Marc Gasol: “In mare ho visto troppi morti, non voltiamo la testa”
dal nostro inviato COSIMO CITOParla il campione di basket Nba che è stato volontario con Open Arms: “Costruire muri e chiudere porti non è una soluzione”
WUHAN. Le sue mani grandi come vomeri, quando c'è da giocare a pallacanestro, arpionano rimbalzi e mettono dentro i palloni che pesano. Ma quelle stesse mani e quegli occhi appuntiti come teste di spillo hanno visto e conosciuto altri campi di battaglia, e altre storie, in mare aperto, a salvare disperati dal naufragio. Lo spagnolo Marc Gasol, fratello minore di Pau, ha 34 anni, è alto 2 metri e 16 per 115 chilogrammi, di mestiere fa il pivot. Ha appena vinto il titolo Nba a Toronto, e al Mondiale in Cina ha spinto la sua nazionale ai quarti di finale. Ma la foto che ha fatto il giro del mondo è di un anno fa, lo ritrae impegnato sulla nave Astral della Open Arms, a salvare migranti nel Mediterraneo.
Quella sua immagine, Gasol, è diventata un simbolo. Nel mare però si continua a morire.
"Le migrazioni sono un fenomeno quasi naturale, la gente fugge da paesi in cui c'è la guerra, in cui si muore di fame, cerca un mondo…
Quella sua immagine, Gasol, è diventata un simbolo. Nel mare però si continua a morire.
"Le migrazioni sono un fenomeno quasi naturale, la gente fugge da paesi in cui c'è la guerra, in cui si muore di fame, cerca un mondo…
WUHAN. Le sue mani grandi come vomeri, quando c'è da giocare a pallacanestro, arpionano rimbalzi e mettono dentro i palloni che pesano. Ma quelle stesse mani e quegli occhi appuntiti come teste di spillo hanno visto e conosciuto altri campi di battaglia, e altre storie, in mare aperto, a salvare disperati dal naufragio. Lo spagnolo Marc Gasol, fratello minore di Pau, ha 34 anni, è alto 2 metri e 16 per 115 chilogrammi, di mestiere fa il pivot. Ha appena vinto il titolo Nba a Toronto, e al Mondiale in Cina ha spinto la sua nazionale ai quarti di finale. Ma la foto che ha fatto il giro del mondo è di un anno fa, lo ritrae impegnato sulla nave Astral della Open Arms, a salvare migranti nel Mediterraneo.
Quella sua immagine, Gasol, è diventata un simbolo. Nel mare però si continua a morire.
"Le migrazioni sono un fenomeno quasi naturale, la gente fugge da paesi in cui c'è la guerra, in cui si muore di fame, cerca un mondo migliore per i propri figli. Morire in mare in cerca del futuro è atroce. Non può essere una colpa essere nati sulla sponda meno fortunata del Mediterraneo. Deve smettere di esserlo".
Cosa ha imparato sulla Astral?
"Ho imparato che la vita umana è fragile, che le onde del mare sono dure come marmo, che la politica non vede o non sa. Non punto il dito contro nessuno in particolare, ma la situazione è fin troppo evidente perché non si agisca, perché le nazioni non trovino un accordo, una soluzione comune e condivisa. Ognuno invece pensa al proprio. E si continua a morire".
Cosa pensa delle teorie sovraniste, della politica dei muri e dei porti chiusi?
"Credo che non siano la soluzione, e che è orribile deliberare e legalizzare il disinteresse per la morte di esseri umani".
Quale pensa possa essere una soluzione per migliorare questo stato di cose?
"La prevenzione, probabilmente. Dobbiamo provare, noi occidentali, ad aiutare i paesi di provenienza di questi popoli, affinché migliorino le loro condizioni di vita, affinché non ci siano più guerre, armi, carestie, fame. Dobbiamo fornire loro un'alternativa al rischio della vita. Se un essere umano giunge al punto di rischiare la sua vita, è proprio perché non ha alternative".
Oltre ad aiutare Open Arms, lei è impegnato nel sociale anche con la Gasol Foundation contro l'obesità infantile, e a favore di Habitat for Humanity, una Ong che costruisce case e scuole nei paesi in via di sviluppo, soprattutto nel Sudest asiatico. Crede per uno sportivo dare dei messaggi sia una missione, un dovere o una necessità?
"Sicuramente tutte e tre le cose. È necessario dare dei messaggi. Il mio è: combattiamo perché il mondo dei nostri figli sia migliore del nostro. Sono una persona fortunata, che ha fatto nella vita quello che sognava. Vorrei che fosse possibile per i miei figli Julia e Luca, e per tutti i figli del mondo".
Ha vinto un Mondiale, un campionato Nba, ori europei e medaglie olimpiche. Ora ha 34 anni e la fine della carriera si sta avvicinando: ama ancora molto il basket?
"Profondamente, altrimenti non avrei sacrificato la cosa più importante che ho, cioè il tempo da trascorrere con la mia famiglia. Non sarei ancora qui, dopo tanti anni, tante botte, infortuni. Il basket è la mia passione, ma anche uno strumento per ispirare, instillare sogni, mandare messaggi a un grande numero di essere umani nel mondo".
Come racconterà il basket ai suoi figli?
"Come uno sport duro, malefico e magnifico. Uno sport in cui servono cuore, equilibrio, tecnica, disciplina. Un gioco di squadra in cui non vince il più bravo dei dieci in campo, ma il migliore affiatamento tra i compagni, la migliore strategia, il miglior "stare insieme" e fare team. Ora, dopo la partita, sono esausto, ma anche molto eccitato per la vittoria e per aver dato un grande contributo ai miei compagni. Ora andremo avanti più compatti e uniti che mai".
Il mondo dovrebbe essere una grande squadra di basket, dunque.
"Sarebbe molto bello".
Quella sua immagine, Gasol, è diventata un simbolo. Nel mare però si continua a morire.
"Le migrazioni sono un fenomeno quasi naturale, la gente fugge da paesi in cui c'è la guerra, in cui si muore di fame, cerca un mondo migliore per i propri figli. Morire in mare in cerca del futuro è atroce. Non può essere una colpa essere nati sulla sponda meno fortunata del Mediterraneo. Deve smettere di esserlo".
Cosa ha imparato sulla Astral?
"Ho imparato che la vita umana è fragile, che le onde del mare sono dure come marmo, che la politica non vede o non sa. Non punto il dito contro nessuno in particolare, ma la situazione è fin troppo evidente perché non si agisca, perché le nazioni non trovino un accordo, una soluzione comune e condivisa. Ognuno invece pensa al proprio. E si continua a morire".
Cosa pensa delle teorie sovraniste, della politica dei muri e dei porti chiusi?
"Credo che non siano la soluzione, e che è orribile deliberare e legalizzare il disinteresse per la morte di esseri umani".
Quale pensa possa essere una soluzione per migliorare questo stato di cose?
"La prevenzione, probabilmente. Dobbiamo provare, noi occidentali, ad aiutare i paesi di provenienza di questi popoli, affinché migliorino le loro condizioni di vita, affinché non ci siano più guerre, armi, carestie, fame. Dobbiamo fornire loro un'alternativa al rischio della vita. Se un essere umano giunge al punto di rischiare la sua vita, è proprio perché non ha alternative".
Oltre ad aiutare Open Arms, lei è impegnato nel sociale anche con la Gasol Foundation contro l'obesità infantile, e a favore di Habitat for Humanity, una Ong che costruisce case e scuole nei paesi in via di sviluppo, soprattutto nel Sudest asiatico. Crede per uno sportivo dare dei messaggi sia una missione, un dovere o una necessità?
"Sicuramente tutte e tre le cose. È necessario dare dei messaggi. Il mio è: combattiamo perché il mondo dei nostri figli sia migliore del nostro. Sono una persona fortunata, che ha fatto nella vita quello che sognava. Vorrei che fosse possibile per i miei figli Julia e Luca, e per tutti i figli del mondo".
Ha vinto un Mondiale, un campionato Nba, ori europei e medaglie olimpiche. Ora ha 34 anni e la fine della carriera si sta avvicinando: ama ancora molto il basket?
"Profondamente, altrimenti non avrei sacrificato la cosa più importante che ho, cioè il tempo da trascorrere con la mia famiglia. Non sarei ancora qui, dopo tanti anni, tante botte, infortuni. Il basket è la mia passione, ma anche uno strumento per ispirare, instillare sogni, mandare messaggi a un grande numero di essere umani nel mondo".
Come racconterà il basket ai suoi figli?
"Come uno sport duro, malefico e magnifico. Uno sport in cui servono cuore, equilibrio, tecnica, disciplina. Un gioco di squadra in cui non vince il più bravo dei dieci in campo, ma il migliore affiatamento tra i compagni, la migliore strategia, il miglior "stare insieme" e fare team. Ora, dopo la partita, sono esausto, ma anche molto eccitato per la vittoria e per aver dato un grande contributo ai miei compagni. Ora andremo avanti più compatti e uniti che mai".
Il mondo dovrebbe essere una grande squadra di basket, dunque.
"Sarebbe molto bello".