Ne vuoi un pezzo?
Luca d'Andrea , di LUCA D'ANDREADora, 13 anni, è scappata di casa. Con lei, Gert. Gert che dà segni di squilibrio e ha una pistola. La stessa con cui potrebbe aver ucciso Hannes. Due squadre sulle loro tracce. Quella del capitano Orlandi, e quella di Viktor Martini, l’inquilino dell’ufficio s. Gert è stato catturato, e vuole collaborare. Basta prelevarla e tutto sarà finito. Eppure qualcosa non torna.
Furono le grida a resuscitare Martini dal sonno agitato in cui era piombato. Fra tutte, la voce più stentorea era quella del capitano Orlandi. La stazione di San Candido era nel caos. Orlandi stava ordinando a Terlizzi di riportare Gert nella sala interrogatori. Era ora di finirla con quella pagliacciata.
Baldini insisteva che in assenza dell’avvocato non se ne parlava nemmeno. Terlizzi restava rigido senza sapere che fare. Manca Fanti, pensò Martini osservando la scena dalla porta dell’ufficio scartoffie: il grande mediatore avrebbe saputo come riportare la pace. Ma Fanti era in ospedale.
– Lei! – fece Orlandi indicando Martini, mentre Terlizzi si avviava verso le celle di sicurezza e Baldini batteva in ritirata. Mancò poco che Orlandi spintonasse il collega. Chiuse la porta dell’ufficio s. sbattendola.
– È finito, mi ha capito? Finito. Lei ha dato ordine al dottor Tamanin di andare ad analizzare un maso in localit&agrav…
Baldini insisteva che in assenza dell’avvocato non se ne parlava nemmeno. Terlizzi restava rigido senza sapere che fare. Manca Fanti, pensò Martini osservando la scena dalla porta dell’ufficio scartoffie: il grande mediatore avrebbe saputo come riportare la pace. Ma Fanti era in ospedale.
– Lei! – fece Orlandi indicando Martini, mentre Terlizzi si avviava verso le celle di sicurezza e Baldini batteva in ritirata. Mancò poco che Orlandi spintonasse il collega. Chiuse la porta dell’ufficio s. sbattendola.
– È finito, mi ha capito? Finito. Lei ha dato ordine al dottor Tamanin di andare ad analizzare un maso in localit&agrav…
Furono le grida a resuscitare Martini dal sonno agitato in cui era piombato. Fra tutte, la voce più stentorea era quella del capitano Orlandi. La stazione di San Candido era nel caos. Orlandi stava ordinando a Terlizzi di riportare Gert nella sala interrogatori. Era ora di finirla con quella pagliacciata.
Baldini insisteva che in assenza dell’avvocato non se ne parlava nemmeno. Terlizzi restava rigido senza sapere che fare. Manca Fanti, pensò Martini osservando la scena dalla porta dell’ufficio scartoffie: il grande mediatore avrebbe saputo come riportare la pace. Ma Fanti era in ospedale.
– Lei! – fece Orlandi indicando Martini, mentre Terlizzi si avviava verso le celle di sicurezza e Baldini batteva in ritirata. Mancò poco che Orlandi spintonasse il collega. Chiuse la porta dell’ufficio s. sbattendola.
– È finito, mi ha capito? Finito. Lei ha dato ordine al dottor Tamanin di andare ad analizzare un maso in località Wieserhof?
– No, capitano, – rispose Martini. – Io ho solo fatto da tramite. L’ordine è stato suo.
– Io non ho dato nessun ordine.
– Se permette, – fece Viktor afferrando una fotocopia e mostrandola al comandante della stazione, – qui c’è la prova. È la sua firma, questa?
– Lei ha falsificato la mia firma?
– Dovrei sentirmi offeso, capitano. Ma capisco il momento. No, la firma è la sua. E mi dovrebbe anche ringraziare. Il dottor Tamanin ha dato in escandescenze quando gli ho fatto avere il suo ordine. Ho dovuto trattenerlo quasi fisicamente.
– Lei… lei…
– Le scartoffie, capitano, sono una fregatura, vero? Quanta roba ha firmato senza leggere da quando è cominciata questa storia?
Orlandi appallottolò la fotocopia, e colpì; era uno che andava in palestra tre volte a settimana e padroneggiava almeno due arti marziali. Il pugno prese Martini fra l’orecchio e lo zigomo, scaraventatolo contro la scrivania e aprendo una piccola ferita. Martini la tastò. A parte un filo di sangue, tutto okay.
– Ricambierò facendole avere una promozione. È stata un’ottima intuizione quella di…
Il secondo pugno partì in ritardo. Martini lo schivò, afferrò Orlandi per la gola e gli piazzò la .45ACP sotto il mento.
– Se vuole colpire qualcuno, – sibilò, – lo faccia con il massimo della forza. Lo stenda, altrimenti potrebbero essere guai.
Orlandi sentì le gambe tremare. Folle. Quell’uomo era folle.
Pericoloso per sé e per gli altri.
– Vuole spararmi?
– Voglio che si calmi. Deduco che Gert abbia mandato gli uomini del Gis a farsi una gita, giusto? Niente Dora?
La pistola restava incollata al mento del capitano Orlandi.
– Li ha spediti in quel maso maledetto. Hanno spaventato a morte Tamanin e i tecnici.
Martini sorrise.
– Questa è una grande, grande notizia. Stiamo iniziando a comunicare.
– Lei è pazzo.
Martini abbassò l’arma e la tese al capitano. Orlandi l’afferrò. Il caricatore non era inserito.
– Gliela regalo, – fece Viktor. – A me non serve.
– Dove pensa di andare?
– A procurarle la sua promozione. La vuole la bambina o no?
– Lei è sospeso.
– È proprio per questo che adesso manderà Terlizzi e gli altri a farsi un giretto. Si chiuderà nell’ufficio comando con Baldini per stordirlo di chiacchiere e cazzate mentre io darò ordine a Melan di portare al ristorante la dottoressa Pellegrini. Un ristorante lontano da qui –. Martini fissò Orlandi dritto negli occhi. – Dopodiché entrerò nella stanza interrogatori con Gert e spegnerò la telecamera.
<CJ3>***</CJ>
Dopo un po’ la bambina riprese i sensi.
– Sete.
Alto fischiò, e Basso, che lo precedeva di dieci metri, la carabina fra le braccia – un’altra, non quella irrimediabilmente sequestrata dai carabinieri che gli avevano rovinato la festa –, si fermò; sulla faccia gli si leggeva un grosso punto interrogativo. Erano entrambi stanchi. Anche se aveva smesso di piovere il temporale aveva reso i sentieri dei pantani su cui era difficile camminare, soprattutto con una tredicenne febbricitante in spalla. Inoltre, i due erano spaventati. Non lo davano a vedere perché si consideravano dei maschi alfa, ma entrambi sapevano di averla scampata bella. Per un pelo e anche meno. Avevano perso tempo. Troppo tempo. C’era da risolvere la faccenda di Gert. Tutta la faccenda di Gert. Un casino che rischiava di ingoiarli e sputarli sotto forma di carne macinata.
– Sete, – ripeté la bambina.
– Ce la fai a stare in piedi, piccola?
– Non sono piccola.
Basso li raggiunse.
– Che succede?
– Dice che non è piccola.
Basso posò lo zaino a terra, per permettere ad Alto di sistemare Dora. Persino alla luce del tramonto, un piccolo squarcio rossastro alle loro spalle, risultava pallida. Alto appoggiò la borraccia sulle labbra della bambina. Dora chiuse gli occhi e bevve.
Quando ebbe finito, Alto la convinse a bere un altro po’.
– Dove sono gli elicotteri? – chiese la bambina.
– Elicotteri?
– Siete poliziotti?
– Squadra speciale, – rispose Alto, più svelto a inventare storielle, proprio come al bar di San Candido. – In incognito.
La ragazzina li squadrò da capo a piedi.
– Non sembrate poliziotti.
– Allora il travestimento funziona.
– Dove stiamo andando?
– Da mamma e papà.
– Ti fa male il piede? Ti dispiace se ci diamo un’occhiata?
Dora sospirò e li lasciò fare. Alto rimase impassibile, Basso si lasciò sfuggire un’imprecazione.
– Fa male?
– Un po’.
Basso tirò fuori una scatola di metallo dalla tasca del giaccone, spezzò una pillola e la porse a Dora.
– Masticala piano.
Dora obbedì.
– Serviranno degli antibiotici. Ma questa per il momento ti farà bene.
– Come sta Gert?
– Gert è… – Alto si schiarì la gola. – È con un’altra unità. Lo stanno portando in prigione.
– In gabbia.
– Sì, come gli animali feroci.
Dora corrugò la fronte.
– Gli animali non devono stare in gabbia.
Basso la alzò con delicatezza e se la issò in spalla.
– Ti stai tenendo?
Dora sentiva ancora la testa girare; il sapore della pillola sulla lingua le dava la nausea.
– Okay, – disse semplicemente. – Però gli animali non vanno in gabbia.
– Quelli pericolosi, sì. Eccome, principessa.
<CJ3>***</CJ>
Martini si piegò per staccare la spina alla telecamera. Quando si rialzò si ritrovò di fronte Melan.
– Non hai sentito gli ordini, recluta?
– Portare al ristorante la dottoressa Pellegrini?
– Ricordati la ricevuta.
In quel momento Terlizzi spinse Gert sulla sedia imbullonata. Niente fascette, ma manette di metallo. Tese la chiave della stanza al capitano senza guardarlo in faccia, e sparì nel corridoio.
Melan sgranò gli occhi.
– Viktor…
– Tutto a posto, recluta.
– Ha staccato la telecamera e…
Il viso di Viktor si trasformò. Il giovane carabiniere ripensò alle parole di Johnny Cash ascoltate sotto la Croda Rossa con il gracchio nero che lo fissava. C’è un uomo che decide chi liberare e chi condannare.
– Non vuoi assistere a un crimine, vero, recluta?
<CJ3>***</CJ>
Un cicalio li immobilizzò. Basso posò la bambina a terra. Il cicalio si ripeté. Alto aprì lo zaino e prese il telefono satellitare. A entrambi tremavano le mani.
– Sì?
Silenzio.
– Sì.
Ancora silenzio.
– L’hanno preso, ma non…
Alto fu zittito da una voce che Basso non riuscì a interpretare.
– Noi, sì.
Basso cercò di pensare al Nirvana. Assenza di desiderio. Come quando premeva il grilletto. In quel momento il Nirvana era al di là delle sue possibilità. Sapeva chi c’era dall’altra parte del telefono, e non serviva guardare gli occhi smarriti di Alto per capire che le cose non si stavano mettendo bene. Il rischio era che nel giro di qualche ora di loro due non rimanessero che i cadaveri. Rabbrividì, anche se sapeva che c’era di peggio della morte.
– Lo capisco, però…
La voce di Alto si era fatta acuta, quasi femminea. In altri frangenti Basso gli avrebbe riservato una delle sue battute salaci. Non gliene venne in mente nessuna.
– Dove?
Alto sospirò, poi ebbe l’idea.
– È bionda, – disse. – È bionda.
Non ci fu risposta.
La comunicazione si interruppe.
– Bionda, – ripeté ancora una volta Alto.
Alto e Basso, per la prima volta da che Hannes aveva combinato quel casino, sentirono di avere una speranza.
<CJ3>***</CJ>
– Sai che sapore ha una pistola? – esordì Martini. – Quando la metti in bocca sa di metallo, ovviamente, ma c’è altro. C’è il sapore delle lacrime. Del muco. È poco elegante, ma voglio essere sincero con te.
– Vuoi spararmi?
Martini afferrò le chiavi, liberò i polsi di Gert e si gli si parò davanti, braccia e gambe larghe. – Non sono armato. Vuoi perquisirmi? Sai come si fa? Accomodati.
– È un trucco?
– Sono l’unica persona sincera che incontrerai nei prossimi anni. E probabilmente l’unica che tu abbia mai incontrato in vita tua.
– Negativo. Mio padre diceva che tutti mentono.
– Bel soggetto, tuo padre. Scommetto che anche la bottiglia, a un certo punto, ha lo stesso sapore della canna di una pistola.
Gert mostrò i polsi. C’erano delle cicatrici sbiadite.
– Anche gli spazzolini da denti. Basta fondere la plastica e avere pazienza.
– E tu sei uno paziente, vero Gert?
– Affermativo. Perché hai cercato di ucciderti, poliziotto?
– Viktor.
– Come il papà di Frankenstein.
– Ho cercato di uccidermi, – rispose Martini, – perché ho commesso un errore. Come te.
Gert socchiuse gli occhi.
– Negativo, io non ho commesso nessun errore. Ti ho visto, sai? In televisione.
– Hai visto la mia faccia, poi hai visto la faccia di… – un uomo gentile, con gli occhiali da miope – … dello Squartatore di Testaccio.
A Gert si illuminarono gli occhi.
– Ho letto tutto su quella storia. Ho visto gli special in tv.
– Però il tuo serial killer preferito è Zodiac, giusto? La preda più pericolosa. L’aveva scritto Zodiac in uno dei suoi messaggi, prendendolo da un libro di...
– Richard Connell. Affermativo.
– E tu l’hai trasformato in «l’animale più pericoloso». La Resistenza invece è una… citazione? Libera interpretazione? Da Terry Gilliam.
Gert si esaltò.
– «MasterCard! Visa! La chiave per la felicità!» Bellissimo. L’esercito delle dodici scimmie. L’ho consigliato a Dora, ma non le è piaciuto per via delle scene con gli animali.
– Sapevi quale doveva essere la frase per il lancio del film? «Il futuro è nelle mani di un uomo che non ne ha».
Gert lo guardò di traverso.
– Poi l’hanno cambiata, per fortuna, – proseguì Martini.
Gert si umettò le labbra.
– Un uomo che non ne ha. Non ne ha…
Scoppiò a ridere.
– Ma certo, che stupidi. Così sarebbe sembrato che l’uomo fosse senza mani, invece…
– Invece era senza futuro. Come Dora. Se non l’aiuti, morirà.
Gert tornò a chiudersi.
– Negativo. Dora ha cibo. Acqua. Ho pensato a tutto. Non la troverete.
Martini ripensò allo scambio di battute che Gert aveva avuto con Orlandi. – E loro?
– Negativo. Non la troveranno, – Gert si portò le ginocchia al petto e iniziò a dondolarsi. – Loro non la troveranno. E nemmeno voi. Negativo.
– Perché?
– Non sanno.
Martini mostrò a Gert le foto del maso diroccato.
– Ma sanno di questo, vero? Perciò hai mandato le teste di cuoio al maso. Vuoi aiutare Dora. Perché una parte di te è consapevole di aver commesso un errore.
– Negativo.
– Tutti commettono errori. E io so qual è il tuo.
– Negativo.
Gert chiuse gli occhi, tagliandolo fuori. C’era un solo modo per uscire da quello stallo.
– Vuoi conoscere il mio errore, Gert? Partiamo da Sally.
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La prima donna scomparve senza lasciare traccia. Era una ghanese di diciannove anni che batteva sulla Salaria. Ad accorgersi della sua sparizione fu don Fausto, un prete di strada. Don Fausto ne parlò ai carabinieri, i carabinieri interrogarono le altre ragazze, ma non ne ricavarono nulla. Di Sally nessuno seppe più niente. La seconda e la terza fecero la stessa fine. La quarta fu ritrovata, smembrata in tre diversi sacchi neri, a Largo Preneste. Il viso era sfigurato e il corpo portava segni di tortura. Le mani non c’erano. Il cadavere di una prostituta che aveva fatto arrabbiare qualche pappone; l’inchiesta si arenò. La quinta donna, come notarono alcuni cronisti, era bianca. Si chiamava Svetlana e veniva da ?itka, un paesino della Boemia Centrale. Ai genitori raccontava di un lavoro come parrucchiera. In realtà si esibiva in alcuni locali della capitale e saltuariamente si prostituiva. Lo faceva per aiutare Michail, un giovane serbo iscritto alla facoltà di Architettura dell’università di Roma Tre, il suo fidanzato. Fu la denuncia di Michail a scatenare la caccia allo Squartatore. Michail era al corrente dell’attività della fidanzata ma, come disse a un appuntato dei carabinieri, che altro potevano fare? Anche Michail praticava la prostituzione di tanto in tanto. I due innamorati avevano dei progetti, non volevano vivere come topi per il resto della vita… così si erano arrangiati. Svetlana venne ritrovata, quattro settimane dopo, in un’auto abbandonata nei campi incolti che circondavano l’aeroporto di Ciampino. Era stata violentata e torturata per circa una settimana prima di essere uccisa e gettata lì. Come un rifiuto. La notizia fece scalpore. Venne istituita una task force.
A fare il nome di Viktor fu il generale Leoni. Voleva, spiegò al responsabile della squadra speciale romana, che quel capitano di primo pelo vedesse un po’ di azione, prima di tornare sotto il suo comando. Viktor di azione ne vide poca, a Roma non era nessuno. Heidi, lo chiamavano i colleghi. Heidi con la fissa dei verbali.
E Heidi, dai verbali, riuscì a tirare fuori i dettagli che, pian piano, gli permisero di capire in quale zona lo Squartatore adocchiasse le sue prede. Solo che nessuno aveva tempo per uno come lui. C’era troppo da fare per perdersi dietro alle sue teorie. Inoltre Heidi non stava simpatico a nessuno. Non usciva mai, non dava confidenza, se ne andava in giro con quello sguardo allucinato e impartiva ordini senza senso. Se ne tornasse da dove era venuto.
Nel frattempo, nonostante i turni massacranti, nonostante ore e ore passate a setacciare indizi, testimonianze e testimoni, le vittime aumentavano. La stampa, la tv, Twitter, Facebook e il ministro degli Interni non facevano che aggiungere pressione alla pressione. Heidi insisteva, inascoltato.
Fu a quel punto che perse la testa? Qualcuno diceva di sì, ma era gente che non era stata nella task force. Altri dissero che fu per quello che accadde dopo.
Quando lo Squartatore prese Tanja.
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– Non si può essere invisibili, giusto Gert? Nessuno è invisibile. Eppure quell’uomo era invisibile. Ma le sue vittime non lo erano. Così, per trovare lui, partii da loro. Cercavo connessioni e zone morte. Svetlana voleva una vita normale, quindi pensai: dove non si sarebbe mai prostituita una come lei? Dove poteva fingere di avere la vita che sognava? E Nadia? Dove andava Nadia quando fingeva di essere un’altra persona?
– Nadia?
– L’ottava vittima, anche lei una prostituta. Era nata a Abuja, la capitale della Nigeria, e diceva di essere un’attrice. Nadia aveva dei sogni. Li leggevo fra le righe degli interrogatori delle prostitute che la conoscevano e dei papponi. Mai vista, solo un’amica. Che t’importa che fine ha fatto? Ma fra le righe, ecco emergere la vera Nadia. Connessioni. Una vita intrecciata ad altre vite. Una vita vera e una finta. Non fingiamo tutti, Gert? Tu fingevi di essere un fuorilegge. Dora finge di essere più grande della sua età. Nadia fingeva di essere un’attrice di belle speranze.
Viktor prese fiato.
– Fingeva anche Tanja, che era sparita da dieci giorni e di cui ancora non avevamo trovato il corpo. Fra le cose requisite nella roulotte dove viveva c’erano i libri di un corso d’italiano e un piccolo quaderno. Scriveva poesie. Così… Testaccio.
– Cos’è?
– Un quartiere di Roma frequentato da giovani universitari, intellettuali, e da quelli che vorrebbero esserlo. Svetlana ci andava a passeggio quando Michail doveva dare un esame; Sara, la terza vittima, ci seguiva un corso di cucina gratuito; Nadia ci seguiva un laboratorio di teatro. La scuola in cui Tanja prendeva lezioni di italiano era poco distante. Le connessioni si intrecciavano lì.
– Il ragno si era nascosto in bella vista.
– Non lui, – fece Martini. – Perché era lei a buttare le immondizie, ed era lei a trovare le ragazze. La zona morta era la madre dello Squartatore.
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La madre dello Squartatore possedeva un locale, il Pretty Reckless. Birra, alcolici, tavolini all’aperto. Niente droga; se qualcuno provava a spacciare nel suo locale, veniva subito denunciato. Le canne erano tollerate, ma niente di più.
La donna fu ascoltata da un appuntato. Un interrogatorio piuttosto approssimativo. Uno dei tanti, dopotutto, ordinati da Heidi che viene dai monti. Uno che non conosceva Roma e che quindi non sapeva niente della vita. Un serial killer a Testaccio? Solo a un sudtirolese poteva venire un’idea del genere.
La donna era stata cortese e precisa. Non era la prima volta che parlava con un carabiniere e non era né preoccupata né spaventata. Ricordava di aver visto, sì, quella povera ragazza il cui viso riempiva la foto che l’appuntato le stava mostrando, ma di non aver notato nulla di sospetto, al tempo. Aveva ordinato un Aperol e le era sembrata felice. Tutto qui. La foto era quella di Svetlana.
«Magari Svetlana era una cliente abituale che ordinava sempre la stessa cosa», rifletté il responsabile della task force.
«Con tutto il rispetto, non sono d’accordo. Quella donna non esita a denunciare spacciatori e teppisti. Ventidue denunce da parte sua negli ultimi tre anni», fu la replica di Martini.
«È una brava cittadina, e allora?»
«Se Svetlana fosse stata una cliente abituale, quella brava cittadina sarebbe corsa da noi non appena è stata rilasciata la foto della ragazza alla stampa, non le pare?»
«Quindi non la conosceva così bene da poterla definire una cliente abituale. È questo che mi sta dicendo?»
«Lei si ricorderebbe cosa ha ordinato un’emerita sconosciuta incontrata tredici mesi fa?»
Il capo della task force fece schioccare la lingua.
«Non ha altro da fare, Martini?»
La notte seguente Martini, senza alcun mandato, si intrufolò negli scantinati sotto il Pretty Reckless. Una specie di enorme magazzino con i tubi in bella vista dove proliferavano i ratti. C’erano dei ganci appesi a quei tubi. I ratti più grossi e aggressivi si arrampicavano fin lassù in cerca di carne: i pezzi mancanti delle vittime. Lo Squartatore lo trovava divertente. Scendendo le scale Viktor sentì le urla, perché lo Squartatore voleva che lui le sentisse. Estrasse la Cougar .45ACP, perché lo Squartatore voleva che si presentasse armato. Forse perché nessuno poteva reggere l’invisibilità in eterno.
«Così sei arrivato».
Tanja era coperta di piaghe, irriconoscibile. Mugolava. L’uomo le premeva il coltello fra le costole, metà della lama era già dentro la carne e dalle narici della ragazza uscivano bolle rossastre. I ratti le vorticavano intorno come impazziti. Fu allora che l’uomo con gli occhiali da miope e l’aria mite da ragioniere pose a Martini una domanda che mai più si sarebbe cancellata dalla sua memoria.
«Ne vuoi un pezzo?»
«Voglio, – rispose Martini. – Voglio che la lasci andare. Che…»
«È mia. Ma se vuoi posso dartene un pezzo».
«Non è tua».
«Ho pagato, – fece l’uomo, indignato. – Pa-ga-to. È mia e non puoi prendertela».
Martini mise il colpo in canna.
«A terra».
Lo Squartatore affondò il coltello fino all’elsa, Tanja rovesciò gli occhi e lo Squartatore la lasciò andare. Quando la testa della ragazza toccò il pavimento Martini sparò. Il .45 ACP colpì lo Squartatore alla spalla, spezzandogli la clavicola e facendogli fare una piroetta. Martini controllò il battito. Era buono. La ragazza, invece, stava morendo. Il cellulare non prendeva. Martini ammanettò lo Squartatore a un tubo poco distante, infilò la pisola nella fondina, sollevò la ragazza e la prese in braccio. I ratti si stavano già avvicinando, famelici. Il più aggressivo si alzò sulle zampe e sibilò. Martini lo scalciò e si lanciò verso le scale. Poteva sentire i bassi provenire dalle casse del Pretty Reckless sopra di lui, l’odore di sesso e alcol del venerdì sera. E quello del sangue della ragazza fra le sue braccia. Accecato dall’orrore, pensò di poterla salvare e non vide la donna che si ricordava dell’Aperol, la madre dello Squartatore, a gambe larghe che gli puntava contro una pistola. Lo costrinse ad arretrare. Martini ordinò alla donna di gettare l’arma e quella rise indicando la ragazza morente.
«Non è roba tua. La vuoi? Devi comprarla. E il suo prezzo è alto. Molto alto».
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– Tanja. Mi ero fatto tradurre le sue poesie, erano brevi e bellissime. Si spense fra le mie braccia. Poi toccò allo Squartatore. La madre mi costrinse a guardarlo mentre moriva dissanguato. Prese le chiavi delle manette dalle mie tasche e si ammanettò al cadavere del figlio. «Adesso puoi portare fuori la spazzatura», disse. E si sparò. Mi trascinai per il locale, con Tanja fra le braccia, in mezzo alla gente che ballava, rideva. Non mi vedevano. Zona morta. Ero diventato invisibile.
– Negativo. Nessuno è invisibile.
– Per un po’ lo sono stato. Poi una ragazza ha gridato. Un tizio mi è saltato addosso e… – Martini scosse la testa. – E qui finisce la storia dello Squartatore.
– Negativo. L’errore. Hai detto di aver fatto un errore. Quale?
– Quando Tanja è morta avrei potuto lasciarla cadere a terra, afferrare la donna, disarmarla e salvare lei e lo Squartatore. Ma non l’ho fatto.
– Volevi vendetta. Ucciderli. Negativo, – fece Gert trionfante. – Non è un errore.
– Non l’ho fatto per quello, – Martini sospirò. – I ratti non avevano pagato per Tanja, pensavo. Non gliel’avrei lasciata. Non facevo che pensare ai ratti. Era… mia. Non loro.
– Così hai, – scandì Gert: – … pa-ga-to.
Martini sentì di nuovo il sapore della pistola. Si portò la mano sul viso.
– Viktor? – Gert lo sfiorò. – Tanja scriveva poesie. Ne ricordi una?
– La più triste.
– Cosa diceva?
– Il lutto, – recitò Martini, – è amore che non può più tornare a casa.
Gli occhi di Gert si riempirono di lacrime.
– Qual è il mio errore? Cos’ho sbagliato?
12. continua
Baldini insisteva che in assenza dell’avvocato non se ne parlava nemmeno. Terlizzi restava rigido senza sapere che fare. Manca Fanti, pensò Martini osservando la scena dalla porta dell’ufficio scartoffie: il grande mediatore avrebbe saputo come riportare la pace. Ma Fanti era in ospedale.
– Lei! – fece Orlandi indicando Martini, mentre Terlizzi si avviava verso le celle di sicurezza e Baldini batteva in ritirata. Mancò poco che Orlandi spintonasse il collega. Chiuse la porta dell’ufficio s. sbattendola.
– È finito, mi ha capito? Finito. Lei ha dato ordine al dottor Tamanin di andare ad analizzare un maso in località Wieserhof?
– No, capitano, – rispose Martini. – Io ho solo fatto da tramite. L’ordine è stato suo.
– Io non ho dato nessun ordine.
– Se permette, – fece Viktor afferrando una fotocopia e mostrandola al comandante della stazione, – qui c’è la prova. È la sua firma, questa?
– Lei ha falsificato la mia firma?
– Dovrei sentirmi offeso, capitano. Ma capisco il momento. No, la firma è la sua. E mi dovrebbe anche ringraziare. Il dottor Tamanin ha dato in escandescenze quando gli ho fatto avere il suo ordine. Ho dovuto trattenerlo quasi fisicamente.
– Lei… lei…
– Le scartoffie, capitano, sono una fregatura, vero? Quanta roba ha firmato senza leggere da quando è cominciata questa storia?
Orlandi appallottolò la fotocopia, e colpì; era uno che andava in palestra tre volte a settimana e padroneggiava almeno due arti marziali. Il pugno prese Martini fra l’orecchio e lo zigomo, scaraventatolo contro la scrivania e aprendo una piccola ferita. Martini la tastò. A parte un filo di sangue, tutto okay.
– Ricambierò facendole avere una promozione. È stata un’ottima intuizione quella di…
Il secondo pugno partì in ritardo. Martini lo schivò, afferrò Orlandi per la gola e gli piazzò la .45ACP sotto il mento.
– Se vuole colpire qualcuno, – sibilò, – lo faccia con il massimo della forza. Lo stenda, altrimenti potrebbero essere guai.
Orlandi sentì le gambe tremare. Folle. Quell’uomo era folle.
Pericoloso per sé e per gli altri.
– Vuole spararmi?
– Voglio che si calmi. Deduco che Gert abbia mandato gli uomini del Gis a farsi una gita, giusto? Niente Dora?
La pistola restava incollata al mento del capitano Orlandi.
– Li ha spediti in quel maso maledetto. Hanno spaventato a morte Tamanin e i tecnici.
Martini sorrise.
– Questa è una grande, grande notizia. Stiamo iniziando a comunicare.
– Lei è pazzo.
Martini abbassò l’arma e la tese al capitano. Orlandi l’afferrò. Il caricatore non era inserito.
– Gliela regalo, – fece Viktor. – A me non serve.
– Dove pensa di andare?
– A procurarle la sua promozione. La vuole la bambina o no?
– Lei è sospeso.
– È proprio per questo che adesso manderà Terlizzi e gli altri a farsi un giretto. Si chiuderà nell’ufficio comando con Baldini per stordirlo di chiacchiere e cazzate mentre io darò ordine a Melan di portare al ristorante la dottoressa Pellegrini. Un ristorante lontano da qui –. Martini fissò Orlandi dritto negli occhi. – Dopodiché entrerò nella stanza interrogatori con Gert e spegnerò la telecamera.
<CJ3>***</CJ>
Dopo un po’ la bambina riprese i sensi.
– Sete.
Alto fischiò, e Basso, che lo precedeva di dieci metri, la carabina fra le braccia – un’altra, non quella irrimediabilmente sequestrata dai carabinieri che gli avevano rovinato la festa –, si fermò; sulla faccia gli si leggeva un grosso punto interrogativo. Erano entrambi stanchi. Anche se aveva smesso di piovere il temporale aveva reso i sentieri dei pantani su cui era difficile camminare, soprattutto con una tredicenne febbricitante in spalla. Inoltre, i due erano spaventati. Non lo davano a vedere perché si consideravano dei maschi alfa, ma entrambi sapevano di averla scampata bella. Per un pelo e anche meno. Avevano perso tempo. Troppo tempo. C’era da risolvere la faccenda di Gert. Tutta la faccenda di Gert. Un casino che rischiava di ingoiarli e sputarli sotto forma di carne macinata.
– Sete, – ripeté la bambina.
– Ce la fai a stare in piedi, piccola?
– Non sono piccola.
Basso li raggiunse.
– Che succede?
– Dice che non è piccola.
Basso posò lo zaino a terra, per permettere ad Alto di sistemare Dora. Persino alla luce del tramonto, un piccolo squarcio rossastro alle loro spalle, risultava pallida. Alto appoggiò la borraccia sulle labbra della bambina. Dora chiuse gli occhi e bevve.
Quando ebbe finito, Alto la convinse a bere un altro po’.
– Dove sono gli elicotteri? – chiese la bambina.
– Elicotteri?
– Siete poliziotti?
– Squadra speciale, – rispose Alto, più svelto a inventare storielle, proprio come al bar di San Candido. – In incognito.
La ragazzina li squadrò da capo a piedi.
– Non sembrate poliziotti.
– Allora il travestimento funziona.
– Dove stiamo andando?
– Da mamma e papà.
– Ti fa male il piede? Ti dispiace se ci diamo un’occhiata?
Dora sospirò e li lasciò fare. Alto rimase impassibile, Basso si lasciò sfuggire un’imprecazione.
– Fa male?
– Un po’.
Basso tirò fuori una scatola di metallo dalla tasca del giaccone, spezzò una pillola e la porse a Dora.
– Masticala piano.
Dora obbedì.
– Serviranno degli antibiotici. Ma questa per il momento ti farà bene.
– Come sta Gert?
– Gert è… – Alto si schiarì la gola. – È con un’altra unità. Lo stanno portando in prigione.
– In gabbia.
– Sì, come gli animali feroci.
Dora corrugò la fronte.
– Gli animali non devono stare in gabbia.
Basso la alzò con delicatezza e se la issò in spalla.
– Ti stai tenendo?
Dora sentiva ancora la testa girare; il sapore della pillola sulla lingua le dava la nausea.
– Okay, – disse semplicemente. – Però gli animali non vanno in gabbia.
– Quelli pericolosi, sì. Eccome, principessa.
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Martini si piegò per staccare la spina alla telecamera. Quando si rialzò si ritrovò di fronte Melan.
– Non hai sentito gli ordini, recluta?
– Portare al ristorante la dottoressa Pellegrini?
– Ricordati la ricevuta.
In quel momento Terlizzi spinse Gert sulla sedia imbullonata. Niente fascette, ma manette di metallo. Tese la chiave della stanza al capitano senza guardarlo in faccia, e sparì nel corridoio.
Melan sgranò gli occhi.
– Viktor…
– Tutto a posto, recluta.
– Ha staccato la telecamera e…
Il viso di Viktor si trasformò. Il giovane carabiniere ripensò alle parole di Johnny Cash ascoltate sotto la Croda Rossa con il gracchio nero che lo fissava. C’è un uomo che decide chi liberare e chi condannare.
– Non vuoi assistere a un crimine, vero, recluta?
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Un cicalio li immobilizzò. Basso posò la bambina a terra. Il cicalio si ripeté. Alto aprì lo zaino e prese il telefono satellitare. A entrambi tremavano le mani.
– Sì?
Silenzio.
– Sì.
Ancora silenzio.
– L’hanno preso, ma non…
Alto fu zittito da una voce che Basso non riuscì a interpretare.
– Noi, sì.
Basso cercò di pensare al Nirvana. Assenza di desiderio. Come quando premeva il grilletto. In quel momento il Nirvana era al di là delle sue possibilità. Sapeva chi c’era dall’altra parte del telefono, e non serviva guardare gli occhi smarriti di Alto per capire che le cose non si stavano mettendo bene. Il rischio era che nel giro di qualche ora di loro due non rimanessero che i cadaveri. Rabbrividì, anche se sapeva che c’era di peggio della morte.
– Lo capisco, però…
La voce di Alto si era fatta acuta, quasi femminea. In altri frangenti Basso gli avrebbe riservato una delle sue battute salaci. Non gliene venne in mente nessuna.
– Dove?
Alto sospirò, poi ebbe l’idea.
– È bionda, – disse. – È bionda.
Non ci fu risposta.
La comunicazione si interruppe.
– Bionda, – ripeté ancora una volta Alto.
Alto e Basso, per la prima volta da che Hannes aveva combinato quel casino, sentirono di avere una speranza.
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– Sai che sapore ha una pistola? – esordì Martini. – Quando la metti in bocca sa di metallo, ovviamente, ma c’è altro. C’è il sapore delle lacrime. Del muco. È poco elegante, ma voglio essere sincero con te.
– Vuoi spararmi?
Martini afferrò le chiavi, liberò i polsi di Gert e si gli si parò davanti, braccia e gambe larghe. – Non sono armato. Vuoi perquisirmi? Sai come si fa? Accomodati.
– È un trucco?
– Sono l’unica persona sincera che incontrerai nei prossimi anni. E probabilmente l’unica che tu abbia mai incontrato in vita tua.
– Negativo. Mio padre diceva che tutti mentono.
– Bel soggetto, tuo padre. Scommetto che anche la bottiglia, a un certo punto, ha lo stesso sapore della canna di una pistola.
Gert mostrò i polsi. C’erano delle cicatrici sbiadite.
– Anche gli spazzolini da denti. Basta fondere la plastica e avere pazienza.
– E tu sei uno paziente, vero Gert?
– Affermativo. Perché hai cercato di ucciderti, poliziotto?
– Viktor.
– Come il papà di Frankenstein.
– Ho cercato di uccidermi, – rispose Martini, – perché ho commesso un errore. Come te.
Gert socchiuse gli occhi.
– Negativo, io non ho commesso nessun errore. Ti ho visto, sai? In televisione.
– Hai visto la mia faccia, poi hai visto la faccia di… – un uomo gentile, con gli occhiali da miope – … dello Squartatore di Testaccio.
A Gert si illuminarono gli occhi.
– Ho letto tutto su quella storia. Ho visto gli special in tv.
– Però il tuo serial killer preferito è Zodiac, giusto? La preda più pericolosa. L’aveva scritto Zodiac in uno dei suoi messaggi, prendendolo da un libro di...
– Richard Connell. Affermativo.
– E tu l’hai trasformato in «l’animale più pericoloso». La Resistenza invece è una… citazione? Libera interpretazione? Da Terry Gilliam.
Gert si esaltò.
– «MasterCard! Visa! La chiave per la felicità!» Bellissimo. L’esercito delle dodici scimmie. L’ho consigliato a Dora, ma non le è piaciuto per via delle scene con gli animali.
– Sapevi quale doveva essere la frase per il lancio del film? «Il futuro è nelle mani di un uomo che non ne ha».
Gert lo guardò di traverso.
– Poi l’hanno cambiata, per fortuna, – proseguì Martini.
Gert si umettò le labbra.
– Un uomo che non ne ha. Non ne ha…
Scoppiò a ridere.
– Ma certo, che stupidi. Così sarebbe sembrato che l’uomo fosse senza mani, invece…
– Invece era senza futuro. Come Dora. Se non l’aiuti, morirà.
Gert tornò a chiudersi.
– Negativo. Dora ha cibo. Acqua. Ho pensato a tutto. Non la troverete.
Martini ripensò allo scambio di battute che Gert aveva avuto con Orlandi. – E loro?
– Negativo. Non la troveranno, – Gert si portò le ginocchia al petto e iniziò a dondolarsi. – Loro non la troveranno. E nemmeno voi. Negativo.
– Perché?
– Non sanno.
Martini mostrò a Gert le foto del maso diroccato.
– Ma sanno di questo, vero? Perciò hai mandato le teste di cuoio al maso. Vuoi aiutare Dora. Perché una parte di te è consapevole di aver commesso un errore.
– Negativo.
– Tutti commettono errori. E io so qual è il tuo.
– Negativo.
Gert chiuse gli occhi, tagliandolo fuori. C’era un solo modo per uscire da quello stallo.
– Vuoi conoscere il mio errore, Gert? Partiamo da Sally.
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La prima donna scomparve senza lasciare traccia. Era una ghanese di diciannove anni che batteva sulla Salaria. Ad accorgersi della sua sparizione fu don Fausto, un prete di strada. Don Fausto ne parlò ai carabinieri, i carabinieri interrogarono le altre ragazze, ma non ne ricavarono nulla. Di Sally nessuno seppe più niente. La seconda e la terza fecero la stessa fine. La quarta fu ritrovata, smembrata in tre diversi sacchi neri, a Largo Preneste. Il viso era sfigurato e il corpo portava segni di tortura. Le mani non c’erano. Il cadavere di una prostituta che aveva fatto arrabbiare qualche pappone; l’inchiesta si arenò. La quinta donna, come notarono alcuni cronisti, era bianca. Si chiamava Svetlana e veniva da ?itka, un paesino della Boemia Centrale. Ai genitori raccontava di un lavoro come parrucchiera. In realtà si esibiva in alcuni locali della capitale e saltuariamente si prostituiva. Lo faceva per aiutare Michail, un giovane serbo iscritto alla facoltà di Architettura dell’università di Roma Tre, il suo fidanzato. Fu la denuncia di Michail a scatenare la caccia allo Squartatore. Michail era al corrente dell’attività della fidanzata ma, come disse a un appuntato dei carabinieri, che altro potevano fare? Anche Michail praticava la prostituzione di tanto in tanto. I due innamorati avevano dei progetti, non volevano vivere come topi per il resto della vita… così si erano arrangiati. Svetlana venne ritrovata, quattro settimane dopo, in un’auto abbandonata nei campi incolti che circondavano l’aeroporto di Ciampino. Era stata violentata e torturata per circa una settimana prima di essere uccisa e gettata lì. Come un rifiuto. La notizia fece scalpore. Venne istituita una task force.
A fare il nome di Viktor fu il generale Leoni. Voleva, spiegò al responsabile della squadra speciale romana, che quel capitano di primo pelo vedesse un po’ di azione, prima di tornare sotto il suo comando. Viktor di azione ne vide poca, a Roma non era nessuno. Heidi, lo chiamavano i colleghi. Heidi con la fissa dei verbali.
E Heidi, dai verbali, riuscì a tirare fuori i dettagli che, pian piano, gli permisero di capire in quale zona lo Squartatore adocchiasse le sue prede. Solo che nessuno aveva tempo per uno come lui. C’era troppo da fare per perdersi dietro alle sue teorie. Inoltre Heidi non stava simpatico a nessuno. Non usciva mai, non dava confidenza, se ne andava in giro con quello sguardo allucinato e impartiva ordini senza senso. Se ne tornasse da dove era venuto.
Nel frattempo, nonostante i turni massacranti, nonostante ore e ore passate a setacciare indizi, testimonianze e testimoni, le vittime aumentavano. La stampa, la tv, Twitter, Facebook e il ministro degli Interni non facevano che aggiungere pressione alla pressione. Heidi insisteva, inascoltato.
Fu a quel punto che perse la testa? Qualcuno diceva di sì, ma era gente che non era stata nella task force. Altri dissero che fu per quello che accadde dopo.
Quando lo Squartatore prese Tanja.
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– Non si può essere invisibili, giusto Gert? Nessuno è invisibile. Eppure quell’uomo era invisibile. Ma le sue vittime non lo erano. Così, per trovare lui, partii da loro. Cercavo connessioni e zone morte. Svetlana voleva una vita normale, quindi pensai: dove non si sarebbe mai prostituita una come lei? Dove poteva fingere di avere la vita che sognava? E Nadia? Dove andava Nadia quando fingeva di essere un’altra persona?
– Nadia?
– L’ottava vittima, anche lei una prostituta. Era nata a Abuja, la capitale della Nigeria, e diceva di essere un’attrice. Nadia aveva dei sogni. Li leggevo fra le righe degli interrogatori delle prostitute che la conoscevano e dei papponi. Mai vista, solo un’amica. Che t’importa che fine ha fatto? Ma fra le righe, ecco emergere la vera Nadia. Connessioni. Una vita intrecciata ad altre vite. Una vita vera e una finta. Non fingiamo tutti, Gert? Tu fingevi di essere un fuorilegge. Dora finge di essere più grande della sua età. Nadia fingeva di essere un’attrice di belle speranze.
Viktor prese fiato.
– Fingeva anche Tanja, che era sparita da dieci giorni e di cui ancora non avevamo trovato il corpo. Fra le cose requisite nella roulotte dove viveva c’erano i libri di un corso d’italiano e un piccolo quaderno. Scriveva poesie. Così… Testaccio.
– Cos’è?
– Un quartiere di Roma frequentato da giovani universitari, intellettuali, e da quelli che vorrebbero esserlo. Svetlana ci andava a passeggio quando Michail doveva dare un esame; Sara, la terza vittima, ci seguiva un corso di cucina gratuito; Nadia ci seguiva un laboratorio di teatro. La scuola in cui Tanja prendeva lezioni di italiano era poco distante. Le connessioni si intrecciavano lì.
– Il ragno si era nascosto in bella vista.
– Non lui, – fece Martini. – Perché era lei a buttare le immondizie, ed era lei a trovare le ragazze. La zona morta era la madre dello Squartatore.
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La madre dello Squartatore possedeva un locale, il Pretty Reckless. Birra, alcolici, tavolini all’aperto. Niente droga; se qualcuno provava a spacciare nel suo locale, veniva subito denunciato. Le canne erano tollerate, ma niente di più.
La donna fu ascoltata da un appuntato. Un interrogatorio piuttosto approssimativo. Uno dei tanti, dopotutto, ordinati da Heidi che viene dai monti. Uno che non conosceva Roma e che quindi non sapeva niente della vita. Un serial killer a Testaccio? Solo a un sudtirolese poteva venire un’idea del genere.
La donna era stata cortese e precisa. Non era la prima volta che parlava con un carabiniere e non era né preoccupata né spaventata. Ricordava di aver visto, sì, quella povera ragazza il cui viso riempiva la foto che l’appuntato le stava mostrando, ma di non aver notato nulla di sospetto, al tempo. Aveva ordinato un Aperol e le era sembrata felice. Tutto qui. La foto era quella di Svetlana.
«Magari Svetlana era una cliente abituale che ordinava sempre la stessa cosa», rifletté il responsabile della task force.
«Con tutto il rispetto, non sono d’accordo. Quella donna non esita a denunciare spacciatori e teppisti. Ventidue denunce da parte sua negli ultimi tre anni», fu la replica di Martini.
«È una brava cittadina, e allora?»
«Se Svetlana fosse stata una cliente abituale, quella brava cittadina sarebbe corsa da noi non appena è stata rilasciata la foto della ragazza alla stampa, non le pare?»
«Quindi non la conosceva così bene da poterla definire una cliente abituale. È questo che mi sta dicendo?»
«Lei si ricorderebbe cosa ha ordinato un’emerita sconosciuta incontrata tredici mesi fa?»
Il capo della task force fece schioccare la lingua.
«Non ha altro da fare, Martini?»
La notte seguente Martini, senza alcun mandato, si intrufolò negli scantinati sotto il Pretty Reckless. Una specie di enorme magazzino con i tubi in bella vista dove proliferavano i ratti. C’erano dei ganci appesi a quei tubi. I ratti più grossi e aggressivi si arrampicavano fin lassù in cerca di carne: i pezzi mancanti delle vittime. Lo Squartatore lo trovava divertente. Scendendo le scale Viktor sentì le urla, perché lo Squartatore voleva che lui le sentisse. Estrasse la Cougar .45ACP, perché lo Squartatore voleva che si presentasse armato. Forse perché nessuno poteva reggere l’invisibilità in eterno.
«Così sei arrivato».
Tanja era coperta di piaghe, irriconoscibile. Mugolava. L’uomo le premeva il coltello fra le costole, metà della lama era già dentro la carne e dalle narici della ragazza uscivano bolle rossastre. I ratti le vorticavano intorno come impazziti. Fu allora che l’uomo con gli occhiali da miope e l’aria mite da ragioniere pose a Martini una domanda che mai più si sarebbe cancellata dalla sua memoria.
«Ne vuoi un pezzo?»
«Voglio, – rispose Martini. – Voglio che la lasci andare. Che…»
«È mia. Ma se vuoi posso dartene un pezzo».
«Non è tua».
«Ho pagato, – fece l’uomo, indignato. – Pa-ga-to. È mia e non puoi prendertela».
Martini mise il colpo in canna.
«A terra».
Lo Squartatore affondò il coltello fino all’elsa, Tanja rovesciò gli occhi e lo Squartatore la lasciò andare. Quando la testa della ragazza toccò il pavimento Martini sparò. Il .45 ACP colpì lo Squartatore alla spalla, spezzandogli la clavicola e facendogli fare una piroetta. Martini controllò il battito. Era buono. La ragazza, invece, stava morendo. Il cellulare non prendeva. Martini ammanettò lo Squartatore a un tubo poco distante, infilò la pisola nella fondina, sollevò la ragazza e la prese in braccio. I ratti si stavano già avvicinando, famelici. Il più aggressivo si alzò sulle zampe e sibilò. Martini lo scalciò e si lanciò verso le scale. Poteva sentire i bassi provenire dalle casse del Pretty Reckless sopra di lui, l’odore di sesso e alcol del venerdì sera. E quello del sangue della ragazza fra le sue braccia. Accecato dall’orrore, pensò di poterla salvare e non vide la donna che si ricordava dell’Aperol, la madre dello Squartatore, a gambe larghe che gli puntava contro una pistola. Lo costrinse ad arretrare. Martini ordinò alla donna di gettare l’arma e quella rise indicando la ragazza morente.
«Non è roba tua. La vuoi? Devi comprarla. E il suo prezzo è alto. Molto alto».
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– Tanja. Mi ero fatto tradurre le sue poesie, erano brevi e bellissime. Si spense fra le mie braccia. Poi toccò allo Squartatore. La madre mi costrinse a guardarlo mentre moriva dissanguato. Prese le chiavi delle manette dalle mie tasche e si ammanettò al cadavere del figlio. «Adesso puoi portare fuori la spazzatura», disse. E si sparò. Mi trascinai per il locale, con Tanja fra le braccia, in mezzo alla gente che ballava, rideva. Non mi vedevano. Zona morta. Ero diventato invisibile.
– Negativo. Nessuno è invisibile.
– Per un po’ lo sono stato. Poi una ragazza ha gridato. Un tizio mi è saltato addosso e… – Martini scosse la testa. – E qui finisce la storia dello Squartatore.
– Negativo. L’errore. Hai detto di aver fatto un errore. Quale?
– Quando Tanja è morta avrei potuto lasciarla cadere a terra, afferrare la donna, disarmarla e salvare lei e lo Squartatore. Ma non l’ho fatto.
– Volevi vendetta. Ucciderli. Negativo, – fece Gert trionfante. – Non è un errore.
– Non l’ho fatto per quello, – Martini sospirò. – I ratti non avevano pagato per Tanja, pensavo. Non gliel’avrei lasciata. Non facevo che pensare ai ratti. Era… mia. Non loro.
– Così hai, – scandì Gert: – … pa-ga-to.
Martini sentì di nuovo il sapore della pistola. Si portò la mano sul viso.
– Viktor? – Gert lo sfiorò. – Tanja scriveva poesie. Ne ricordi una?
– La più triste.
– Cosa diceva?
– Il lutto, – recitò Martini, – è amore che non può più tornare a casa.
Gli occhi di Gert si riempirono di lacrime.
– Qual è il mio errore? Cos’ho sbagliato?
12. continua