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La sindaca di Roma Virginia Raggi, 41 anni, con la giornalista di Repubblica Federica Angeli  

“Clan Spada, è mafia”. Per i boss di Ostia anche tre ergastoli

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Roma, la sentenza del maxiprocesso conferma la tesi dell’accusa. Raggi in aula: “A testa alta per la legalità”. Zingaretti: “Ha vinto lo Stato”
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ROMA - Mafia. Quella parola rimasta impronunciabile in trent'anni di storia giudiziaria torna a farsi sentenza. Il clan degli Spada, padrone di Ostia, è mafia. Come già stabilito in febbraio per i Fasciani, che li avevano preceduti nel dominio su quella stessa striscia di litorale romano. La corte di assise di Roma, dopo dieci ore di camera di consiglio, manda infatti i suoi capi - Carmine, Roberto e Ottavio Spada - all'ergastolo per duplice omicidio e, come chiesto dai pm Ilaria Calò e Mario Palazzi, condanna i loro 14 luogotenenti e gregari (altri 7 imputati sono stati invece assolti) a pene che sfiorano i 150 anni di carcere. Colpevoli di un rosario di reati che definiscono, oltre all'esistenza di un'associazione per delinquere di stampo mafioso, l'abisso di violenza in cui per lustri è stato scaraventato un intero municipio della capitale del Paese con i suoi 230 mila abitanti: usura, favoreggiamento, estorsione, lesioni personali ag…
ROMA - Mafia. Quella parola rimasta impronunciabile in trent'anni di storia giudiziaria torna a farsi sentenza. Il clan degli Spada, padrone di Ostia, è mafia. Come già stabilito in febbraio per i Fasciani, che li avevano preceduti nel dominio su quella stessa striscia di litorale romano. La corte di assise di Roma, dopo dieci ore di camera di consiglio, manda infatti i suoi capi - Carmine, Roberto e Ottavio Spada - all'ergastolo per duplice omicidio e, come chiesto dai pm Ilaria Calò e Mario Palazzi, condanna i loro 14 luogotenenti e gregari (altri 7 imputati sono stati invece assolti) a pene che sfiorano i 150 anni di carcere. Colpevoli di un rosario di reati che definiscono, oltre all'esistenza di un'associazione per delinquere di stampo mafioso, l'abisso di violenza in cui per lustri è stato scaraventato un intero municipio della capitale del Paese con i suoi 230 mila abitanti: usura, favoreggiamento, estorsione, lesioni personali aggravate, violenza privata, porto di armi e di esplosivi, incendio e danneggiamento aggravati, traffico di stupefacenti, attribuzione fittizia di beni.

Nell'aula bunker del carcere di Rebibbia, dove la sentenza è stata letta, lo Stato, per una sera, celebra la riconquista di un pezzo della sua sovranità su una Suburra che aveva costruito la sua epica su una sostanziale impunità. Su un lembo di dune, pineta e cemento che dista meno di trenta chilometri in linea d'aria dal Quirinale, da Montecitorio, da Palazzo Madama. E dove la lingua del potere, per anni, è stato il Sinti, dialetto rom con cui il clan - che di nomade non ha più nulla dal dopoguerra - proteggeva le sue conversazioni. Dove i luoghi che hanno definito la vita, l'economia, la politica del territorio avevano smesso da un pezzo di essere la sede del Municipio, o le associazioni di categoria, o lo stesso Comune di Roma, per trasferirsi negli scantinati delle palestre, delle bische, o nei condomini delle case popolari di Nuova Ostia, dove gli Spada amministravano giustizia, assegnavano case popolari, sceglievano interlocutori politici (i neri di Casapound), avevano la prima, l'ultima e unica parola. Dove fortune e disgrazie di piccoli e grandi commercianti, il business e le concessioni di dodici chilometri di arenile e dei suoi stabilimenti, lo spaccio degli stupefacenti, la libertà o meno di informare (come successo alla nostra Federica Angeli, costretta per questo a vivere e lavorare sotto scorta) venivano decise dall'alto del trono in damasco dai grevi intarsi in legno dorato, su cui nel tempo si erano assisi Carmine, detto "Romoletto", e suo fratello Roberto. Il "Trono di Spada", come lo aveva battezzato l'humor cinico e scanzonato che di Roma è la cifra quando, il 25 gennaio del 2018, era stato trovato e sequestrato durante l'operazione "Eclissi", il redde rationem con cui la Procura di Roma di Giuseppe Pignatone e Michele Prestipino, Polizia e Carabinieri, avevano annichilito il clan e di cui la sentenza di ieri è l'esito.
Sul "Game of Thrones" romano, sulla sua epica nera di sopraffazione, di violenza "coatta", truce, compiaciuta - stabilimenti ed esercizi commerciali dati alle fiamme con taniche di benzina, finte esecuzioni, pestaggi, umiliazioni, minacce - che aveva avuto la sua autocelebrazione nel setto nasale spaccato a favore di telecamera da Roberto Spada al giornalista di "Nemo" Daniele Piervincenzi, non solo si abbatte una terrificante mazzata giudiziaria, destinata ora a rimettere in discussione equilibri criminali consolidati, ma anche l'effetto potenzialmente dirompente della rottura dell'omertà. Nell'esito del processo sono stati infatti decisivi almeno quattro pentiti. Soprattutto nel ricostruire l'episodio madre che aveva incoronato gli Spada come Re di Ostia e che oggi gli vale l'ergastolo: l'omicidio, nel novembre 2011, di Giovanni Galleoni, detto "Baficchio", e Francesco Antonini, detto "Sorcanera". Si erano messi di traverso, avevano sfidato gli Spada nel controllo del territorio. E i fratelli Carmine e Roberto Spada avevano per questo deciso che dovessero essere eliminati. Faccenda di cui si sarebbero occupati Ottavio Spada, nipote di Carmine, e l'egiziano Amna Saber Abdelgawad Nader.

La sentenza non è un game over. Ma certo un inizio. Un possibile 25 aprile. Anche per il suo valore simbolico. Che non sfugge allo Stato, che decide per questo di essere in aula alla lettura della sentenza. Con la sindaca Virginia Raggi, il presidente della Commissione parlamentare antimafia Nicola Morra, e quello dell'Osservatorio per la legalità della Regione Lazio, Gianpiero Cioffredi. Per una sera parlano tutti la stessa lingua. Che è poi quella anche dell'associazione "Libera", della Fnsi, di "articolo 21", del segretario del Pd e governatore del Lazio Zingaretti, della presidente del X municipio Giuliana Di Pillo. <Vince lo Stato. Vincono i cittadini. Perde la mafia>. Sapendo che la guerra, per essere vinta, ha bisogno di giornate così, ma anche del coraggio di chi nelle terre di mafia abita. A maggior ragione se si tratta di un quartiere della Capitale dove qualcuno ha detto e continua a dire che "la mafia non esiste", "non può esistere".