La requisitoria del pm Giovanni Musarò sul pestaggio e la morte di Stefano Cucchi (lapresse)
“Cucchi, condannate i carabinieri a 18 anni. Depistaggi da horror”
Carlo Bonini
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di CARLO BONINI
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La requisitoria del pm: “Non vogliamo pene esemplari, solo giuste. Non deve pagare l’Arma ma chi l’ha tradita con un omicidio abietto”. Per Musarò “la verità è semplicissima, al pestaggio seguì la morte”. Ilaria: “Finalmente lo Stato è al nostro fianco”
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ROMA - Qualunque sarà il verdetto, l'ultimo atto del processo per l'omicidio di Stefano Cucchi è un atto di riconciliazione. Della giustizia penale con il Paese. E con una verità vilipesa per dieci lunghissimi anni. Le richieste di pena, "non esemplari, ma giuste", che il pm Giovanni Musarò rassegna alla Corte di Assise per i quattro carabinieri imputati ne sono il corollario. "Una preghiera laica - la definisce fissando i giudici - dopo un processo vero e non kafkiano in cui non c'è spazio per la concessione di nessuna attenuante. E dove, purtroppo, la prescrizione ha già cancellato i reati di calunnia" . Diciotto anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici per Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, autori del pestaggio di Stefano e dunque responsabili di un omicidio consumato "per abietti e futili motivi, abusando della qualità di pubblici ufficiali e della condizione di minorata dif…
ROMA - Qualunque sarà il verdetto, l'ultimo atto del processo per l'omicidio di Stefano Cucchi è un atto di riconciliazione. Della giustizia penale con il Paese. E con una verità vilipesa per dieci lunghissimi anni. Le richieste di pena, "non esemplari, ma giuste", che il pm Giovanni Musarò rassegna alla Corte di Assise per i quattro carabinieri imputati ne sono il corollario. "Una preghiera laica - la definisce fissando i giudici - dopo un processo vero e non kafkiano in cui non c'è spazio per la concessione di nessuna attenuante. E dove, purtroppo, la prescrizione ha già cancellato i reati di calunnia" . Diciotto anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici per Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, autori del pestaggio di Stefano e dunque responsabili di un omicidio consumato "per abietti e futili motivi, abusando della qualità di pubblici ufficiali e della condizione di minorata difesa della vittima" . Otto anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici per il maresciallo Roberto Mandolini, all'epoca comandante della stazione Appia, e architetto dell'odiosa, cinica, spregiudicata catena di falsi - verbali di arresto, note di servizio, manomissione dei registri di fotosegnalamento - che condannerà Stefano al suo destino di morte e inquinerà la verità coinvolgendo nel depistaggio l'intera catena di comando dei carabinieri di Roma. Tre anni e 6 mesi per Francesco Tedesco, il testimone del pestaggio di Stefano, colpevole complice di quel segreto per nove anni e dunque, nonostante il pentimento e la collaborazione, corresponsabile dei falsi che lo coprirono, ma appunto innocente, e dunque "da assolvere" per non aver commesso l'omicidio.
Caso Cucchi, il pm Musarò: "Alla corte non chiediamo pene esemplari ma giuste"
Il cerchio dunque si compie e il pm Giovanni Musarò ha il merito di farlo con l'onestà intellettuale e l'intelligenza di chi, avendo studiato ogni singolo atto di questo monumentale affaire, avendone esplorato ogni contorsione prodotta dal sistematico depistaggio dei colpevoli e dalla pilatesca scienza medico-legale che le è puntualmente venuta in soccorso, è in grado prima di disinnescare l'impostura da cui è stato e continua ad essere avvelenato e quindi di ridurne la complessità a una disarmante semplicità.
"Il caso Cucchi - è la premessa di Musarò - è stato inquinato da un gravissimo depistaggio che ha conosciuto picchi da film dell'orrore. Ma non lasciatevi confondere dalle insinuazioni. Questo non è un processo all'Arma dei carabinieri, ma contro quei suoi appartenenti che violarono il giuramento di fedeltà alla Costituzione, tradendo innanzitutto l'Istituzione di cui facevano parte. L'Arma. Che ci è stata accanto nella ricerca della verità. E che non a caso siederà come parte civile in un diverso processo, proprio per depistaggio" .
E' un passaggio essenziale. Utile a diradare la nebbia tossica in cui il caso Cucchi è stato avvolto. Perché nessuno potesse vedere quello che ora appare di assoluta nitidezza. "Vi vogliono far credere - dice Musarò alla Corte - che avete di fronte un Everest da scalare. Non è così. La verità è semplicissima. Stefano fu pestato e per questo finì all'ospedale Pertini. La frattura delle vertebre rallentò il suo battito cardiaco. Lo precipitò in uno stato di stress post traumatico che spiega il suo rifiuto di alimentarsi. Rese la sua vescica neurologica, imponendo l'applicazione di un catetere. Il dolore impose la somministrazione di analgesici che rallentarono ulteriormente il battito cardiaco. Il catetere non funzionò per colpa di chi lo aveva in cura. E la vescica neurologica produsse uno spaventoso globo vescicale da 1400 centimetri cubi, tre volte oltre la soglia di umana tolleranza. Il globo vesciale provocò un riflesso vagale che fermò il cuore di Stefano" .
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E' una sequenza granitica nei fatti prima ancora che dalla logica. E', soprattutto, il cuore del processo. Si chiama "nesso di causalità" . Quello che lega una causa (il pestaggio di Stefano) al suo effetto (la sua morte). Musarò lo sa e per questo, a beneficio dei giudici popolari, ne scioglie la tecnicalità. "Ricordatevi - dice - siete giudici del nesso di causalità giuridica non di quello medico. E nel diritto penale esiste un principio che gli studenti di giurisprudenza devono conoscere per non essere bocciati. Questo: se ad una causa da cui tutto ha tratto origine, nel nostro caso il pestaggio di Stefano, ne sopravviene un'altra, nel nostro caso la colpa dei medici del Pertini che non lo curarono a dovere, che concorre a produrre l'evento finale, la morte, ebbene, questa concausa può escludere il nesso causale originario solo se da sola è sufficiente a produrre l'evento finale. Ebbene, nel caso di Stefano, la colpa medica, non è sufficiente da sola. Non ci sarebbero stati né fratture, né catetere, né dunque colpa medica se la notte in cui venne arrestato Stefano non fosse stato pestato. E dunque gli autori del pestaggio sono i responsabili della sua morte" .
Nel sipario alzato da Musarò sulla verità, Fabio Anselmo, legale dei Cucchi ha poi gioco agevole e meritato a ricordare la battaglia contro tutto e tutti che la famiglia di Stefano ha combattuto per anni, quando una Procura avvelenata dai falsi guardava altrove e la scienza medico-legale strologava su epilessie e morti di fame e di sete. La sentenza sarà pronunciata il 14 novembre. Prima di allora, due udienze per le difese.