L'animale più pericoloso. La zona morta
Luca d'Andrea , di LUCA D'ANDREADora, 13 anni, è scappata di casa. Con lei, Gert. Gert che dà segni di squilibrio e ha una pistola. Due squadre sulle loro tracce. Quella del capitano Orlandi, e quella di Viktor Martini, l’inquilino dell’ufficio s. Dora è in mano a gente senza scrupoli, Martini e Gert sono sulle sue tracce. Il carabiniere e l’asassino. Ogni regola è infranta
lto e Basso sapevano che Hannes allungava le mani sulla «carne». Sapevano anche che ne aveva fatto sparire una, al maso Wieserhof. Hannes aveva detto che la tizia era scappata e che Gert aveva dovuto abbatterla, poi con la soluzione del Renault avevano sciolto il cadavere. <CF2002>Puff</CF>, non c’era più. Stefano, quando aveva saputo dell’accaduto, aveva commentato: «Nessun cadavere, nessun reato. Ma che non si ripeta. E niente paga le prossime due volte. Le bionde valgono di più». A maggio, però, Basso si era accorto che qualcosa non andava, nel cassone del Renault.
L’odore era diverso.
– E allora? Magari ha cambiato marca di candeggina, – aveva scherzato Alto. Però Basso, quando si ficcava in testa un’idea, era capace di rimuginarci sopra per settimane. A maggio, mentre Hannes accompagnava la carne in fila indiana e a testa china verso un Tir con targa olandese che le avrebbe portate…
L’odore era diverso.
– E allora? Magari ha cambiato marca di candeggina, – aveva scherzato Alto. Però Basso, quando si ficcava in testa un’idea, era capace di rimuginarci sopra per settimane. A maggio, mentre Hannes accompagnava la carne in fila indiana e a testa china verso un Tir con targa olandese che le avrebbe portate…
lto e Basso sapevano che Hannes allungava le mani sulla «carne». Sapevano anche che ne aveva fatto sparire una, al maso Wieserhof. Hannes aveva detto che la tizia era scappata e che Gert aveva dovuto abbatterla, poi con la soluzione del Renault avevano sciolto il cadavere. <CF2002>Puff</CF>, non c’era più. Stefano, quando aveva saputo dell’accaduto, aveva commentato: «Nessun cadavere, nessun reato. Ma che non si ripeta. E niente paga le prossime due volte. Le bionde valgono di più». A maggio, però, Basso si era accorto che qualcosa non andava, nel cassone del Renault.
L’odore era diverso.
– E allora? Magari ha cambiato marca di candeggina, – aveva scherzato Alto. Però Basso, quando si ficcava in testa un’idea, era capace di rimuginarci sopra per settimane. A maggio, mentre Hannes accompagnava la carne in fila indiana e a testa china verso un Tir con targa olandese che le avrebbe portate chissà dove, Basso ne aveva approfittato per dare un’occhiata.
Da uno stipetto nell’abitacolo aveva preso guanti e occhiali protettivi. Con delicatezza aveva iniziato a svitare il coperchio del barile in cui era conservata la soluzione «pulisci-tutto».
– Che stai facendo?
Per poco Alto non gli aveva fatto venire un infarto.
– Controllo.
– Gert si sta agitando. Sbrigati.
– Lo scemo?
– Ha una pistola. E mi sembra più nervoso del solito, in questo periodo. A te no?
– A me sembra il solito mentecatto.
Basso aveva aperto il barilotto.
– Merda.
L’acido non c’era. Al suo posto, tre panetti sigillati. Non bisognava essere dei geni per capire di cosa si trattasse. Hannes stava facendo il furbo.
I due bracconieri si erano intesi al volo, come sempre quando c’era da premere il grilletto. Erano entrati in quella specie di feeling che permetteva loro di comunicare senza dover parlare. Basso aveva richiuso il barilotto, si era sbarazzato di occhiali e guanti e con un sorriso era uscito dal retro del Renault. Hannes, salutato l’autista del Tir, aveva mostrato loro quattro buste di contante. Una per Basso, una per Alto, una per Gert e una per sé. Alto e Basso sapevano che del contenuto della busta Gert vedeva al massimo qualche spicciolo, ma non gli era mai importato. Si erano salutati come niente fosse. Hannes e Gert erano tornati al parco-zoo a bordo dell’autocarro, mentre Alto e Basso avevano preso la solita strada. Giusto per qualche chilometro. A un distributore di benzina avevano fatto dietro-front, si erano immessi nel traffico dei pendolari, poi avevano parcheggiato a un isolato di distanza dall’appartamento di Hannes, avevano scassinato la serratura e lo avevano aspettato. Senza fumare.
Quando Hannes era rientrato, a notte inoltrata, era mezzo sbronzo e su di giri per via della cocaina. Alto lo aveva colpito al plesso solare, mozzandogli il respiro. Basso gli aveva infilato una coperta sulla testa, lo aveva afferrato per il collo e lo aveva spinto verso il bagno. Alto aveva chiuso la porta con delicatezza, per non insospettire i vicini, aveva aperto l’acqua della vasca e acceso la radio. Gli avevano tolto la coperta dalla testa e lo avevano pestato per bene. Colpi mirati, per non lasciare lividi esposti. Stomaco, fegato e reni, soprattutto. Poi, una volta riempita la vasca, avevano afferrato Hannes e ce lo avevano buttato dentro.
Hannes ci aveva messo un po’ a tornare alla realtà: due uomini facevano dondolare una radio a pochi centimetri dall’acqua in cui era immerso fino al torace.
– Abbiamo staccato la presa a terra.
– Perché?
– Niente salvavita.
– Perché?
– Perché hai fatto il furbo.
– Io non…
– Vuoi morire così?
Hannes aveva iniziato a piangere. La vista di quell’ometto viscido che piangeva aveva fatto provare ad Alto l’impulso di mettere in pratica la minaccia. Una bella scarica elettrica e problema risolto. Non lo aveva fatto solo perché sapeva che la morte di Hannes avrebbe suscitato domande. Non da parte della Polizei austriaca, ma da parte di quelli che stavano sopra Stefano. Quelli che reggevano le fila del traffico di carne. L’organizzazione al cui apice sedeva Juju.
Alto, Basso, Hannes e Gert avevano incontrato Juju una sola volta e non avevano intenzione di ripetere l’esperienza. Juju era materiale per incubi. Come aveva detto Stefano prima di introdurli: «La seconda volta che incontri Juju significa che stai per morire».
– Pensi che siamo due idioti?
– No, non lo penso.
– E invece sbagli. Noi siamo due idioti. È il motivo per cui ci hanno scelti per questo lavoro.
Hannes li aveva guardati, confuso. Cosa poteva dire per impedirgli di ucciderlo? Era rimasto in silenzio. La radio mandava in onda <CF2002>99 Luftbaloon</CF>.
– Indovina? Se due idioti come noi hanno capito il tuo trucco…
Hannes cominciò a battere i denti.
– Non succederà più, non…
Mentre Gabriele Susanne Kerner, alias Nena, cantava di piloti da caccia che si credevano Capitan Kirk, Hannes aveva raccontato di un debito di gioco, di un favore a un amico, di essersi fatto prendere la mano e che quella sarebbe stata l’ultima, lo giurava, l’ultima spedizione. Tutto risolto. Non era necessario ricorrere alla violenza. Lasciamo perdere la radio e i kilowatt penzolanti.
– Non volevo fregarvi. Non volevo…
– Prega solo che non l’abbia scoperto.
– Chi?
– Juju.
***
Gli uomini del Gis partirono poco prima della mezzanotte, silenziosi e concentrati. Le gazzelle della polizia si erano unite alle pantere dei carabinieri lungo il perimetro disposto dal generale Leoni, e lo stesso Leoni, atterrato meno di mezz’ora prima, era piombato su di loro come un’aquila inferocita.
Melan se ne stava in disparte a osservare la stazione di San Candido che si svuotava. La dottoressa Pellegrini era uscita nella zona fumatori, una delle sigarette di Terlizzi fra le mani, ancora indecisa se accenderla o no. Quando il brigadiere riemerse dall’ufficio comando era pallido e sudato. Melan si mise sull’attenti.
– Sta partendo una caccia all’uomo.
– L’ho visto.
– Sai chi è il bersaglio?
– Schafer?
– E Martini.
Melan si portò le mani al viso. Terlizzi si schiarì la voce.
– Ricordi il nostro primo fermo, Melan?
Come dimenticarlo. La Cbr rossa. Il tizio a cui l’avevano sequestrata aveva dato di matto; Terlizzi l’aveva atterrato, e la moto era stata sequestrata perché il motore era truccato. C’era un processo in corso. Terlizzi allungò al giovane carabiniere una chiave.
– È in fondo all’hangar.
– Ma…
– Sotto il sedile c’è una mappa. Sulla mappa ci sono delle indicazioni.
– L’ordine è di restare qui ad attendere…
–Vidi, talìa e va adashu, – Terlizzi tentennò, lo squadrò da capo a piedi. – Rettifico. Vai veloce come il demonio, Melan. E portati la Beretta. Quella è gente… – scosse la testa. – No, quella non è gente. Capisci?
Melan passò dalla porta sul retro, correndo sotto la pioggia. Quando uscì dall’hangar, con il casco infilato nel gomito e spingendo la moto, si accorse che qualcuno lo stava aspettando, braccia conserte e sigaretta ancora spenta fra le dita. La dottoressa Pellegrini. L’aveva dimenticata.
– Qualunque cosa tu stia facendo la faremo insieme.
– C’è un solo casco.
– Balle. Alza il sedile.
Insieme al secondo casco c’era la mappa di Terlizzi.
– Cos’è quella?
– Indica la posizione del cellulare di Martini.
– Chi te l’ha procurata?
– Non…
– Parla.
– Terlizzi. Credo sia… spaventato.
La Pellegrini si infilò il casco. – Motivo in più per sbrigarsi.
Melan le mostrò la mappa. – Sono strade sterrate. Con questa moto è un bel rischio.
– Mi fido di te.
– C’è la possibilità di un conflitto a fuoco.
– Hai la Beretta?
– Certo.
– Come te la cavi al poligono?
– Ho una buona media.
La dottoressa Pellegrini salì sulla moto.
<CJ3>***</CJ>
La visibilità, fra l’acqua e l’intrico dei rami della foresta, era scarsa. Il fango e il muschio rendevano ogni passo un azzardo. Gert procedeva con sicurezza, Martini faticava a stargli dietro. Si era fatto consegnare lo Spas e il fucile a pompa lo rallentava. Era pesante e scomodo da maneggiare.
– Gert… – sibilò. – Sei sicuro che sia questa la strada?
– Affermativo. Questa, – spiegò Gert guardandosi attorno, – è la scorciatoia per la strada giusta. Me l’ha insegnata mio padre. Lui conosceva tutte le strade giuste. Qui, in Trentino, in Austria, in Veneto. Era un soldato. Poi l’hanno congedato. Succede a quelli che disobbediscono. Come te.
– Spero davvero di non essere come tuo padre, Gert.
Se Alto fosse stato presente avrebbe detto che gli occhi di Gert iniziarono a guardarsi dentro.
– Ti piaceva tuo padre? – gli chiese Gert.
– Sono rimasto orfano a quindici anni. Di solito i padri si conoscono davvero solo più avanti, prima sono una specie di mistero. C’è stato un incidente stradale. Un colpo di sonno, cose che capitano. Ne ho persi due insieme. Mamma e papà. Papà era un carabiniere e l’Arma si è presa cura di me.
– L’uomo che ti ha chiamato?
– Il generale Leoni, sì. Era amico di mio padre. Fu lui a mandarmi in collegio a spese dell’Arma. Ci stavo bene. E mi sono arruolato.
– Perché?
Martini scosse la testa.
– Ci credi se ti dico che non me lo ricordo?
Gert fece spallucce.
– Affermativo.
– Posso farti una domanda, Gert?
– In cambio mi darai il fucile?
– Nemmeno per sogno. Dov’era Dora? Qual era il tuo rifugio? È l’unico particolare che mi sfugge.
Gert si lasciò sfuggire una risata. – Guerra bianca.
Georg Schafer era un uomo minuto che al figlio sembrava grande come un orso. Sembrava tante cose, Georg Schafer, tranne che un padre. Gert non poteva chiamarlo papà, solo «signore». Di fronte a lui non si diceva sì o no, ma «negativo» e «affermativo». Ed era proibito parlare della mamma. Se Gert si azzardava a nominarla veniva punito. Vergate sulle cosce. Suo padre diceva che nell’esercito lo facevano spesso, per mettere in riga le reclute. Era un modo per spurgare il corpo. Quella del corpo da spurgare era una delle tante teorie di Georg. Ne aveva in quantità. Gli additivi chimici nel cibo per minare la virilità degli uomini, massoni ed ebrei che controllavano il mondo. Un’infinità di teorie, soprattutto quando si attaccava alla bottiglia. In ogni caso, il corpo andava spurgato. Col sudore, il più delle volte, col sangue, altre. Far spurgare il corpo col sudore a Gert piaceva. Significava stare giorni, magari settimane, all’aria aperta. Dormire nei sacchi a pelo, oppure all’addiaccio. Mangiare poco e patire il freddo, ma anche ascoltare le storie di suo padre. Da sobrio Georg Schafer era un formidabile narratore. Di racconti di guerra, ovviamente, perché Georg Schafer non sapeva parlare d’altro. Vietnam, Afghanistan, quello inglese, quello sovietico e quello americano, Corea, Stalingrado. Georg Schafer però era ossessionato dalla «guerra bianca», come la chiamava lui, la parte della Prima guerra mondiale combattuta sulle vette alpine. A meno quaranta, trascinando mortai di settanta o ottanta chili. Alpini contro Kaiserjäger. Rollen Bomben, muli sfiancati dalla stanchezza, epidemie di influenza, valanghe che spazzavano via tutti. I Mascabroni e Cima Undici. Morti. Freddo.
E bunker.
– Come facevi a sapere che non li avremmo controllati?
– Li avreste controllati. Ma non quello di Dora.
– Perché?
– Perché quello di Dora è crollato. Ma mio padre aveva scoperto che una parte era ancora integra. Per trovarlo devi sapere esattamente dov’è, altrimenti… Negativo.
– E come fai a sapere dove Alto e Basso stanno portando Dora?
– Non hanno scelta. È dove abbiamo incontrato Juju la prima volta.
***
La telefonata era arrivata da Stefano. Era agitato. Aveva detto ad Alto che Hannes usava il Renault per portare avanti un affare parallelo. Droga. Cocaina ed eroina. Aveva letto di quei due morti di overdose nei bagni della stazione dei treni di Trento? Di quell’albanese morto in un incidente d’auto a Salisburgo? Del tizio sparito a Vienna? Dei due fratelli rimasti uccisi da un incendio a Terlano?
– Facevano parte della gang con cui Hannes si è messo in affari. A loro è andata bene. Sono crepati in fretta. Di solito Juju usa metodi più… pittoreschi.
Alto aveva la bocca secca, arsa dalla paura. Cosa poteva esserci di peggio che bruciare vivi?
– Pittoreschi?
– Ci sono voci che non sono voci. E che è meglio non riferire al telefono.
– Ci controllano? Gli sbirri?
– No.
– Sicuro?
– Gli sbirri no.
Alto si era dovuto sedere. Le gambe all’improvviso non lo sorreggevano più.
– Che dobbiamo fare?
– Voi sapevate dei traffici di Hannes?
Inutile mentire.
– Sì.
– Da quando?
– Fine maggio.
Un momento di silenzio, Stefano stava calcolando.
– È per questo che poi ha smesso, giusto?
– L’abbiamo convinto con le cattive.
Una risata di scherno.
– Tu non sai cosa sono le cattive. Però questo potrebbe salvarci la pelle.
– Salvarci?
Stefano si era infervorato. – Sono stato io a farvi entrare nel business, giusto? Io ho garantito per voi. Hannes non ha solo fatto dei soldi alle spalle di Juju, non ha soltanto messo a rischio i suoi affari, Hannes ha mancato di lealtà.
– Ma noi l’abbiamo fatto smettere, – aveva balbettato Alto. – Siamo solo due idioti…
– Hannes. Quel Gert, il mentecatto. Li voglio morti. Sarete voi a farlo.
Tre giorni dopo Alto e Basso erano dietro le rocce di zona Geiger che attendevano l’arrivo del Renault. Avevano un piano perfetto per uccidere Hannes e Gert.
O così credevano.
***
All’improvviso la salita, come era iniziata, finì su un picco spazzato dal vento e cominciò la discesa. Martini si dovette aggrappare ai tronchi dei larici per non scivolare. Arrampicarsi con il fango era un’impresa. Scendere in mezzo a quel temporale significava rischiare l’osso del collo. Eppure Gert, sempre davanti, saltellava da una zolla all’altra con la grazia di un folletto, evitando le radici nodose degli alberi e le pietre viscide che emergevano dal terreno.
Il temporale non scemava, anzi, la sua intensità sembrava raddoppiare a mano a mano che i minuti scorrevano, quasi volesse incitarli a fare in fretta.
Il generale Leoni lo aveva chiamato di nuovo. Non certo per localizzarlo, quello l’avevano fatto già da tempo. Liberarsi dello smartphone sarebbe stato inutile. Di certo nella stazione di San Candido c’era uno schermo che indicava la loro posizione. Montagne permettendo. In ogni caso, presto o tardi sarebbero piombati loro addosso quelli del Gis. Se così fosse successo, per Dora sarebbe stata la fine. Per questo Viktor e Gert procedevano infischiandosene del fango e della pioggia. Era una gara di velocità. Viktor non aveva risposto alla chiamata del generale perché c’era un solo motivo per cui Leoni lo stava chiamando: suo padre. A Gert aveva detto che Leoni e suo padre erano stati amici, ma in realtà il generale era stato qualcosa di più per suo padre: Leoni gli aveva salvato la vita durante un banale controllo lungo una strada secondaria. Una station wagon con targa pulita e documenti in regola. Il tizio alla guida però era sembrato agitato, così suo padre e Leoni l’avevano fatto scendere, pensando che avesse della droga nascosta, dell’hashish o magari qualcosa di più forte. Mentre il padre di Viktor scambiava due chiacchiere con quell’uomo sempre più nervoso, Leoni aveva controllato il bagagliaio: c’era una donna, imbavagliata, pesta ma viva nonostante il profondo squarcio all’addome. La moglie dell’uomo, anche se questo i due ancora non potevano saperlo. Come non potevano sapere della pistola che l’uomo aveva brandito contro il padre del capitano Martini, immobilizzato dalla paura.
Leoni era stato più svelto. Un colpo al ginocchio, preciso, un calcio alla pistola per scaraventarla lontano, manette, radiomobile per chiamare rinforzi e ambulanza. Per il Martini bambino, quell’uomo con i baffi e la fronte solcata di rughe era lo zio che aveva salvato la vita di papà.
Oggi era quanto gli restava della sua famiglia.
Se Viktor fosse morto, al suo funerale ci sarebbe stato solo lui. Meglio così, pensò Martini. Meno dolore sul piatto della bilancia. La storia di Dora non poteva avere un’happy-end. In ogni caso. Anche se avesse salvato la bambina (non se, si disse, lei non è Tanja, lei si salverà, e dopo salverà anche quei dannati cuccioli di lince) lui avrebbe perso la divisa e probabilmente parecchi anni di libertà.
L’idea di perdere la divisa, stranamente, gli fece provare una fitta. Si era arruolato per affetto nei confronti di quello «zio» che gli aveva tenuto la mano sulla spalla al funerale dei genitori. Dopo l’addestramento aveva preferito un po’ d’azione prima dell’accademia perché voleva mettersi alla prova. Quando la strada gli aveva mostrato ciò di cui era capace, Martini aveva deciso di entrare in accademia perché voleva giustizia. La giustizia gli era sembrata importante.
Poi c’era stata la faccenda dello Squartatore.
Quando si era infilato giù per le scale del magazzino sotto il Pretty Reckless, voleva vendetta. Dopo tutte le ore, i giorni, le notti passate a vagliare testimonianze cercando di immaginare quelle ragazze nel pieno della vita, ritrovandosi a parlare con loro come un negromante che interroga i morti, Martini voleva solo piantare una .45ACP in faccia al mostro. Il punto vuoto al centro di quella ragnatela di interconnessioni fra vite spezzate. Poi il mostro era morto e lui aveva capito di aver perso anche il desiderio di vendetta. Il lutto, aveva scritto Tanja, è amore che non può più tornare a casa. Però l’amore poteva trovare un’altra casa. Forse meno accogliente, di sicuro diversa. Ma poteva farcela. Cosa succedeva, però, se la tua anima spalancava gli occhi e scopriva che i ratti erano sempre affamati e che c’era un prezzo per ogni cosa? Dove poteva cercare rifugio quell’anima? Al padiglione W dell’ospedale psichiatrico Santa Maddalena di Orvieto, ecco dove. Lì, in solitudine, Martini aveva deciso di accettare l’offerta di Leoni. Restare ancora un po’ fra i buoni. Farsi mandare in un posto tranquillo. Un po’ di routine. Poi, aveva detto, decideremo insieme, ti va, ragazzo?
«Generale?»
«Sì?»
«Noi siamo i buoni?»
«Noi siamo quelli che dànno la caccia ai cattivi. E tu sei bravo a farlo».
Era andata male. Dora, Gert…
– Ecco il posto, – sussurrò Gert gettandosi a terra.
Una baracca di lamiera. La baracca dava su una strada sterrata. Martini capì perché Gert aveva scelto quella scorciatoia. La baracca garantiva una visuale quasi a trecentosessanta gradi. Quasi. Gert e il capitano Martini si trovavano nell’unico punto cieco a circa cinquanta metri in linea d’aria.
Felci e abeti la cui chioma sfiorava il terreno.
Lui, Gert e lo Spas sarebbero scesi e si sarebbero infilati nella baracca ad aspettare l’arrivo di Dora e di tutti quelli che si sarebbero frapposti fra loro e la bambina. Felci e rami avrebbero garantito una buona copertura. Viktor batté sulla spalla di Gert. Gli fece segno di avanzare. Gert scosse la testa. Si toccò l’orecchio.
Pioggia. Tuoni in lontananza. Un pianto.
Erano arrivati tardi.
***
Alto aveva scaricato la ragazzina sulla panca sbilenca e lei aveva protestato. Alto l’aveva colpita. Uno schiaffo secco il cui rumore si perse nel frastuono prodotto dalla pioggia contro la tettoia metallica. Tenendosi la guancia, Dora lo guardò con odio. Poco mancò che Alto gliene appioppasse un altro, bello forte stavolta. Ne aveva abbastanza di lei, di quella situazione, di tutto.
Basso si mise fra il compagno e la bambina. Le mostrò le corde da scalatore.
– Devo legarti le mani.
– Non voglio.
– E io non voglio farti del male.
Dora protese i polsi, Basso li legò stretti. Poi le diede una carezza alle trecce scarmigliate.
***
Proprio come il giorno della creazione, per prima arrivò la luce. Dopo la luce arrivò la jeep. Finestrini oscurati, abbaglianti accesi e fari sul tettuccio sparati al massimo. Non hanno paura di farsi notare, pensò Martini. Il fuoristrada si fermò. Lampeggiò. Due uomini, carabina in spalla, emersero dalla baracca proteggendosi il viso dalla luce accecante: Alto e Basso. Fra di loro, Dora. Lo sportello del passeggero si dischiuse, ne uscì un uomo, alto. Indossava un impermeabile blu. Aprì l’ombrello.
Anche l’ombrello era blu.
15. (continua)
Copyright © 2019 Luca D’Andrea Pubblicato su licenza Giulio Einaudi editore s.p.a., in accordo con Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency (PNLA).
L’odore era diverso.
– E allora? Magari ha cambiato marca di candeggina, – aveva scherzato Alto. Però Basso, quando si ficcava in testa un’idea, era capace di rimuginarci sopra per settimane. A maggio, mentre Hannes accompagnava la carne in fila indiana e a testa china verso un Tir con targa olandese che le avrebbe portate chissà dove, Basso ne aveva approfittato per dare un’occhiata.
Da uno stipetto nell’abitacolo aveva preso guanti e occhiali protettivi. Con delicatezza aveva iniziato a svitare il coperchio del barile in cui era conservata la soluzione «pulisci-tutto».
– Che stai facendo?
Per poco Alto non gli aveva fatto venire un infarto.
– Controllo.
– Gert si sta agitando. Sbrigati.
– Lo scemo?
– Ha una pistola. E mi sembra più nervoso del solito, in questo periodo. A te no?
– A me sembra il solito mentecatto.
Basso aveva aperto il barilotto.
– Merda.
L’acido non c’era. Al suo posto, tre panetti sigillati. Non bisognava essere dei geni per capire di cosa si trattasse. Hannes stava facendo il furbo.
I due bracconieri si erano intesi al volo, come sempre quando c’era da premere il grilletto. Erano entrati in quella specie di feeling che permetteva loro di comunicare senza dover parlare. Basso aveva richiuso il barilotto, si era sbarazzato di occhiali e guanti e con un sorriso era uscito dal retro del Renault. Hannes, salutato l’autista del Tir, aveva mostrato loro quattro buste di contante. Una per Basso, una per Alto, una per Gert e una per sé. Alto e Basso sapevano che del contenuto della busta Gert vedeva al massimo qualche spicciolo, ma non gli era mai importato. Si erano salutati come niente fosse. Hannes e Gert erano tornati al parco-zoo a bordo dell’autocarro, mentre Alto e Basso avevano preso la solita strada. Giusto per qualche chilometro. A un distributore di benzina avevano fatto dietro-front, si erano immessi nel traffico dei pendolari, poi avevano parcheggiato a un isolato di distanza dall’appartamento di Hannes, avevano scassinato la serratura e lo avevano aspettato. Senza fumare.
Quando Hannes era rientrato, a notte inoltrata, era mezzo sbronzo e su di giri per via della cocaina. Alto lo aveva colpito al plesso solare, mozzandogli il respiro. Basso gli aveva infilato una coperta sulla testa, lo aveva afferrato per il collo e lo aveva spinto verso il bagno. Alto aveva chiuso la porta con delicatezza, per non insospettire i vicini, aveva aperto l’acqua della vasca e acceso la radio. Gli avevano tolto la coperta dalla testa e lo avevano pestato per bene. Colpi mirati, per non lasciare lividi esposti. Stomaco, fegato e reni, soprattutto. Poi, una volta riempita la vasca, avevano afferrato Hannes e ce lo avevano buttato dentro.
Hannes ci aveva messo un po’ a tornare alla realtà: due uomini facevano dondolare una radio a pochi centimetri dall’acqua in cui era immerso fino al torace.
– Abbiamo staccato la presa a terra.
– Perché?
– Niente salvavita.
– Perché?
– Perché hai fatto il furbo.
– Io non…
– Vuoi morire così?
Hannes aveva iniziato a piangere. La vista di quell’ometto viscido che piangeva aveva fatto provare ad Alto l’impulso di mettere in pratica la minaccia. Una bella scarica elettrica e problema risolto. Non lo aveva fatto solo perché sapeva che la morte di Hannes avrebbe suscitato domande. Non da parte della Polizei austriaca, ma da parte di quelli che stavano sopra Stefano. Quelli che reggevano le fila del traffico di carne. L’organizzazione al cui apice sedeva Juju.
Alto, Basso, Hannes e Gert avevano incontrato Juju una sola volta e non avevano intenzione di ripetere l’esperienza. Juju era materiale per incubi. Come aveva detto Stefano prima di introdurli: «La seconda volta che incontri Juju significa che stai per morire».
– Pensi che siamo due idioti?
– No, non lo penso.
– E invece sbagli. Noi siamo due idioti. È il motivo per cui ci hanno scelti per questo lavoro.
Hannes li aveva guardati, confuso. Cosa poteva dire per impedirgli di ucciderlo? Era rimasto in silenzio. La radio mandava in onda <CF2002>99 Luftbaloon</CF>.
– Indovina? Se due idioti come noi hanno capito il tuo trucco…
Hannes cominciò a battere i denti.
– Non succederà più, non…
Mentre Gabriele Susanne Kerner, alias Nena, cantava di piloti da caccia che si credevano Capitan Kirk, Hannes aveva raccontato di un debito di gioco, di un favore a un amico, di essersi fatto prendere la mano e che quella sarebbe stata l’ultima, lo giurava, l’ultima spedizione. Tutto risolto. Non era necessario ricorrere alla violenza. Lasciamo perdere la radio e i kilowatt penzolanti.
– Non volevo fregarvi. Non volevo…
– Prega solo che non l’abbia scoperto.
– Chi?
– Juju.
***
Gli uomini del Gis partirono poco prima della mezzanotte, silenziosi e concentrati. Le gazzelle della polizia si erano unite alle pantere dei carabinieri lungo il perimetro disposto dal generale Leoni, e lo stesso Leoni, atterrato meno di mezz’ora prima, era piombato su di loro come un’aquila inferocita.
Melan se ne stava in disparte a osservare la stazione di San Candido che si svuotava. La dottoressa Pellegrini era uscita nella zona fumatori, una delle sigarette di Terlizzi fra le mani, ancora indecisa se accenderla o no. Quando il brigadiere riemerse dall’ufficio comando era pallido e sudato. Melan si mise sull’attenti.
– Sta partendo una caccia all’uomo.
– L’ho visto.
– Sai chi è il bersaglio?
– Schafer?
– E Martini.
Melan si portò le mani al viso. Terlizzi si schiarì la voce.
– Ricordi il nostro primo fermo, Melan?
Come dimenticarlo. La Cbr rossa. Il tizio a cui l’avevano sequestrata aveva dato di matto; Terlizzi l’aveva atterrato, e la moto era stata sequestrata perché il motore era truccato. C’era un processo in corso. Terlizzi allungò al giovane carabiniere una chiave.
– È in fondo all’hangar.
– Ma…
– Sotto il sedile c’è una mappa. Sulla mappa ci sono delle indicazioni.
– L’ordine è di restare qui ad attendere…
–Vidi, talìa e va adashu, – Terlizzi tentennò, lo squadrò da capo a piedi. – Rettifico. Vai veloce come il demonio, Melan. E portati la Beretta. Quella è gente… – scosse la testa. – No, quella non è gente. Capisci?
Melan passò dalla porta sul retro, correndo sotto la pioggia. Quando uscì dall’hangar, con il casco infilato nel gomito e spingendo la moto, si accorse che qualcuno lo stava aspettando, braccia conserte e sigaretta ancora spenta fra le dita. La dottoressa Pellegrini. L’aveva dimenticata.
– Qualunque cosa tu stia facendo la faremo insieme.
– C’è un solo casco.
– Balle. Alza il sedile.
Insieme al secondo casco c’era la mappa di Terlizzi.
– Cos’è quella?
– Indica la posizione del cellulare di Martini.
– Chi te l’ha procurata?
– Non…
– Parla.
– Terlizzi. Credo sia… spaventato.
La Pellegrini si infilò il casco. – Motivo in più per sbrigarsi.
Melan le mostrò la mappa. – Sono strade sterrate. Con questa moto è un bel rischio.
– Mi fido di te.
– C’è la possibilità di un conflitto a fuoco.
– Hai la Beretta?
– Certo.
– Come te la cavi al poligono?
– Ho una buona media.
La dottoressa Pellegrini salì sulla moto.
<CJ3>***</CJ>
La visibilità, fra l’acqua e l’intrico dei rami della foresta, era scarsa. Il fango e il muschio rendevano ogni passo un azzardo. Gert procedeva con sicurezza, Martini faticava a stargli dietro. Si era fatto consegnare lo Spas e il fucile a pompa lo rallentava. Era pesante e scomodo da maneggiare.
– Gert… – sibilò. – Sei sicuro che sia questa la strada?
– Affermativo. Questa, – spiegò Gert guardandosi attorno, – è la scorciatoia per la strada giusta. Me l’ha insegnata mio padre. Lui conosceva tutte le strade giuste. Qui, in Trentino, in Austria, in Veneto. Era un soldato. Poi l’hanno congedato. Succede a quelli che disobbediscono. Come te.
– Spero davvero di non essere come tuo padre, Gert.
Se Alto fosse stato presente avrebbe detto che gli occhi di Gert iniziarono a guardarsi dentro.
– Ti piaceva tuo padre? – gli chiese Gert.
– Sono rimasto orfano a quindici anni. Di solito i padri si conoscono davvero solo più avanti, prima sono una specie di mistero. C’è stato un incidente stradale. Un colpo di sonno, cose che capitano. Ne ho persi due insieme. Mamma e papà. Papà era un carabiniere e l’Arma si è presa cura di me.
– L’uomo che ti ha chiamato?
– Il generale Leoni, sì. Era amico di mio padre. Fu lui a mandarmi in collegio a spese dell’Arma. Ci stavo bene. E mi sono arruolato.
– Perché?
Martini scosse la testa.
– Ci credi se ti dico che non me lo ricordo?
Gert fece spallucce.
– Affermativo.
– Posso farti una domanda, Gert?
– In cambio mi darai il fucile?
– Nemmeno per sogno. Dov’era Dora? Qual era il tuo rifugio? È l’unico particolare che mi sfugge.
Gert si lasciò sfuggire una risata. – Guerra bianca.
Georg Schafer era un uomo minuto che al figlio sembrava grande come un orso. Sembrava tante cose, Georg Schafer, tranne che un padre. Gert non poteva chiamarlo papà, solo «signore». Di fronte a lui non si diceva sì o no, ma «negativo» e «affermativo». Ed era proibito parlare della mamma. Se Gert si azzardava a nominarla veniva punito. Vergate sulle cosce. Suo padre diceva che nell’esercito lo facevano spesso, per mettere in riga le reclute. Era un modo per spurgare il corpo. Quella del corpo da spurgare era una delle tante teorie di Georg. Ne aveva in quantità. Gli additivi chimici nel cibo per minare la virilità degli uomini, massoni ed ebrei che controllavano il mondo. Un’infinità di teorie, soprattutto quando si attaccava alla bottiglia. In ogni caso, il corpo andava spurgato. Col sudore, il più delle volte, col sangue, altre. Far spurgare il corpo col sudore a Gert piaceva. Significava stare giorni, magari settimane, all’aria aperta. Dormire nei sacchi a pelo, oppure all’addiaccio. Mangiare poco e patire il freddo, ma anche ascoltare le storie di suo padre. Da sobrio Georg Schafer era un formidabile narratore. Di racconti di guerra, ovviamente, perché Georg Schafer non sapeva parlare d’altro. Vietnam, Afghanistan, quello inglese, quello sovietico e quello americano, Corea, Stalingrado. Georg Schafer però era ossessionato dalla «guerra bianca», come la chiamava lui, la parte della Prima guerra mondiale combattuta sulle vette alpine. A meno quaranta, trascinando mortai di settanta o ottanta chili. Alpini contro Kaiserjäger. Rollen Bomben, muli sfiancati dalla stanchezza, epidemie di influenza, valanghe che spazzavano via tutti. I Mascabroni e Cima Undici. Morti. Freddo.
E bunker.
– Come facevi a sapere che non li avremmo controllati?
– Li avreste controllati. Ma non quello di Dora.
– Perché?
– Perché quello di Dora è crollato. Ma mio padre aveva scoperto che una parte era ancora integra. Per trovarlo devi sapere esattamente dov’è, altrimenti… Negativo.
– E come fai a sapere dove Alto e Basso stanno portando Dora?
– Non hanno scelta. È dove abbiamo incontrato Juju la prima volta.
***
La telefonata era arrivata da Stefano. Era agitato. Aveva detto ad Alto che Hannes usava il Renault per portare avanti un affare parallelo. Droga. Cocaina ed eroina. Aveva letto di quei due morti di overdose nei bagni della stazione dei treni di Trento? Di quell’albanese morto in un incidente d’auto a Salisburgo? Del tizio sparito a Vienna? Dei due fratelli rimasti uccisi da un incendio a Terlano?
– Facevano parte della gang con cui Hannes si è messo in affari. A loro è andata bene. Sono crepati in fretta. Di solito Juju usa metodi più… pittoreschi.
Alto aveva la bocca secca, arsa dalla paura. Cosa poteva esserci di peggio che bruciare vivi?
– Pittoreschi?
– Ci sono voci che non sono voci. E che è meglio non riferire al telefono.
– Ci controllano? Gli sbirri?
– No.
– Sicuro?
– Gli sbirri no.
Alto si era dovuto sedere. Le gambe all’improvviso non lo sorreggevano più.
– Che dobbiamo fare?
– Voi sapevate dei traffici di Hannes?
Inutile mentire.
– Sì.
– Da quando?
– Fine maggio.
Un momento di silenzio, Stefano stava calcolando.
– È per questo che poi ha smesso, giusto?
– L’abbiamo convinto con le cattive.
Una risata di scherno.
– Tu non sai cosa sono le cattive. Però questo potrebbe salvarci la pelle.
– Salvarci?
Stefano si era infervorato. – Sono stato io a farvi entrare nel business, giusto? Io ho garantito per voi. Hannes non ha solo fatto dei soldi alle spalle di Juju, non ha soltanto messo a rischio i suoi affari, Hannes ha mancato di lealtà.
– Ma noi l’abbiamo fatto smettere, – aveva balbettato Alto. – Siamo solo due idioti…
– Hannes. Quel Gert, il mentecatto. Li voglio morti. Sarete voi a farlo.
Tre giorni dopo Alto e Basso erano dietro le rocce di zona Geiger che attendevano l’arrivo del Renault. Avevano un piano perfetto per uccidere Hannes e Gert.
O così credevano.
***
All’improvviso la salita, come era iniziata, finì su un picco spazzato dal vento e cominciò la discesa. Martini si dovette aggrappare ai tronchi dei larici per non scivolare. Arrampicarsi con il fango era un’impresa. Scendere in mezzo a quel temporale significava rischiare l’osso del collo. Eppure Gert, sempre davanti, saltellava da una zolla all’altra con la grazia di un folletto, evitando le radici nodose degli alberi e le pietre viscide che emergevano dal terreno.
Il temporale non scemava, anzi, la sua intensità sembrava raddoppiare a mano a mano che i minuti scorrevano, quasi volesse incitarli a fare in fretta.
Il generale Leoni lo aveva chiamato di nuovo. Non certo per localizzarlo, quello l’avevano fatto già da tempo. Liberarsi dello smartphone sarebbe stato inutile. Di certo nella stazione di San Candido c’era uno schermo che indicava la loro posizione. Montagne permettendo. In ogni caso, presto o tardi sarebbero piombati loro addosso quelli del Gis. Se così fosse successo, per Dora sarebbe stata la fine. Per questo Viktor e Gert procedevano infischiandosene del fango e della pioggia. Era una gara di velocità. Viktor non aveva risposto alla chiamata del generale perché c’era un solo motivo per cui Leoni lo stava chiamando: suo padre. A Gert aveva detto che Leoni e suo padre erano stati amici, ma in realtà il generale era stato qualcosa di più per suo padre: Leoni gli aveva salvato la vita durante un banale controllo lungo una strada secondaria. Una station wagon con targa pulita e documenti in regola. Il tizio alla guida però era sembrato agitato, così suo padre e Leoni l’avevano fatto scendere, pensando che avesse della droga nascosta, dell’hashish o magari qualcosa di più forte. Mentre il padre di Viktor scambiava due chiacchiere con quell’uomo sempre più nervoso, Leoni aveva controllato il bagagliaio: c’era una donna, imbavagliata, pesta ma viva nonostante il profondo squarcio all’addome. La moglie dell’uomo, anche se questo i due ancora non potevano saperlo. Come non potevano sapere della pistola che l’uomo aveva brandito contro il padre del capitano Martini, immobilizzato dalla paura.
Leoni era stato più svelto. Un colpo al ginocchio, preciso, un calcio alla pistola per scaraventarla lontano, manette, radiomobile per chiamare rinforzi e ambulanza. Per il Martini bambino, quell’uomo con i baffi e la fronte solcata di rughe era lo zio che aveva salvato la vita di papà.
Oggi era quanto gli restava della sua famiglia.
Se Viktor fosse morto, al suo funerale ci sarebbe stato solo lui. Meglio così, pensò Martini. Meno dolore sul piatto della bilancia. La storia di Dora non poteva avere un’happy-end. In ogni caso. Anche se avesse salvato la bambina (non se, si disse, lei non è Tanja, lei si salverà, e dopo salverà anche quei dannati cuccioli di lince) lui avrebbe perso la divisa e probabilmente parecchi anni di libertà.
L’idea di perdere la divisa, stranamente, gli fece provare una fitta. Si era arruolato per affetto nei confronti di quello «zio» che gli aveva tenuto la mano sulla spalla al funerale dei genitori. Dopo l’addestramento aveva preferito un po’ d’azione prima dell’accademia perché voleva mettersi alla prova. Quando la strada gli aveva mostrato ciò di cui era capace, Martini aveva deciso di entrare in accademia perché voleva giustizia. La giustizia gli era sembrata importante.
Poi c’era stata la faccenda dello Squartatore.
Quando si era infilato giù per le scale del magazzino sotto il Pretty Reckless, voleva vendetta. Dopo tutte le ore, i giorni, le notti passate a vagliare testimonianze cercando di immaginare quelle ragazze nel pieno della vita, ritrovandosi a parlare con loro come un negromante che interroga i morti, Martini voleva solo piantare una .45ACP in faccia al mostro. Il punto vuoto al centro di quella ragnatela di interconnessioni fra vite spezzate. Poi il mostro era morto e lui aveva capito di aver perso anche il desiderio di vendetta. Il lutto, aveva scritto Tanja, è amore che non può più tornare a casa. Però l’amore poteva trovare un’altra casa. Forse meno accogliente, di sicuro diversa. Ma poteva farcela. Cosa succedeva, però, se la tua anima spalancava gli occhi e scopriva che i ratti erano sempre affamati e che c’era un prezzo per ogni cosa? Dove poteva cercare rifugio quell’anima? Al padiglione W dell’ospedale psichiatrico Santa Maddalena di Orvieto, ecco dove. Lì, in solitudine, Martini aveva deciso di accettare l’offerta di Leoni. Restare ancora un po’ fra i buoni. Farsi mandare in un posto tranquillo. Un po’ di routine. Poi, aveva detto, decideremo insieme, ti va, ragazzo?
«Generale?»
«Sì?»
«Noi siamo i buoni?»
«Noi siamo quelli che dànno la caccia ai cattivi. E tu sei bravo a farlo».
Era andata male. Dora, Gert…
– Ecco il posto, – sussurrò Gert gettandosi a terra.
Una baracca di lamiera. La baracca dava su una strada sterrata. Martini capì perché Gert aveva scelto quella scorciatoia. La baracca garantiva una visuale quasi a trecentosessanta gradi. Quasi. Gert e il capitano Martini si trovavano nell’unico punto cieco a circa cinquanta metri in linea d’aria.
Felci e abeti la cui chioma sfiorava il terreno.
Lui, Gert e lo Spas sarebbero scesi e si sarebbero infilati nella baracca ad aspettare l’arrivo di Dora e di tutti quelli che si sarebbero frapposti fra loro e la bambina. Felci e rami avrebbero garantito una buona copertura. Viktor batté sulla spalla di Gert. Gli fece segno di avanzare. Gert scosse la testa. Si toccò l’orecchio.
Pioggia. Tuoni in lontananza. Un pianto.
Erano arrivati tardi.
***
Alto aveva scaricato la ragazzina sulla panca sbilenca e lei aveva protestato. Alto l’aveva colpita. Uno schiaffo secco il cui rumore si perse nel frastuono prodotto dalla pioggia contro la tettoia metallica. Tenendosi la guancia, Dora lo guardò con odio. Poco mancò che Alto gliene appioppasse un altro, bello forte stavolta. Ne aveva abbastanza di lei, di quella situazione, di tutto.
Basso si mise fra il compagno e la bambina. Le mostrò le corde da scalatore.
– Devo legarti le mani.
– Non voglio.
– E io non voglio farti del male.
Dora protese i polsi, Basso li legò stretti. Poi le diede una carezza alle trecce scarmigliate.
***
Proprio come il giorno della creazione, per prima arrivò la luce. Dopo la luce arrivò la jeep. Finestrini oscurati, abbaglianti accesi e fari sul tettuccio sparati al massimo. Non hanno paura di farsi notare, pensò Martini. Il fuoristrada si fermò. Lampeggiò. Due uomini, carabina in spalla, emersero dalla baracca proteggendosi il viso dalla luce accecante: Alto e Basso. Fra di loro, Dora. Lo sportello del passeggero si dischiuse, ne uscì un uomo, alto. Indossava un impermeabile blu. Aprì l’ombrello.
Anche l’ombrello era blu.
15. (continua)
Copyright © 2019 Luca D’Andrea Pubblicato su licenza Giulio Einaudi editore s.p.a., in accordo con Piergiorgio Nicolazzini Literary Agency (PNLA).