far sorgere un museo dell'auto e una pista di go kart; a Marghera, dove invece l'utilizzo sarà logistico; nella miniera di lignite a Cavriglia dove c'è un progetto di parco cicloturistico.

Se l'Enel gestisce il portafoglio più significativo di rigenerazione dei siti in nome della circular economy la sfida più difficile è però un'altra. Quella della riconversione dell'area di Bagnoli, in cammino, tra soldi buttati al vento e progetti falliti, da venticinque anni.
Vittima della fine del gruppo di Stato dell'acciaio, l'Italsider, Bagnoli è la dimostrazione che non bastano bei progetti per ridare a un rudere industriale una nuova vita. Tant'è che i 300 milioni di euro già spesi, in parte finanziati dalla Ue, hanno prodotto dei monumenti all'abbandono: la Porta del Parco (spa e centro congressi) e il Parco dello sport sono complessi enormi, strutture fuori norma per l'utilizzo a cui erano destinate, ormai irreparabilmente vandalizzate. Tocca a Invitalia, adesso, con un budget iniziale di 600 milioni, vincere la sfida di restituire i 250 ettari su cui sorgevano l'Italsider, l'Eternit e la Cementir, alla comunità.
 

Modello Ruhr

A Genova hanno trasformato lo stabilimento Italsider di Campi in una nuova fetta di città già da anni, ma la superficie era di 30 ettari. Qui la partita è più complessa, anche nelle ambizioni: prevede la nascita di una smart city tutta cablata, con un lungomare turistico di due chilometri, un grande parco di 190 ettari al centro, intorno nuove costruzioni, un polo di ricerca universitario, autonomia energetica e gestione intelligente dell'acqua. Infine, nel parallelepipedo industriale che rappresenta il cuore di Bagnoli, quello dove si produceva l'acciaio, dovrebbe nascere un grande centro commerciale. Nella Rhur, unico esempio paragonabile, ci sono riusciti. Aspettiamo il miracolo.