Paolo Pizzo, 36 anni, argento olimpico di scherma nel 2916 e campione del mondo nel 2017
Paolo Pizzo: “Avevo 13 anni spada e ricerca mi hanno salvato”
Maria Novella De Luca
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di MARIA NOVELLA DE LUCA
Il campione azzurro di scherma racconta la sfida alla malattia e il ritorno in pedana
Aggiornato 2 minuti di lettura
ROMA - Paolo Pizzo è una valanga di ottimismo. "Il tumore? A volte penso di averlo sconfitto a colpi di spada, naturalmente, invece, devo dire grazie a un gruppo di medici fantastici. Ma sicuramente la voglia di tornare sulla pedana è stata la spinta più grande". Argento olimpico di scherma nel 2016 a Rio de Janeiro, campione del mondo a Lipsia nel 2017, Paolo Pizzo, 36 anni, catanese, da poco papà, dice che c'è una vita prima e una vita dopo il cancro al cervello.
Un brutto "ganglioma" che lo colpisce quando ha soltanto tredici anni e sta per entrare nella nazionale giovanile di scherma. "Avevo dei mal di testa atroci ma tenevo tutto nascosto ai miei genitori, per non dover interrompere gli allenamenti. Follie da adolescenti. Poi per fortuna ho avuto una crisi epilettica davanti a mia sorella".
E così i sua madre e suo padre hanno scoperto che era malato.
"Sì, ricordo soltanto che sono passato da…
ROMA - Paolo Pizzo è una valanga di ottimismo. "Il tumore? A volte penso di averlo sconfitto a colpi di spada, naturalmente, invece, devo dire grazie a un gruppo di medici fantastici. Ma sicuramente la voglia di tornare sulla pedana è stata la spinta più grande". Argento olimpico di scherma nel 2016 a Rio de Janeiro, campione del mondo a Lipsia nel 2017, Paolo Pizzo, 36 anni, catanese, da poco papà, dice che c'è una vita prima e una vita dopo il cancro al cervello.
Un brutto "ganglioma" che lo colpisce quando ha soltanto tredici anni e sta per entrare nella nazionale giovanile di scherma. "Avevo dei mal di testa atroci ma tenevo tutto nascosto ai miei genitori, per non dover interrompere gli allenamenti. Follie da adolescenti. Poi per fortuna ho avuto una crisi epilettica davanti a mia sorella".
E così i sua madre e suo padre hanno scoperto che era malato.
"Sì, ricordo soltanto che sono passato dalla palestra all'ospedale, operato d'urgenza al "Garibaldi" di Catania. Tiravo di scherma da quando avevo sette anni, per me nella vita contavano soltanto lo sport e gli amici e invece mi trovavo dentro qualcosa di enorme e pauroso. Non può accadere a me, pensavo".
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È il pensiero di molti quando scoprono di essere malati.
"Era primavera e tutti intorno a me dimostravano ottimismo. Non so come facessero, soltanto anni dopo ho saputo che mia madre piangeva tutte le notti ed era svenuta più volte".
L'operazione però va bene.
"Sì, avevo un grosso edema nel cervello che per fortuna i medici sono riusciti a rimuovere interamente. Non ringrazierò mai abbastanza il professor Albanese. Ma è stato il dopo, il periodo post-operatorio a essere durissimo".
Soffriva molto?
"Avevo un enorme taglio in testa e la paura di non poter più indossare la maschera della scherma. Ma in quei giorni, mi hanno raccontato, la decisione più difficile per i miei genitori fu decidere sulla chemioterapia. E se portarmi all'estero".
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Quale fu la scelta?
"Niente chemioterapia, in accordo con i medici, ma una forte terapia farmacologia. E poi restare in Italia. Una scelta che si è rivelata felice, perché sono stato seguito da una équipe eccellente. Però, in quel periodo, dopo l'operazione faticavo a riprendermi. Sembravo disinteressato anche allo sport. In fondo ero soltanto un ragazzino che aveva vissuto un'esperienza enorme".
Come ha ritrovato la voglia di vivere e di gareggiare?
"Grazie a mia madre. Un giorno mi ha imposto di uscire e mi ha portato a vedere una gara di scherma".
E ha riscoperto la passione?
"Sentire il rumore delle spade, le urla, l'ambiente della palestra, ritrovare i compagni , mi ha dato una scossa. Sono tornato ad allenarmi".
Da allora soltanto successi. L'aeronautica militare, due volte campione del mondo, ha vinto un argento olimpico. Un bel successo dopo aver avuto il cancro.
"Sono la dimostrazione che il tumore si può vincere e addirittura andare alle Olimpiadi. Ogni giorno ringrazio la vita, sicuramente sono stato fortunato, il mio tumore era operabile ma ho incontrato medici eccellenti e credo nella ricerca scientifica".
Infatti lei è anche testimonial dell'Airc, l'associazione italiana ricerca sul cancro.
"Chi meglio di me può incarnare una sfida vinta? Io voglio testimoniare che il tumore si può battere, si può sconfiggere, ma soprattutto si può prevenire. Grazie alla ricerca. Per questo vado nelle scuole a incontrare i ragazzi. In particolare adesso che ho avuto il mio premio più grande".
Quale premio, Paolo Pizzo?
"Questa piccola monella che è seduta accanto a me, mia figlia Elena di un anno e mezzo. Già mi sentivo fortunatissimo ad aver incontrato mia moglie Lavina, un'atleta anche lei. Se penso ai giorni dell'ospedale, alla paura di non tornare più in pedana, poi ai titoli che ho vinto, adesso sono anche papà, dico davvero che c'è una vita prima del tumore e una vita dopo".
Non ha mai paura che il cancro ritorni?
"Sempre. E non sempre si vince contro il tumore. La paura non scompare mai. Basta un mal di testa un po' più fastidioso, un dolore che non capisco, subito la mente entra in allarme. Poi subentra la ragione, per fortuna".
A cosa pensava durante gli allenamenti per le Olimpiadi e per i mondiali?
"Pensavo a quel nemico, il tumore, che aveva cercato di colpirmi proprio nei centri motori, per uccidere il mio sogno di diventare campione. Ho vinto la paura a colpi di spada. Non avevo scelta".