La famiglia che torna nella casa simbolo della tempesta Vaia
Giampaolo Visetti
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dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTI
Un anno fa la loro abitazione, come nel ‘66, fu travolta dal fiume. Ora Eros e Gloria rientrano: “La nostra vita è qui, non ce ne andiamo"
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SEDICO (Belluno) - Alle motoseghe, un anno dopo, i denti non sono caduti. Sulle montagne del Nordest, sconvolte dalla tempesta Vaia, non smettono di mordere il legno morto. Milioni di alberi volati via nel vento e nella pioggia giacciono ancora sui pascoli e lungo i canaloni. Hanno scosso il cuore delle Dolomiti: per un secolo il volto apparente della natura non tornerà come prima. Ad essere invisibilmente cambiata per sempre è invece la gente. Le stagioni hanno compiuto un ciclo e con il ritorno dell’autunno, dopo la notte che ha ricordato agli umani la loro impotente marginalità, adesso ognuno lo sa: sulla terra guastata i disastri non passano più, riposano sempre meno e poi ritornano. «Noi però — dice Gloria Roni, 59 anni di Ponte Mas — restiamo qui. Siamo ancora vivi, vogliamo ricominciare come i larici rimasti in piedi». La sua, a Sedico, è la casa della famiglia miracolata: travolta e sopravvissuta due volte…
SEDICO (Belluno) - Alle motoseghe, un anno dopo, i denti non sono caduti. Sulle montagne del Nordest, sconvolte dalla tempesta Vaia, non smettono di mordere il legno morto. Milioni di alberi volati via nel vento e nella pioggia giacciono ancora sui pascoli e lungo i canaloni. Hanno scosso il cuore delle Dolomiti: per un secolo il volto apparente della natura non tornerà come prima. Ad essere invisibilmente cambiata per sempre è invece la gente. Le stagioni hanno compiuto un ciclo e con il ritorno dell’autunno, dopo la notte che ha ricordato agli umani la loro impotente marginalità, adesso ognuno lo sa: sulla terra guastata i disastri non passano più, riposano sempre meno e poi ritornano. «Noi però — dice Gloria Roni, 59 anni di Ponte Mas — restiamo qui. Siamo ancora vivi, vogliamo ricominciare come i larici rimasti in piedi». La sua, a Sedico, è la casa della famiglia miracolata: travolta e sopravvissuta due volte. Le immagini dell’edificio nell’Agordino, crollato per metà nel fiume Cordevole la notte del 29 ottobre 2018, hanno fatto il giro del mondo. Un anno fa sono diventate il simbolo di Vaia. Oggi sono la prova della rinascita del popolo dimenticato che vive nei paesi delle alte quote.
«Ci hanno proposto di andare via — dice il marito Eros Tormen, 63 anni — a Venezia, oppure a Barcellona dove è emigrata nostra figlia. Impossibile: se tagliamo le radici, come i boschi, secchiamo». La furia dell’onda alzata dai torrenti bellunesi, aveva già inghiottito la casa di Gloria il 4 novembre 1966. «Avevo sei anni — dice — mio padre Angelo l’aveva costruita con le sue mani. Da giorni vedevamo l’acqua salire nella valle: mia mamma ripeteva “Prega”. I paesani gridavano “Andate via”. Anche allora siamo rimasti perché non riuscivamo a immaginare una vita lontana dal posto in cui da sempre veniamo al mondo». Un anno fa è stato diverso. Un autunno asciutto e rovente. Nuvole e scirocco, improvvisi, solo tra il 26 e il 30 di ottobre. Oltre 700 millimetri di acqua in poche ore, raffiche fino a 217 chilometri orari. Qui non si ricorda una tempesta così, partorita dal veleno che muta i ghiacciai in tropici. «Più che l’aria sporca — dice Eros — ci spaventa quella fritta, soffiata da chi nega l’evidenza del clima sconvolto. Solo per caso a noi non è costato la vita». Eros e Olga
Quel lunedì il peggio sembrava passato. Sul ponte di Mas il Cordevole era sceso a 3,5 metri. La pioggia cadeva leggera. «Alle 17 ci hanno assicurato — dice Gloria — che in caso di pericolo avrebbero avvisato. Con il buio è iniziato il rumore». Sulle montagne di Veneto, Friuli, Trentino, Alto Adige e Lombardia, quel boato è indimenticabile. «Tremavano i tetti e i pavimenti — dice Matteo Melchiorre, autore di <CF2002>Storia di alberi e della loro terra</CF> — le cose e le piante hanno preso il volo. Un terremoto: non pochi secondi, tre ore. Abbiamo pensato: se lei vuole può. Si sentiva che la natura poteva cancellare anche la vita». Tutti conservano negli occhi la tristezza di 14 milioni di alberi sradicati. Sotto la casa della famiglia Tormen invece è stato il fiume a riprendere lo scavo incompiuto 52 anni prima. «La sera il Cordevole era salito a 10 metri, poi oltre i 15 superando il ponte. A monte, per salvare i paesi, avevano aperto troppo tardi lo sbarramento del lago di Alleghe e la diga di Cencenighe, colma di tronchi. Alle 21.50 abbiamo sentito un rumore profondo e l’odore di terra marcita dell’alluvione: casa, garage e piazzale sotto le finestre sono spariti nel fango». Gloria, come da bambina, è ritornata una sfollata. «Mi sono nascosta in auto — dice — vomitavo e piangevo. Alla luce del cellulare abbiamo scoperto la verità». L’ordine di evacuazione è arrivato solo la mattina dopo. «I carabinieri — dice Eros — ci hanno detto di mettere le nostre cose in un furgone e di andare via. Abbiamo rifiutato, non potevamo abbandonare i due gatti. Mia cugina Vanna, a Parigi, ha visto in tivù le macerie trascinate nel cratere scavato dalla corrente. Ci ha offerto casa sua, a due chilometri da qui».
Adesso, dopo un anno, sono tornati. Inutile convincerli a dire basta e poi addio. La vita riprende nelle stesse stanze che si sono salvate, sospese sopra il vuoto. Eros sta superando un ictus che l’ha sorpreso sulle scale. Gloria è in cura da uno psicologo. La terra che abbiamo guastato e che non curiamo non li ha risparmiati. Nell’ottobre 2018 Vaia, sulle Alpi, è stata come la Grande guerra finita un secolo prima: le bombe della natura, questa volta, che scappa da chi la distrugge. «Per noi però — dice la famiglia Tormen — ancora non basta. Ci ha lasciato vivere, abbiamo il dovere di ricominciare. Se resta sola la montagna muore: allora sì è finita per tutti».