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(ansa)

L’Ilva dimezzata

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Nuovo piano di Arcelor-Mittal per far fronte alla crisi: 5 mila lavoratori in esubero
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Cinquemila persone che rischiano di restare a casa. Quasi due milioni di euro al giorno di perdita. Il contratto d’affitto della fabbrica che, dopo nemmeno un anno dalla firma, deve essere rivisto al ribasso perché la produzione è ferma a metà (4 milioni di tonnellate) rispetto a quanto inizialmente aveva previsto. C’è un enorme vulcano che rischia, nelle prossime settimane, di colpire il Paese: quel vulcano è l’ex Ilva, il più grande stabilimento siderurgico di Europa, mai come in questo momento pronto a esplodere.

Arcelor Mittal, il colosso franco-indiano che a settembre dello scorso anno, al termine di una lunghissima trattativa, aveva acquistato l’azienda, sta per chiedere infatti di rivedere il contratto. E a testimoniare il nuovo corso c’è stato anche il cambio di management: la scorsa settimana è finito il tempo di Matthieu Jehl, che aveva pensato il piano di rilancio di Ilva. Ed è com…
Cinquemila persone che rischiano di restare a casa. Quasi due milioni di euro al giorno di perdita. Il contratto d’affitto della fabbrica che, dopo nemmeno un anno dalla firma, deve essere rivisto al ribasso perché la produzione è ferma a metà (4 milioni di tonnellate) rispetto a quanto inizialmente aveva previsto. C’è un enorme vulcano che rischia, nelle prossime settimane, di colpire il Paese: quel vulcano è l’ex Ilva, il più grande stabilimento siderurgico di Europa, mai come in questo momento pronto a esplodere.

Arcelor Mittal, il colosso franco-indiano che a settembre dello scorso anno, al termine di una lunghissima trattativa, aveva acquistato l’azienda, sta per chiedere infatti di rivedere il contratto. E a testimoniare il nuovo corso c’è stato anche il cambio di management: la scorsa settimana è finito il tempo di Matthieu Jehl, che aveva pensato il piano di rilancio di Ilva. Ed è cominciato quello di Lucia Morselli, la lady di ferro che, per far capire a tutti quanto l’aria fosse cambiata, ha subito detto ai sindacati: «Va ridisegnata l’azienda. Qui bisogna cercare di guadagnare i soldi per gli stipendi».

Date queste premesse, ecco perché quanto accaduto ieri in Parlamento non è stata l’attività più pericolosa del “vulcano Ilva”. I 5 Stelle hanno fatto saltare lo scudo penale voluto dal governo “Conte primo”. Si tratta della legge — che garantisce i nuovi proprietari di Ilva da reati commessi nel periodo dei lavori di ambientalizzazione — prevista nel contratto di acquisto dell’azienda, attorno alla quale Arcelor Mittal aveva costruito il suo aut aut: se cade lo scudo, dicevano in estate, si strappa il contratto. Noi andiamo via da Taranto. E presenteremo una causa miliardaria all’Italia.

Proprio per evitare questo rischio, l’allora ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, aveva deciso di fare un passo indietro: la norma sullo scudo era stata cancellata, anche per evitare lo stop quasi inevitabile della Corte costituzionale. Ma n’era stata scritta un’altra, con tutto sommato con le stesse garanzie per l’azienda.

Il decreto Imprese ha cancellato anche quella riscrittura. Eppure la questione che quest’estate aveva rischiato di far cadere il governo, non ha però fatto in queste ore troppo rumore. Ha strillato Salvini («incapaci Conte-Renzi e Di Maio) qualche sindacalista si è detto preoccupato, ma poi poco più. Soprattutto l’azienda è rimasta in silenzio. Non per caso.

In questi tre mesi sono successe alcune cose che hanno reso lo scudo penale non poi così importante. Perché, visto dalla parte di Arcelor, il resto di quello che è accaduto è molto più grave. Il mercato dell’acciaio, soprattutto quello europeo, è in fortissima contrazione. I dazi americani hanno fatto in modo che la Turchia invadesse il mercato europeo: gli ultimi dati parlano di una sovrapproduzione mondiale di 550 milioni di tonnellate, più del triplo rispetto alla produzione europea dello scorso anno.

L’azienda ha in mano un accordo assai oneroso: sono previsti investimenti per 2,4 miliardi. Investimenti che dovevano essere garantiti da una produzione da 6 milioni di tonnellate annue, che dovevano arrivare fino a otto. Oggi Ilva non riesce ad andare oltre le quattro, anche perché due degli altoforni sono chiusi per i lavori di ambientalizzazione (e un terzo era stato fermato dalla Procura).

Così, hanno detto ieri i vertici di Arcelor al ministro dello Sviluppo Stefano Patuanelli, non si può andare avanti. Il ministro aveva capito perfettamente quanto la questione fosse delicata. Tanto che poche ore prima era andato in Aula al Senato a dire: «Bisogna tenere insieme la capacità produttiva, la capacità di dare risposte occupazionali e l’impossibilità di continuare in una strada che ha ammalato una popolazione. Sono elementi dovranno stare insieme in un ragionamento complessivo che dovremo fare e che faremo insieme all’azienda». Potrebbe non bastare.