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Pericoloso per sé e per gli altri

Dora, 13 anni, è scappata di casa. Con lei, Gert. Gert che dà segni di squilibrio e ha una pistola. Due squadre sulle loro tracce. Quella del capitano Orlandi, e quella di Viktor Martini, l’inquilino dell’ufficio s. Gert ha mentito, i due bracconieri non sono chi dicono di essere e Martini è convinto di poterlo convincere a rivelare dove si trova Dora: raccontare i suoi errori  
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Quando Russo era piombato al maso, i tecnici del nucleo scientifico erano intenti ad analizzare il piano terra, con la Stube antica e le tracce degli incendi. L’irruzione dei Gis aveva creato un po’ di trambusto, e il dottor Tamanin e i suoi si erano presi un bello spavento. Che diavolo ci facevano lì le teste di cuoio? Il soggetto aveva dato loro una falsa indicazione, spiegò il sottotenente Russo, furibondo. Niente bambini prigionieri, gli aveva assicurato il dottore, solo la carcassa di un cane al piano rialzato. Russo non sembrava interessato a quei dettagli. Aveva fatto rapporto a Orlandi, aveva stretto la mano al dottor Tamanin, era risalito sull’elicottero ed era sparito all’orizzonte.
La disposizione di analizzare l’edificio puzzava di fregatura, aveva pensato Tamanin, valutando il da farsi. Sul foglio d’ordine c’era la firma di Orlandi, ma il capo della scientifica era convinto che Martini avesse usato qualche escamotage…
Quando Russo era piombato al maso, i tecnici del nucleo scientifico erano intenti ad analizzare il piano terra, con la Stube antica e le tracce degli incendi. L’irruzione dei Gis aveva creato un po’ di trambusto, e il dottor Tamanin e i suoi si erano presi un bello spavento. Che diavolo ci facevano lì le teste di cuoio? Il soggetto aveva dato loro una falsa indicazione, spiegò il sottotenente Russo, furibondo. Niente bambini prigionieri, gli aveva assicurato il dottore, solo la carcassa di un cane al piano rialzato. Russo non sembrava interessato a quei dettagli. Aveva fatto rapporto a Orlandi, aveva stretto la mano al dottor Tamanin, era risalito sull’elicottero ed era sparito all’orizzonte.
La disposizione di analizzare l’edificio puzzava di fregatura, aveva pensato Tamanin, valutando il da farsi. Sul foglio d’ordine c’era la firma di Orlandi, ma il capo della scientifica era convinto che Martini avesse usato qualche escamotage. L’arrivo dei ragazzi del Gis, ignari della loro presenza lassù, gliene aveva dato conferma. Una volta rimasto solo, Tamanin decise comunque di non abbandonare la scena. Sindrome del controllo, come diceva la sua ex moglie. E allora? Aveva ragione.
Diede istruzione ai suoi di passare al piano superiore. Detestava lasciare un lavoro a metà.
***

L’aria della sala interrogatori era spessa e viscida. Come in una palude. O un magazzino pieno di ratti. Martini, dopo aver raccontato quanto accaduto a Roma, sembrava invecchiato di dieci anni. Le borse sotto gli occhi si erano fatte più scure, il suo viso scavato era quasi un teschio.
Ripeté mentalmente la poesia di Tanja, e questo lo aiutò a ricordarsi che aveva un compito. Uno scopo. Mise a fuoco il viso di Gert.
Mostrò lo schermo del telefonino al prigioniero: lo spiazzo erboso sotto la Croda Rossa.
– Riconosci questo posto?
– Affermativo.
– Ci sei stato con Hannes?
– Come… – Gert batté le palpebre. – Come lo sai?
– Connessioni. Ho letto le chat fra te e Dora. È stato scortese da parte mia, ma è il mio lavoro. Negli ultimi mesi chattavi con lei quasi tutte le notti.
– Affermativo.
– Però alle volte non ti collegavi e Dora restava ad aspettarti, invano. Sai che le chat riportano l’ora, giusto? In alto a destra.
– Affermativo.
Per Martini quell’ammissione così candida fu un tuffo al cuore. Provava pietà per Gert. Per l’errore che aveva commesso. Ma non era ancora il momento di scoprire le carte. C’era la faccenda del maso. Come aveva detto a Orlandi, se Gert aveva mandato lì gli uomini del Gis significava che voleva comunicare con loro. Doveva approfittarne. Ma se Gert si fosse sentito minacciato…
– Erano le notti in cui andavi in giro con Hannes. Con il Renault. Hannes non era furbo come pensava.
– Diceva che saremmo stati invisibili.
– Nessuno è invisibile, Gert.
– Come?
– Hannes, – spiegò Viktor, – non spegneva il Gps del navigatore, staccava solo il collegamento del localizzatore satellitare con la centrale di sicurezza del parco. Perciò il Gps ha registrato tutti i dati. Ho visto quei posti, Gert. E non c’era niente di niente. Tranne in uno. Wieserhof, il maso diroccato in cui hai mandato le teste di cuoio.
Gert scosse la testa. Martini notò che gli tremavano le mani e gli mostrò la foto del maso per aumentare la pressione.
– Hai detto al capitano Orlandi che Dora si trovava qui. Perché?
– Occhi. Nel buio.
– Gli occhi nel buio sono… loro?
– Loro, – fece Gert, sprezzante, – non sono niente.
Viktor provò a scalfire la corazza di Gert attaccando da un’altra angolatura. – Hai sparato a Hannes con una 1911, una pistola. Non con un fucile. Era di Hannes la pistola?
– La tenevo io. A casa, – un guizzo nello sguardo di Gert. – Diceva che ogni tanto quelli della Legge andavano a rompergli le scatole. Così gliela tenevo io.
– Hannes aveva dei fucili?
Gert esplose in una risata.
– Negativo. Su dieci bottiglie, Hannes ne prendeva due. Non sapeva sparare. No, niente fucili.
Martini sentì una goccia di sudore colargli dalla tempia e lambire la ferita che gli aveva procurato Orlandi. Bruciava. Il dolore andava bene. Lo manteneva lucido.
– Loro usano fucili, giusto? Sono stati loro a colpire Hannes. Tu gli hai dato… il colpo di grazia.
E noi, pensò Viktor, li abbiamo lasciati andare. I due maledetti bracconieri eroi.
– L’ho protetto.
– Da loro.
Gert piegò la testa di lato.
– Capitano. Poi maggiore. Colonnello. Generale…
– Gerarchie, – tradusse Viktor. – C’è qualcuno sopra di loro, vero? Tu hai protetto Hannes. Non da loro, ma da quelli che comandano. Hai mandato gli uomini del Gis in quel maso per uno scopo.
– Affermativo. Fornire prove.
Il cuore di Martini si spezzò. Gert, che diavolo hai combinato? Gli mostrò due immagini scattate dagli uomini del Gis.
– Questi erano gli amici di Hannes, vero? Questi sono «loro».
– Alto e Basso, – Gert sorrise. – In gabbia. Con le prove del maso non escono più.
Martini lasciò lo smartphone sul tavolo rivestito di formica.
– Sono stati rilasciati. Ore fa.
Gert strabuzzò gli occhi.
– Rilasciati?
– Possesso illegale di arma da fuoco. Nient’altro. Non c’erano gli estremi per un fermo.
– Sono là fuori?
– Stanno cercando Dora. Forse l’hanno già presa.
– Negativo. Negativo. Loro non sanno di Dora. Dora è al sicuro.
Martini si appoggiò allo schienale della sedia dura e scomoda. Stanco. Erano arrivati al punto. Colpire. Fare male.
– Ricordi quando sei intervenuto per quel guasto elettrico al parco-zoo? Senza di te sarebbe andato tutto a fuoco.
Gert annuì, diffidente.
– Era il 30 maggio.
– Affermativo.
– Ricordi l’ora?
– Ventuno e venticinque. Ho sentito uno strano odore.
– Come fai a essere così preciso?
– Perché ho salutato Dora e chiuso la chat. Dora ha scritto «a dopo».
Martini gli mostrò la schermata della chat.
– Alle ventuno e trenta qualcuno ha aperto la chat che condividevi con Dora. Solo una persona poteva farlo: Hannes.
Gert scosse la testa.
– Negativo. Impossibile.
– Hannes sapeva di Dora. Ho controllato. Non era la prima volta che leggeva le vostre conversazioni.
– Impossibile. Negativo.
– Tu conoscevi bene Hannes, – Martini affondò il colpo. – Secondo te potrebbe aver parlato di Dora con Alto e Basso? Quei due non sono schedati. Non sono segnalati. Sono bravi in quello che fanno. Secondo te Alto e Basso conoscono le montagne come tuo padre? Possono aver capito dove hai nascosto Dora?
– Negativo. Negativo.
– Tutti lasciano tracce. Per questo stavano per catturarti. Tu non sei invisibile, non lo sei. Io ti vedo. Dora ti vedeva. Parlava con te, ti raccontava i suoi segreti, ti ha raccontato della lince. Ti voleva bene e non puoi voler bene a qualcosa che non vedi, Gert.
Gert si bloccò. La bocca spalancata. Alto e Basso conoscevano le montagne. Alto e Basso conoscevano i trucchi. Le trappole. Le false piste. Loro…
Gert iniziò a piangere.
– Hannes aveva detto che gli dispiaceva. Che per lui…
***

– … Sei come un fratello per me, Gert –. Hannes gli aveva sfregato i capelli. Lo faceva sempre e di solito a Gert quel gesto dava fastidio. Quel pomeriggio, invece, gli aveva fatto venire i lucciconi. – Ma è solo una vacanza, giusto?
– Affermativo. Un po’ di tempo.
– E non vuoi dirmi, – aveva chiesto Hannes, – dove vai?
– Negativo. È un segreto.
Hannes aveva allargato le braccia. – Segreti fra di noi?
– Solo uno, – aveva risposto Gert. – Piccolo.
– E va bene. Vieni qui.
Hannes aveva abbracciato Gert e Gert aveva sentito l’odore del proprio sudore mescolato a quello del dopobarba dozzinale dell’amico. Tutt’intorno il rumore del vento, gli alberi, il prato. Il Renault, vuoto, con cui Hannes gli aveva dato un passaggio.
Prima di dirsi addio Gert aveva tirato fuori la pistola dallo zaino e l’aveva allungata a Hannes.
– Questa è tua. Per sicurezza.
– Finirei per spararmi su un piede. Tienila. Non si sa mai.
Gert l’aveva nascosta fra schiena e pantalone. Hannes gli aveva fatto l’occhiolino chiudendo la portiera del passeggero e rimettendosi al volante. Era stato a quel punto che Gert aveva visto Alto e Basso che stavano per fare fuoco. Si era gettato a terra e aveva sentito Hannes urlare.
Se urlano, aveva detto suo padre, vuol dire che sono vivi. Gert era schizzato verso la macchia di pino mugo. Se sono vivi e urlano vuol dire che stanno bene. Gert aveva tolto la sicura dalla pistola. Sono quelli che non urlano che hanno bisogno di cure. Quelli stanno morendo. Gert aveva raggiunto la macchia e aveva visto i due, nascosti dietro al masso. Probabilmente erano lì da ore ad aspettarli.
Non se ne era chiesto il motivo. Aveva calcolato la distanza. Con la pistola non sarebbe mai riuscito a colpirli. Neppure suo padre ci sarebbe riuscito: ogni lavoro ha il suo strumento, diceva sempre. E da quella distanza aveva bisogno di un fucile.
Hannes era sceso dal Renault, le mani sulla pancia, lordo di sangue.
Camminava come uno zombie, verso di lui. – Gert… Gert…
Gert non si era mosso. Hannes era caduto in ginocchio rantolando il suo nome. Gert aveva chiuso gli occhi e si era tappato le orecchie. Non voleva vedere, non voleva sentire. Perché Alto e Basso non sparavano? Hannes invocava aiuto. Gert aveva pensato a tutte le volte in cui Hannes era stato volgare, a quelle in cui gli toccava coprirlo con i superiori. Alle battute oscene che faceva alla donna delle pulizie. E a quella sera in cui l’aveva trascinato in un bordello dove lui se ne era rimasto per mezz’ora a fissare il vuoto mentre una prostituta si limava le unghie e parlava al telefono. Hannes era suo amico? Affermativo. No. Negativo. Era colpa sua se aveva visto gli occhi nel buio.
E il maso.
– Per favore, Gert.
Hannes era arrivato al nascondiglio tra i pini. Soffriva. Gert aveva ripensato ai momenti belli fra loro. Hannes gli aveva insegnato a guardare i film dal computer dell’ufficio, l’ascoltava quando parlava della natura che stava morendo e di suo padre. Nessuno l’aveva mai ascoltato parlare di suo padre. Hannes gli aveva detto che doveva fregarsene di suo padre. Prendere il buono che gli aveva insegnato e mollare il resto. Non si può scegliere la famiglia in cui si nasce, giusto? Però era colpa di Hannes se Gert… Affermativo, Hannes meritava di morire. Negativo, Hannes non meritava gli occhi nel buio. Entrambi capirono che se Basso e Alto non avevano sparato per uccidere significava che li volevano vivi. Se li volevano vivi era perché li volevano catturare.
E c’erano cose peggiori della morte.
Gert aveva abbracciato Hannes, gli aveva puntato la pistola alla tempia e si era protetto il viso con la manica della giacca.
– Scusa, Gert, – aveva mormorato Hannes.
– Per cosa?
– E grazie. Per questo.
Gert aveva sparato.

***
La voce della dottoressa De Carli lo chiamò, tremante. La voce della dottoressa De Carli non tremava mai.
– Dottore?
Prima di vedere cosa celava la terza stanza il dottor Tamanin non aveva mai creduto alla leggenda secondo cui esisterebbe un limite agli orrori cui un uomo può assistere, una roba da poliziesco, un’invenzione. Gran parte dell’orrore che gli era passato davanti durante la carriera si poteva racchiudere in quattro categorie. Incidenti stradali, overdose, suicidi e, in misura minore, omicidi.
Tamanin aveva imparato a passare sopra il disgusto e la pietà sin dai primi anni di servizio. Il disgusto era istintivo, inevitabile. La pietà andava trasformata in rispetto. Rispetto per la vittima, per i parenti, e per la propria professione. Rispetto significava distacco. Distacco era: inchiodare il bastardo.
– Dottore? La prego…
<CJ3>***</CJ>
Lo sparo aveva colto Alto e Basso di sorpresa. Avevano scelto la zona Geiger per l’appuntamento con Hannes perché sapevano che si sarebbe portato dietro il mentecatto. Era perfetto, visto che dovevano eliminare entrambi. Però sapevano quanto Gert fosse bravo con la pistola.
La zona Geiger, con il masso erratico a meno di duecento metri da dove Hannes era abituato a parcheggiare il Renault, garantiva loro la massima protezione non solo alla vista, ma anche dalla portata della 1911. Al contrario di quello che Gert aveva pensato, Alto aveva sparato non perché li volesse vivi, ma perché voleva che Hannes urlasse. Le urla avrebbero dovuto mandare su di giri il mentecatto e così era stato. Gert era schizzato verso la macchia di pino mugo e si era gettato a terra. Pura reazione animale. Le urla sarebbero proseguite, il mentecatto si sarebbe fatto prendere dal panico, avrebbe scaricato tutti i proiettili della 1911 e il gioco sarebbe finito.
Però qualcosa era andato storto. Gert non aveva aperto il fuoco se non un’unica volta.
– L’ha ucciso, – aveva detto Alto, incredulo.
– Impossibile.
– Ha ucciso Hannes. Ho visto il sangue schizzare.
Alto e Basso avevano la potenza di fuoco, ma da dove si trovavano non potevano vedere Gert. Lui forse poteva farlo, ma la sua arma non poteva colpirli con la dovuta precisione e aveva poche munizioni. E Gert non aveva una via di fuga. Dietro di lui c’era un salto di ottanta metri. Stallo.
Alto e Basso avevano aspettato come durante la caccia con l’esca in inverno. Prendi una balla di fieno, la metti in uno spiazzo e attendi che la fame dei cervi o dei daini faccia il resto. L’unica cosa che devi fare è saper aspettare. Alto e Basso erano dei campioni in questa disciplina.
La notte era passata. Era giunta l’alba. Il camion avrebbe attirato l’attenzione. Alto e Basso avevano iniziato a innervosirsi. Fu Alto a decidere.
– Tu mi copri e io avanzo.
Basso aveva annuito.
Alto aveva strisciato, contando i metri. Quando era entrato nel raggio d’azione della 1911 aveva cominciato a contare i respiri. Ognuno poteva essere l’ultimo. Aveva continuato a strisciare fra i pini bassi e contorti, perché sapeva che non aveva altra scelta. Hannes aveva fatto una cazzata e toccava a loro mettere le cose a posto. Al settantaduesimo respiro Alto aveva trovato il cadavere di Hannes. Di Gert non c’era traccia. Aveva alzato la mano e lanciato un richiamo a Basso.
– Resta lì.
Poi aveva seguito le impronte di Gert e aveva capito.
– Figlio di buona donna.
Gert, in qualche modo, era riuscito a scendere giù per il burrone e scappare. D’altronde, come gli aveva detto Hannes, di suo padre Gert poteva buttare le cose peggiori e tenere gli insegnamenti buoni: sparare, costruire trappole, scalare.
– Ci ha fatto fessi, – aveva concluso, Basso.
– Per ora.
– Quanto vantaggio ha?
– Che importa? – aveva detto Alto. – Sappiamo cos’ha in mente, no?
– L’amichetta. E poi?
– E poi speriamo di non essere noi quelli a sparire.
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La dottoressa De Carli aveva ancora in mano l’erogatore di Luminol. Nessun cane poteva aver perso tutto quel sangue. Il sangue portava a un armadio a muro, e il cadavere nell’armadio era il motivo per cui il cane era morto: inalazioni tossiche. Povera bestia, doveva aver sofferto le pene dell’inferno.
Proprio come il cadavere che l’acido aveva cercato maldestramente di celare. No, non acido, pensò Tamanin. Se fosse stato usato dell’acido del cadavere avrebbero trovato molto meno.
Soluzione basica, pensò il capo della scientifica, non acida.
Basica, come quella del Renault.
Il cadavere era di una donna. A un primo esame, minorenne. Il cranio presentava numerose fratture, la pelle e la carne erano sciolte ma aveva ancora dei capelli attaccati, sopravvissuti per miracolo all’azione della soluzione. Braccia spezzate, mani spezzate. La mente che aveva ridotto quel cadavere in simili condizioni non poteva essere umana, pensò Tamanin. Nessun essere umano avrebbe mai…
– Dottore?
La De Carli ci mise un po’ a ottenere la sua attenzione.
– Cosa?
– Avverto Orlandi?
Tamanin scosse la testa.
– Vada a prendere un po’ d’aria, dottoressa.
La De Carli fu ben felice di assecondarlo.
Tamanin scattò un paio di foto al cadavere. Le allegò a una e-mail di poche righe che inviò a Martini.
***

Gert lasciò andare un gemito, lungo e straziante, che aveva il sapore del ferro e delle lacrime. Mentre il gemito si trasformava in una serie di singhiozzi soffocati arrivò l’e-mail dal dottor Tamanin.
Martini capì. Finalmente le connessioni lo portarono dritto nella zona morta. L’invisibile osceno attorno a cui ruotava tutta quella storia. La dinamica insensata della sparatoria. Gli occhi nel buio. Gert e Hannes: non ragni, ma mosche. Alto e Basso che obbediscono agli ordini perché, come gli aveva fatto capire Gert, anche il male possiede una gerarchia. Al vertice: la zona morta. A cui Alto e Basso stavano per offrire Dora.
Pa-ga-to. Cantilenò la voce dello Squartatore. Pa-ga-to. Disse Svetlana. Pa-ga-to. Cantò Sally. Pa-ga-to. Pianse Sara. Pa-ga-to. Urlò Tanja.
Martini non disse nulla. Guardò Gert. Prese una decisione. Folle. Afferrò il prigioniero per la spalla e lo costrinse ad alzarsi.
Pa-ga-to.
Pa-ga-to…

***
Melan apprezzava la compagnia femminile e, nonostante non fosse un adone, la compagnia femminile ricambiava. Però quello era il suo tempo libero. Non aveva mai portato a cena una donna per obbedire agli ordini di un superiore. Tanto più una Pm. Era a disagio. Inoltre la Pellegrini era davvero bella. Quei capelli, quegli occhi. Melan, mentre mangiavano, doveva costringersi a non fissarla troppo a lungo. Sarebbe stato scortese. Ma il motivo per cui, malgrado l’appetito, il carabiniere scelto mangiò poco e niente era la frase con cui Viktor l’aveva congedato.
«Non vuoi assistere a un reato, vero, recluta?»
Il brigadiere Terlizzi, il primo giorno in cui erano stati affiancati, gli aveva fatto un discorsetto. Probabilmente quello che il brigadiere considerava il discorso da propinare ai nuovi arrivati come lui.
Questa divisa è sporca di sangue, gli aveva detto. Sangue di gente onesta che ha dato la vita per proteggere gli altri. Devi esserne fiero. Se guardi bene, però, c’è anche del fango. Ce l’hanno messo quelli che chiamano «mele marce». Io li chiamo uomini da niente. Ogni mattina, quando indossi questa divisa, pensa al sangue, pensa al fango e fatti una domanda. Sei un uomo da niente?
Da che aveva obbedito all’ordine del capitano Martini non faceva che pensarci. Stava sporcando di fango la divisa per cui un sacco di brave persone avevano dato la vita? Cosa stava facendo Martini al prigioniero? Lo stava interrogando a telecamere spente per metterlo più a suo agio o lo stava massacrando di botte?
– Melan?
La dottoressa Pellegrini non aveva aperto bocca per tutta la durata <CS9.4>della cena, troppo intenta a far fuori una porzione extra di gulasch e metà (forse più della metà) del tagliere di benvenuto: speck, formaggi locali e gli immancabili cetriolini sott’aceto. Arrivata al dolce, panna cotta e frutti di bosco, finalmente sazia, si era resa conto del nervosismo del suo commensale. Non era un’ingenua. Nessun carabiniere scelto avrebbe mai osato invitare a cena una Pm, a meno che qualcuno non gliel’avesse suggerito. Un superiore, magari. Avevano alle spalle due giorni insonni o quasi, avevano mangiato poco e male. Un gesto di cortesia per interposta persona. Pensando agli strani modi del capitano Martini, quasi tenero. Però Melan era un po’ troppo sulle spine.
– Sputa il rospo.
***

Orlandi rimirava la Beretta .45 ACP di Martini. Era riuscito a convincere Baldini a tornare a Bolzano per una dormita. Aveva sbraitato al telefono con il generale Leoni, cosa che gli aveva dato un gran gusto, raccontandogli per filo e per segno della pistola sotto il mento e dell’aggressione subita. Leoni aveva promesso che avrebbe preso provvedimenti, ma solo dopo che la ragazzina fosse tornata sana e salva fra le braccia dei genitori. L’ultima parola, aveva pensato Orlandi ringraziando e interrompendo la comunicazione, era sempre del più alto in grado.
Orlandi si rendeva conto di aver stretto un patto implicito con Martini, ma sapeva anche che i vantaggi erano superiori agli svantaggi. Se Viktor avesse dato di matto e pestato il detenuto, uno psicotico che aveva rapito una minorenne, in quanti si sarebbero stracciati le vesti? Lui no di certo. Soprattutto non dopo la telefonata in cui aveva chiesto chiaro e tondo a Leoni che Martini fosse rispedito a casa, dichiarando di averlo esautorato dall’autorità che lo stesso generale gli aveva restituito. Gli aveva persino confiscato l’arma. Ci sarebbe stata un’inchiesta e lui avrebbe fatto buona impressione. Ne sarebbe venuto fuori immacolato. Se invece Martini fosse riuscito a spremere il prigioniero, con le buone o le cattive non faceva differenza, sarebbe stato il comandante delle operazioni, e cioè lui, a raccogliere i frutti di quel lavoro. Ancora una volta Orlandi avrebbe vinto. Certo, pensò a disagio, sempre che Martini non esagerasse. Controllò l’orologio. Cinquanta minuti. Sufficienti. Ripose la Beretta di Martini nella custodia, la infilò nel cassetto, lo chiuse a chiave, e si avviò verso la sala interrogatori. A metà strada incrociò la dottoressa Pellegrini e il carabiniere scelto Melan. La prima era livida di rabbia, il secondo era pallido come un fantasma.
– Lei lo sapeva? – lo aggredì la Pm.
– Sapevo cosa?
La Pellegrini gli indirizzò un’occhiata sprezzante. Raggiunse la porta della sala interrogatori e provò la maniglia. Non si apriva. Bussò senza ottenere risposta.
– Può aprirla?
– Dovrebbe essere aperta… – rispose Orlandi fingendosi meravigliato.
– Se è successo qualcosa al detenuto…
– Melan, la chiave, subito.
Il carabiniere volò giù per le scale: all’interno dell’armeria si trovava una bacheca con la copia di ogni chiave della centrale.
– Quanto a lei, dottoressa, sappia che prima di rivolgere delle accuse è meglio…
Melan tornò più pallido di prima. – Capitano?
La Pellegrini gli strappò la chiave dalle mani.
– Capitano?
La stanza era vuota. Le manette sul tavolo, aperte.
– Capitano! – gridò Melan.
Orlandi e la Pellegrini si voltarono nella sua direzione.
– Lo Spas, signore, – mormorò Melan. – È sparito lo Spas dall’armeria.
- Orlandi sbiancò.
La Pm guardò prima il carabiniere scelto, poi Orlandi.
– Che diavolo è uno Spas?