L'animale più pericoloso. Tutti i nomi
Luca d'Andrea , di LUCA D'ANDREADora è scappata di casa. Con lei, Gert. Gert che dà segni di squilibrio e ha una pistola. Due squadre sulle loro tracce. Quella del capitano Orlandi, e quella di Viktor Martini, l’inquilino dell’ufficio s. Martini ha capito l’orrore che a fuga della bambina ha scoperchiato. Non può fare altro che
scrutare l’abisso. L’abisso ha un nome: Juju
L'uomo con l'impermeabile blu tirò fuori una penna d'oro e un minuscolo taccuino.
- È bionda, non avete mentito - . Aveva una voce come il frinire degli insetti nei pomeriggi d'estate. Poi si rivolse alla bambina: - Come ti chiami?
- Dora.
- Dora, e poi?
- Dora Maria Holler.
L'uomo segnò il nome sul taccuino. Dora aveva i brividi e la febbre alta. L'uomo vestito di blu infilò con cura il taccuino e la penna all'interno dell'impermeabile, estrasse la pistola e sparò. Alto e Basso crollarono a terra. L'uomo con l'impermeabile si avvicinò e piazzò un secondo proiettile in testa a ciascuno, ripose la pistola e slegò le mani della bambina. Dora non provò a fuggire. Era paralizzata. I fari del fuoristrada si spensero. La portiera del guidatore si spalancò.
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L'uomo con l'impermeabile blu tirò fuori una penna d'oro e un minuscolo taccuino.
- È bionda, non avete mentito - . Aveva una voce come il frinire degli insetti nei pomeriggi d'estate. Poi si rivolse alla bambina: - Come ti chiami?
- Dora.
- Dora, e poi?
- Dora Maria Holler.
L'uomo segnò il nome sul taccuino. Dora aveva i brividi e la febbre alta. L'uomo vestito di blu infilò con cura il taccuino e la penna all'interno dell'impermeabile, estrasse la pistola e sparò. Alto e Basso crollarono a terra. L'uomo con l'impermeabile si avvicinò e piazzò un secondo proiettile in testa a ciascuno, ripose la pistola e slegò le mani della bambina. Dora non provò a fuggire. Era paralizzata. I fari del fuoristrada si spensero. La portiera del guidatore si spalancò.
***
- Duecento euro buttati.
La dottoressa Pellegrini, scalza, inzaccherata di fango dalla testa ai piedi, non faceva che ripeterlo. Melan si era accorto delle scarpe della Pm, scarpe da tribunale, non da sentiero, solo quando erano arrivati a destinazione, ore prima - o così gli pareva, perché da un pezzo aveva perso il senso del tempo. Seguendo le indicazioni della mappa aveva parcheggiato la Cbr in uno slargo sul ciglio della strada. Da lì, scavalcando il guard-rail e proseguendo per una cinquantina di metri si poteva raggiungere un sentiero che li avrebbe condotti nella zona in cui il segnale di Martini era stato intercettato.
Più o meno.
Melan aveva usato la scusa delle scarpe per convincere la Pm ad aspettarlo, ma lei non aveva voluto sentire ragioni. Se le era sfilate, le aveva gettate e aveva iniziato la discesa su quello che ora, più che un sentiero, sembrava un torrente. Melan si era affrettato a superarla, la Beretta in pugno.
Da allora non c'era stato altro che lo scroscio della pioggia, i tuoni e la dottoressa che borbottava sempre la stessa frase. Un modo come tanti per per scacciare il nervosismo.
Quando sentirono i primi due colpi, in lontananza, Melan e la donna si nascosero dietro il tronco di un abete. Il carabiniere si portò il dito alla bocca. La Pellegrini annuì. Altre due detonazioni.
- Di là, - fece Melan.
***
La bambina aveva le treccine. Gliele faceva sua nonna ogni domenica, dopo la messa. La metteva seduta su un cuscino, si accomodava alle sue spalle e raccontava. Storie di alberi magici, di animali straordinari e di bambini coraggiosi, di spiriti dispettosi e di spiriti che vagavano in cerca di anime perse.
- Per farci cosa, nonna?
- Per mangiarle. Sono gli spiriti dei morti-morti.
C'erano i morti-vivi e i morti-morti. I primi, i buoni, erano quelli che le famiglie ricordavano nelle loro preghiere. Gli altri erano spiriti di persone il cui nome era stato dimenticato e che, non trovando pace, erano diventati cattivi. La mamma diceva che era stupido mettere in testa alla bambina certe superstizioni. Le tabelline erano più importanti dei morti-morti e dei morti-vivi, e aveva ragione, eppure la bambina con le treccine ripeteva i nomi dei morti-vivi della sua famiglia quando, ogni mattina, s'inoltrava nella foresta per compiere la sua missione.
Non linci da salvare, linci non ce ne erano da quelle parti, ma la missione della bambina con le treccine, che aveva nove anni quando accadde ciò che accadde, era comunque importante. Anche se il mondo era andato avanti, come diceva il maestro di scuola, c'erano cose che non cambiavano mai: fame, sete, malattie. Per le malattie la bambina con le treccine non poteva fare nulla, prima doveva diventare una dottoressa, come sognava, per il cibo c'erano sua madre e suo padre, la terra da coltivare, il mercato in cui vendere la frutta, la verdura, o la carne delle bestie macellate. La sete era la sua missione: attraversare la foresta, raggiungere il fiume, infilare la giara nell'acqua, sollevarla, adagiarla sulla testa e tornare indietro. Tre chilometri all'andata andata e tre al ritorno.
- Ciao giocattolino, - disse l'uomo sbucato dalla foresta. Aveva denti rotti, occhi privi di pupilla, e il suo francese storpiava le parole. Invece di petit jouet aveva detto ptì juju.
La bambina aveva riso. Juju suonava bene.
- Ciao, - ripose ridendo, senza sapere che quella sarebbe stata la sua ultima risata. L'uomo le fece cadere la giara, la prese per i capelli e la trascinò nella foresta.
Dopo sei mesi l'uomo con i denti rovinati scoprì che Juju era una yoruba e fu preso dalla paura. Le donne yoruba erano streghe. Masticando khat pensò di ucciderla. Aveva ucciso talmente tante donne e uomini da aver perso il conto. Però Juju gli piaceva. Passati i primi tempi in cui l'aveva morsicato e graffiato, aveva capito le regole. Se c'era da preparare da mangiare lo faceva. Se c'era da stendersi per terra e fare quello che le donne dovevano fare, lo faceva senza lamentarsi. Se lui decideva di prestarla a qualche fratello del gruppo, la bambina diceva grazie e prego.
Però Ptì Juju era una yoruba. Monsieur Smith, così si faceva chiamare l'uomo che aveva rapito la bambina con le treccine, sapeva che uccidere una strega portava male anche se sulla Bibbia c'era scritto che le streghe andavano lapidate. Non aveva idea di cosa significasse lapidare una persona, ma sapeva che il suo AK47 avrebbe fatto saltare quella testolina da strega in un attimo. Che fare di lei? Si decise in un giorno di pioggia. Usando un po' di schiuma da barba e il coltello da caccia le rasò il cranio, la imbottì di khat e la colpì con forza sulla faccia. Era un peccato, perché Juju era bella, ma bisognava che i mercanti non capissero che stavano comprando una strega.
La barattò per tre caricatori di AK più cinque dollari americani, che al cambio con il franco Cfa in uso in Benin non era un granché, ma almeno, si era detto abbandonando la bambina senza più treccine, si era tolto la strega di torno.
Il "nuovo" Monsieur Smith rimise Juju in forze. Era grasso e molto ricco. Aveva l'acqua corrente in casa. Le diede cibo e le fece passare la febbre che la tormentava da quando il bandito della foresta l'aveva catturata. Una volta guarita aveva preso ciò che gli uomini prendono alle donne. L'aveva comprata ed era sua, non c'era niente di male, dopotutto. Juju aveva dodici anni quando partorì il figlio dell'uomo grasso. Al termine del parto l'ostetrica glielo mostrò, dicendole che non l'avrebbe più rivisto. Juju pianse. Anche l'ostetrica era una yoruba, e quella notte le spiegò che le donne yoruba non piangono mai. Juju si asciugò le lacrime. Da allora non pianse più.
Dopo il parto l'uomo grasso si stufò di lei. Stava diventando una vecchia, disse. Il giorno seguente la vendette a uomini che quando pregavano si inginocchiavano a Est parlando una lingua sconosciuta. Adoravano il sole, pensava Juju, come facevano gli uomini e le donne di cui la nonna raccontava. Le piacquero subito. Il sole, l'acqua e la terra non avevano mai fatto male a nessuno.
Gli uomini la usavano, ma quello era un supplizio a cui Juju si prestava senza provare più nulla. Sperava solo di non restare incinta di nuovo, perché gli uomini che adoravano il sole avevano la pelle più chiara della sua, di una sfumatura appena più bruna di quella che ricordava del prete del villaggio. Un colore malaticcio quello, orribile, che diventava rosso quando il sole splendeva. Non voleva partorire un simile mostro. A quattordici anni Juju vide per la prima volta il deserto e capì che il sole e la terra potevano essere crudeli. Non c'erano alberi, non c'erano animali se non serpenti e scorpioni. Non c'era acqua, nemmeno una goccia per chilometri e chilometri. Terra e sole. Juju li maledisse. Il viaggio durò cinque settimane e delle cinquanta donne, tutte fra i tredici e i sedici anni, sette morirono. Juju non pianse per loro, ma ascoltò le preghiere di una delle compagne, una yoruba come lei. Una strega. In cinque settimane la strega le spiegò che quanto sua nonna le aveva raccontato era vero. I morti-vivi, i morti-morti. Le spiegò come rubare l'anima alle persone e usarla. Juju imparò i nomi di spiriti, demoni e creature invisibili, così come a scuola aveva imparato la grammatica e le tabelline. La strega, una notte, le disse che quelle come lei sapevano costringere i morti ad avere potere sui vivi.
- Perché allora non ci fai andare via di qui?
Da allora la strega yoruba non le rivolse più la parola. Poi venne la città e dopo la città venne il mare. Juju non aveva paura del mare. Il mare era acqua e l'acqua era buona. Finché scoprì che il mare era come il deserto, ma nero. Juju, vomitando per le onde, maledisse l'acqua come aveva fatto con la terra e con il sole.
Capì che il mondo stava andando avanti quando arrivò in Italia. In uno scantinato vide una donna, grassa e con gli occhi spiritati, sgozzare una gallina e cospargere di sangue ragazze come lei, in fila e a capo chino, farle giurare, farle bere il sangue dell'animale, coprendole di gesso e facendole diventare bianche come i morti. O come le persone che Juju aveva scorto in quel Paese straniero.
Quando arrivò il suo turno di bere il sangue e giurare, Juju non provò paura. La paura, si accorse, era negli occhi degli uomini che assistevano alla scena. Venivano dalla Nigeria, dal Benin, dalla Libia e da qualche città italiana di cui Juju non sapeva pronunciare il nome. Tutti l'avevano violentata e tutti l'avevano picchiata con occhi come pugnali. Ma di fronte alla Maman che rubava l'anima alle ragazze, erano bambini terrorizzati. Il mondo stava andando avanti, pensò Juju, mentre la strega la malediva e la dipingeva con il gesso, se gli uomini avevano paura di una donna.
Dieci giorni dopo, quando uno degli uomini l'afferrò per i capelli (erano ricresciuti, ma non le era stato concesso di rifarsi le treccine) per violentarla, Juju gli tagliò la gola usando un cucchiaio che aveva affilato con pazienza. Prese le chiavi che l'uomo portava alla cintura, la sua pistola e se ne andò, lasciando le altre ragazze a piangere e disperarsi. Con la pistola si procurò del denaro, col denaro si diede una ripulita e comprò nuovi vestiti. Blu, perché era il colore del cielo e il cielo, al contrario di sole, terra e acqua, non l'aveva tradita.
Iniziarono a cercarla. Credevano di braccarla, ma era Juju a seguirli. Studiava dove abitavano, chi frequentavano. Cosa vendevano e a chi lo vendevano. Segnava le targhe delle auto che affittavano la "carne" e segnava chi quella carne prendeva in consegna. Imparò l'italiano e scoprì il nome della città in cui l'avevano portata. Non le diceva un granché. Era Italia e tanto bastava.
Juju riempì quaderni di appunti. Nomi, indirizzi. Quando fu pronta, si agghindò e si presentò alla villa dove abitava colui che comandava quell'esercito di idioti. Minacciò la guardia con la pistola e si fece portare da quello che tutti chiamavano "capo" ma che lei sapeva essere solo un altro Monsieur Smith qualsiasi. L'uomo urlò, imprecò, la maledisse e lei gli diede il suo regalo.
I quaderni lo impressionarono molto.
- I tuoi uomini non sono efficienti, - disse Juju. - Ho visto dove abitano. Conosco le loro amanti. La polizia...
Lui la mise alla prova. Prima nel suo letto, poi di fronte alla ragazza strega yoruba con cui aveva varcato il Mediterraneo. Juju eseguì ogni ordine, sia a letto che nell'officina meccanica in cui la giovane era legata. Il mondo stava cambiando, aveva sentito dire Juju all'uomo chiamato "capo", se adesso bisognava rivolgersi ai negri per avere un lavoro ben fatto. Una donna, per di più. Le diede fiducia.
Juju fece crescere gli affari. Imparò che la strega yoruba non aveva mentito. C'era un modo per comandare sugli uomini: sedurli, metterli gli uni contro gli altri. Lasciare che i morti uccidessero i morti. Quando Monsieur Smith morì, tutti seppero chi l'aveva ucciso, ma nessuno chiese vendetta. Gli eredi, anziché sangue, pretesero parte dei guadagni. Non volevano sporcarsi le mani e si accordarono con lei. Il potere di Petit Juju divenne immenso. Uomini tremavano al cospetto di una donna. Uomini bianchi tremavano al cospetto di una donna nera. Però Juju era ancora solo Juju. Sentiva che le mancava qualcosa: il potere vero, e il potere vero arriva dai segni.
Il segno arrivò dal cielo, che da blu si fece tenebra proprio nel momento in cui, per la prima volta da che era diventata la regina del commercio della carne, Juju mise in vendita una bambina di nove anni.
Fu quel giorno che Ptì Juju divenne Maman juju.
E un attimo dopo che l'uomo con l'impermeabile uccise Alto e Basso, Maman Juju uscì nella pioggia. Si sfilò una delle sue collane di perle e la mise al collo di Dora. Le perle erano blu, su ognuna di esse era inciso un simbolo. Dora non ne riconobbe neppure uno. La donna le sorrise e le accarezzò il viso. Aveva mani dure come quelle di suo padre, pensò Dora. Un peccato, perché era molto bella.
- Ancora un minuto, Dora, - disse Maman Juju.
***
Quando la donna mise la collana a Dora, Martini sentì il sangue gelarsi nelle vene. C'era qualcosa di antico e orribile in quel gesto. "Ne vuoi un pezzo?" bisbigliò la voce dello Squartatore nella sua testa.
La donna sparì dalla sua visuale per qualche secondo, Viktor sentì il bagagliaio del fuoristrada aprirsi e richiudersi con un tonfo. Quando la donna tornò portava con sé una tanica di benzina. Ne sparse un po' sui corpi di Alto e Basso, poi gli diede fuoco. La fiamma svettò nella notte e permise a Martini di vedere gli occhi della donna. Erano vuoti. Martini allungò la mano per afferrare lo Spas.
Non c'era. E non c'era nemmeno Gert.
***
L'uomo con l'impermeabile accompagnò Dora sul retro del fuoristrada, aprì lo sportello e la fece salire. L'abitacolo profumava d'incenso, e c'era una strana musica. L'uomo le agganciò la cintura di sicurezza.
La donna con le collane si mise al posto di guida. Prese il taccuino dell'uomo con l'impermeabile blu, quello su cui aveva trascritto il nome della bambina e lo infilò in tasca, sorridendo.
Dora ne intercettò lo sguardo attraverso lo specchietto retrovisore.
- Tu chi sei? - chiese.
- Maman Juju.
Maman Juju accese il motore, fece inversione. E il mondo esplose.
***
Dopo aver sottratto a Martini lo Spas, Gert era scivolato silenziosamente in direzione della baracca di lamiera. Quando il fuoristrada fece inversione, si alzò e iniziò a correre a perdifiato. Sparò tre volte. Colpì il lunotto posteriore del fuoristrada, lo spazio tra finestrino e portiera del passeggero, la parte anteriore del fuoristrada, fra pneumatico e motore.
Il fuoristrada proseguì a fatica nella manovra. L'uomo con l'impermeabile blu spalancò la portiera e, mentre Maman Juju accelerava, aprì il fuoco contro Gert, che gridava come un ossesso. L'uomo con l'impermeabile era un buon tiratore, ma un frammento del finestrino esploso gli aveva coperto l'occhio sinistro di una patina rossastra. La sua mira fu imprecisa: solo il quinto proiettile centrò il bersaglio, al petto.
Gert cadde in ginocchio in mezzo allo sterrato. Maman Juju vide l'uomo a terra prendere la mira, ma non tentennò. Diede gas. L'impatto uccise Gert all'istante. Il fuoristrada non sbandò neppure.
Dora continuava a urlare. Maman Juju pensò che tempo qualche mese e avrebbe smesso di farlo. C'erano uomini che si sarebbero presi cura di lei. Era bionda.
***
Martini raggiunse Gert, la schiena ritorta, la testa girata in posizione innaturale. Gli chiuse gli occhi, prese il fucile a pompa, riempì il serbatoio di cartucce e si lanciò a capofitto nella foresta.
Ringhiando.
***
Il primo a raggiungere lo sterrato fu Melan. Quando udì il motore del fuoristrada e vide i fari in avvicinamento gridò alla dottoressa Pellegrini di mettersi al riparo, divaricò le gambe e puntò la Beretta contro il veicolo.
- Carabinieri, - urlò.
Il fuoristrada ruggì.
Melan sparò un colpo in aria.
- Carabinieri.
Dal finestrino del passeggero spuntò una pistola. Melan sentì un proiettile sibilargli accanto. Vidi, talìa e vai adashu, si disse. Il fuoristrada era a trenta metri da lui. Melan fece fuoco, mirando al motore, lo colpì, ma il fuoristrada non arrestò la sua corsa. Un secondo e un terzo proiettile lo mancarono di un soffio. Adashu. Melan restò immobile. Il fuoristrada iniziò a sbandare. Venti metri. Melan udì altri tre sibili. Non si mosse. Adashu, si ripeté. Quindici metri. Dieci.
L'uomo con l'impermeabile imprecò e si sporse dal finestrino ma non fece in tempo a premere il grilletto. Melan sparò e si gettò di lato. Non abbastanza velocemente, il fuoristrada lo colpì al fianco, facendolo volare. Melan udì il rumore di ossa che si spezzavano e pensò che erano le sue ossa. Il motore del fuoristrada rumoreggiò e il mezzo si schiantò contro un albero.
Melan scoppiò a ridere. - Uno a uno...
- Come... - una voce femminile. La Pm.
- Tutto okay, - disse il carabiniere. Poi svenne.
La dottoressa Pellegrini afferrò la Beretta, ma Viktor si materializzò dall'oscurità e la fermò.
- Lasci stare, - diede un colpetto a Melan che aprì le palpebre mugolando. - Tenga sveglia la recluta. Mi serve per il verb...
L'uomo con l'impermeabile blu si stringeva il petto con la mano, zoppicava e gli puntava la pistola contro. Viktor pensò che stava per morire, non c'era tempo per alzare lo Spas e fare fuoco. Prima vide la faccia dell'uomo con l'impermeabile blu esplodere, poi udì la detonazione, e quindi la Pellegrini lasciar cadere la Beretta di Melan.
- Dora, - gridò la Pm, poi si chinò sul carabiniere ferito.
***
Maman Juju odiava quella foresta. Odiava tutte le foreste. Recuperò la pistola da sotto il sedile, la Glock di scorta, scese, spalancò la portiera sul retro, afferrò Dora e prese a correre. Chi era quella gente? Poliziotti? Era una trappola? In molti si sarebbero pentiti di quello che stava accadendo.
Alzò gli occhi al cielo, ma era scomparso. La pioggia le velava la vista e la terra la costringeva ad arrancare. I tuoni la stavano inseguendo. C'era magia cattiva in giro. Si diede della stupida. L'unica magia era quella di trasformare donne e uomini, bambine e bambini in denaro.
Ma il cielo non si vedeva, la terra la faceva scivolare, l'acqua la faceva rabbrividire dal freddo e i tuoni continuavano a inseguirla. No, non i tuoni, era l'uomo che urlava e sparava. Maman Juju si voltò. L'uomo con il fucile l'aveva raggiunta. Imbracciava l'arma tenendo la canna al cielo. Piombo, non tuoni. Solo uno stupido uomo. Maman Juju puntò la Glock alla tempia della ragazzina e sorrise.
- Ne vuoi un pezzo? Quanto hai nel portafogli, Monsieur Smith?
Lo Spas deflagrò tutta la sua potenza al cielo. Una. Due. Tre volte.
- Non farmelo fare! - gridò Viktor avanzando. - Non di nuovo. Non di nuovo, ti prego.
- Un passo e la uccido.
Martini puntò lo Spas alla testa della donna.
- Non farmelo fare.
Fu allora che udirono il lamento. Un gemito spettrale, pieno di rabbia e sofferenza. La prima a reagire fu Dora. Perché anche se aveva la febbre e il piede le faceva male ed era spaventata, Dora capì. Quel gemito spettrale era il verso della lince. Dora affondò i denti nella mano di Maman Juju, che per lo stupore mollò la presa. Barcollando la ragazzina si gettò nei cespugli, poi si lasciò rotolare.
La lince lanciò ancora quel suo gemito che riverberò ammutolendo persino la pioggia.
Maman Juju pensò ai morti-morti, quelli che erano stati dimenticati e che non conoscevano perdono. Ricordava tutti i nomi di coloro che aveva ucciso o fatto uccidere. Erano un'infinità, ma aveva sempre avuto buona memoria. E poi c'era il taccuino. Li registrava a uno a uno. Lei ricordava tutti. Perché, allora, i morti-morti avevano portato a lei l'uomo con il viso come un teschio?
Chi aveva dimenticato?
Chi?
L'uomo teschio avanzò. Barcollando. Posseduto dai morti-morti, come raccontavano le leggende, pensò Maman Juju, che iniziò a tremare. Non per la bocca di fuoco dello Spas che l'uomo teschio le appoggiò alla fronte. Tremò perché, all'improvviso, capì di aver dimenticato un nome.
Cadde in ginocchio, nel fango, ai piedi dell'uomo teschio. Maman Juju aveva dimenticato il nome della bambina con le treccine che ascoltava le storie della nonna, era brava con le tabelline e attraversava tutti i giorni la foresta con la giara piena d'acqua. Quella bambina aveva mandato l'uomo teschio a saldare il conto.
- Come si chiamava? - mormorò Maman Juju. - Come si chiamava, quella bambina?
Viktor, il dito sul grilletto. Erano rimasti due colpi nello Spas. Uno per la donna e uno per sé.
- Come si chiamava, - gridò straziata Maman Juju, - la bambina con le treccine?
Spara, disse la voce dell'uomo miope. L'hai cacciata, l'hai presa. È tua di diritto. Quanto ti è costata? Dolore, sangue, umiliazioni. È tua proprietà.
Viktor lasciò cadere lo Spas ed estrasse le manette.
***
Martini leggeva, godendosi la brezza autunnale. Il libro su Dian Fossey, un regalo di Dora. La bambina gli telefonava ogni giovedì sera. Il cellulare di Viktor era stato requisito per il processo così Dora lo chiamava all'ufficio s. Gli raccontava di Melan che faceva fisioterapia nello stesso reparto del maresciallo Fanti, della campagna contro la funivia, della scuola appena iniziata. Di un certo Michael che era proprio carino. Il giovedì era diventato il giorno preferito del capitano Martini.
Viktor si accorse della donna per via del fiore che sbocciava solo al tramonto. La dottoressa Pellegrini si sedette e parlarono un po'. Di Dora. Di Gert. Di Orlandi. Di Leoni. Di Juju. Del processo. Quando fu ora di salutarsi, la Pm gli allungò il suo vecchio telefonino.
- Non è più una prova, - spiegò. - Pensavo le avrebbe fatto piacere riaverlo.
- C'è solo un numero in rubrica, e lo so a memoria. Però ci ero affezionato, grazie.
- Se aggiunge quello di Dora, ne avrà due.
- Un record.
La Pm sparì dietro l'angolo e Martini attese che il vento portasse via il suo profumo. Prese il cellulare e pensò di chiamare Leoni, dopo la notte nella foresta non si erano più parlati. Invece uno squillo glielo impedì. Viktor schiacciò il tasto verde.
- Con il mio fanno tre, - disse la dottoressa Pellegrini.
16. (fine)
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