Cucchi, si ritira il giudice del processo per i depistaggi: “Sono un ex carabiniere”
Carlo Bonini , di CARLO BONINIAggiornato al 16 dicembre il giudizio sugli otto ufficiali accusati dei depistaggi. Domani il verdetto per i militari accusati del pestaggio e per i medici
ROMA. Con uno sdoppiamento che è insieme fisico e simbolico, nella stessa giornata, in due luoghi diversi - l'aula bunker di Corte di assise nel carcere di Rebibbia e quella del tribunale di piazzale Clodio - la giustizia penale celebra l'ultima udienza del processo ai due carabinieri accusati dell'omicidio di Stefano Cucchi e la prima che vede imputati otto tra ufficiali e sottufficiali dell'Arma per dieci anni di depistaggi della verità. E nel testacoda, che anticipa di poche ore la sentenza che la Corte di assise pronuncerà domani sull'omicidio (il pm Giovanni Musarò ha chiesto condanne a 18 anni di reclusione), sono la rappresentazione esatta e il senso di un'intera vicenda al cui esito - lo ha detto ieri Ilaria - "la famiglia Cucchi arriva stremata" .
A dimostrazione di cosa succede quando lo Stato è chiamato a processare se stesso, accade infatti che il giudice a cui era stato assegnato il dibattimento del pro…
A dimostrazione di cosa succede quando lo Stato è chiamato a processare se stesso, accade infatti che il giudice a cui era stato assegnato il dibattimento del pro…
ROMA. Con uno sdoppiamento che è insieme fisico e simbolico, nella stessa giornata, in due luoghi diversi - l'aula bunker di Corte di assise nel carcere di Rebibbia e quella del tribunale di piazzale Clodio - la giustizia penale celebra l'ultima udienza del processo ai due carabinieri accusati dell'omicidio di Stefano Cucchi e la prima che vede imputati otto tra ufficiali e sottufficiali dell'Arma per dieci anni di depistaggi della verità. E nel testacoda, che anticipa di poche ore la sentenza che la Corte di assise pronuncerà domani sull'omicidio (il pm Giovanni Musarò ha chiesto condanne a 18 anni di reclusione), sono la rappresentazione esatta e il senso di un'intera vicenda al cui esito - lo ha detto ieri Ilaria - "la famiglia Cucchi arriva stremata" .
A dimostrazione di cosa succede quando lo Stato è chiamato a processare se stesso, accade infatti che il giudice a cui era stato assegnato il dibattimento del processo per i depistaggi, Federico Bona Galvagno, decida di astenersi riconoscendo - solo dopo l'istanza di ricusazione presentata dalle parti civili - di essere un carabiniere in congedo e di essere legato da rapporti di conoscenza all'ex comandante generale Tullio Del Sette. Dunque non nelle condizioni oggettive di evitare che sul processo si allunghi un ombra di pregiudizio prima ancora che cominci (il giudizio è stato così aggiornato al 16 dicembre di fronte a un giudice diverso, Giulia Cavallone). E accade che, nello stesso momento, a Rebibbia, le due arringhe delle avvocatesse Antonella De Benedictis e Maria Lampitella, difensori dei carabinieri imputati di omicidio Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, finiscano involontariamente per dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, come Stefano sia stato ucciso due volte. Da una prima congiura, quella dell'omertà dei tre carabinieri (D'Alessandro, Di Bernardo e Francesco Tedesco, diventato solo nel 2018 testimone di accusa) che, la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, lo trasferirono nella caserma Casilina dove sarebbe stato pestato. E da una seconda, a ben vedere peggiore della prima: quella del silenzio delle loro gerarchie.
Nella sua nemesi, dieci anni dopo la morte di Stefano, il destino dei due carabinieri che lo pestarono è buio. Alessio Di Bernardo ha scoperto di essersi ammalato di cancro ("In questo processo, avrebbe voluto metterci la faccia e anche la voce. Ma non è stato possibile. Mi ha chiesto di chiarire questa situazione per evitare ogni strumentalizzazione: è affetto da un grave tumore che lo ha molto debilitato fisicamente e moralmente", ha detto nell'aula di Rebibbia la sua avvocatessa Antonella De Benedictis). Raffaele D'Alessandro, sospeso dal servizio, ha perso tutto. La moglie, che si è ricostruita una vita e una famiglia con un uomo, un pizzaiolo di san Martino al Cimino, che di D'Alessandro era amico. E i mezzi per vivere ("Guadagna 600 euro al mese, ne paga alla moglie 470 di mutuo, è tornato a casa dai genitori, gli unici che posso provvedere al suo mantenimento e presto a Viterbo si aprirà un nuovo processo perché la moglie lo ha denunciato per aver sospeso gli alimenti ai figli", ha detto la sua avvocatessa). Gli avvocati dell'uno e dell'altro ne hanno chiesto l'assoluzione. Afferrandosi all'unico argomento giuridicamente spendibile. Il dubbio che tra le lesioni provocate dal pestaggio e la morte di Stefano possa esserci un nesso di causa-effetto. Che decisiva sia stata insomma la negligenza dei sanitari e dei medici dell'ospedale Pertini, dove Stefano agonizzò per pochi giorni, attaccato ad un catetere che non drenava e che contribuì a rendere catastrofico il suo quadro clinico.
Un argomento con cui le difese hanno provato a ribaltare una giurisprudenza costante - e dunque assai difficile da rimontare - che sostiene il contrario. Che vuole cioè la colpa medica sopravvenuta (come nel caso Cucchi) ininfluente ai fini della responsabilità di chi ha costretto la propria vittima a finire in una corsia di ospedale. E nondimeno suggestivo agli occhi dei giurati popolari. "Potete condannare a 18 anni due carabinieri per uno schiaffo e un calcio? Chi è responsabile della morte di Cucchi? Loro o chi non si accorse di un catetere ostruito?". Una domanda cui, appunto, domani la Corte di Assise darà una definitiva risposta. Anche qui, in una singolare cabala. Perché domani sarà anche il giorno in cui verrà definita per la terza volta in una Corte di appello la posizione dei cinque medici del Pertini che, in un terzo e separato processo, sono ancora imputati, ormai da quasi dieci anni, di omicidio colposo.
A dimostrazione di cosa succede quando lo Stato è chiamato a processare se stesso, accade infatti che il giudice a cui era stato assegnato il dibattimento del processo per i depistaggi, Federico Bona Galvagno, decida di astenersi riconoscendo - solo dopo l'istanza di ricusazione presentata dalle parti civili - di essere un carabiniere in congedo e di essere legato da rapporti di conoscenza all'ex comandante generale Tullio Del Sette. Dunque non nelle condizioni oggettive di evitare che sul processo si allunghi un ombra di pregiudizio prima ancora che cominci (il giudizio è stato così aggiornato al 16 dicembre di fronte a un giudice diverso, Giulia Cavallone). E accade che, nello stesso momento, a Rebibbia, le due arringhe delle avvocatesse Antonella De Benedictis e Maria Lampitella, difensori dei carabinieri imputati di omicidio Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro, finiscano involontariamente per dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, come Stefano sia stato ucciso due volte. Da una prima congiura, quella dell'omertà dei tre carabinieri (D'Alessandro, Di Bernardo e Francesco Tedesco, diventato solo nel 2018 testimone di accusa) che, la notte tra il 15 e il 16 ottobre 2009, lo trasferirono nella caserma Casilina dove sarebbe stato pestato. E da una seconda, a ben vedere peggiore della prima: quella del silenzio delle loro gerarchie.
Nella sua nemesi, dieci anni dopo la morte di Stefano, il destino dei due carabinieri che lo pestarono è buio. Alessio Di Bernardo ha scoperto di essersi ammalato di cancro ("In questo processo, avrebbe voluto metterci la faccia e anche la voce. Ma non è stato possibile. Mi ha chiesto di chiarire questa situazione per evitare ogni strumentalizzazione: è affetto da un grave tumore che lo ha molto debilitato fisicamente e moralmente", ha detto nell'aula di Rebibbia la sua avvocatessa Antonella De Benedictis). Raffaele D'Alessandro, sospeso dal servizio, ha perso tutto. La moglie, che si è ricostruita una vita e una famiglia con un uomo, un pizzaiolo di san Martino al Cimino, che di D'Alessandro era amico. E i mezzi per vivere ("Guadagna 600 euro al mese, ne paga alla moglie 470 di mutuo, è tornato a casa dai genitori, gli unici che posso provvedere al suo mantenimento e presto a Viterbo si aprirà un nuovo processo perché la moglie lo ha denunciato per aver sospeso gli alimenti ai figli", ha detto la sua avvocatessa). Gli avvocati dell'uno e dell'altro ne hanno chiesto l'assoluzione. Afferrandosi all'unico argomento giuridicamente spendibile. Il dubbio che tra le lesioni provocate dal pestaggio e la morte di Stefano possa esserci un nesso di causa-effetto. Che decisiva sia stata insomma la negligenza dei sanitari e dei medici dell'ospedale Pertini, dove Stefano agonizzò per pochi giorni, attaccato ad un catetere che non drenava e che contribuì a rendere catastrofico il suo quadro clinico.
Un argomento con cui le difese hanno provato a ribaltare una giurisprudenza costante - e dunque assai difficile da rimontare - che sostiene il contrario. Che vuole cioè la colpa medica sopravvenuta (come nel caso Cucchi) ininfluente ai fini della responsabilità di chi ha costretto la propria vittima a finire in una corsia di ospedale. E nondimeno suggestivo agli occhi dei giurati popolari. "Potete condannare a 18 anni due carabinieri per uno schiaffo e un calcio? Chi è responsabile della morte di Cucchi? Loro o chi non si accorse di un catetere ostruito?". Una domanda cui, appunto, domani la Corte di Assise darà una definitiva risposta. Anche qui, in una singolare cabala. Perché domani sarà anche il giorno in cui verrà definita per la terza volta in una Corte di appello la posizione dei cinque medici del Pertini che, in un terzo e separato processo, sono ancora imputati, ormai da quasi dieci anni, di omicidio colposo.