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L'agente Sissi Trovato Mazza 

Il suicidio impossibile dell'agente Sissi

Venezia, il padre della poliziotta morta a gennaio respinge l’archiviazione del caso voluta dalla Procura. “Nessuna impronta sulla pistola o tracce di sangue. Troppe anomalie. Serve una super perizia”
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VENEZIA - "Per la Procura il caso è chiuso, l'hanno scritto già due volte. Lo Stato che mia figlia serviva, non vuole dirmi com'è morta Sissi". Non si dà pace il padre di Maria Teresa Trovato Mazza, detta "Sissi", la giovane agente di polizia penitenziaria di Venezia morta il 12 gennaio scorso dopo un'agonia durata più di due anni.

Atleta e poliziotta originaria di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, 27 anni, cresciuta nell'esercito, prestava servizio nel carcere femminile della Giudecca quando il 1° novembre 2016 è stata trovata riversa a terra in un ascensore dell'ospedale Civile di Venezia, con la testa devastata da un proiettile calibro 9. Per il pm veneziano Elisabetta Spigarelli non ci sono dubbi: l'agente Sissi quel giorno si è tolta la vita "senza il coinvolgimento di terzi", rivolgendo la pistola d'ordinanza contro se stessa. Il fascicolo, aperto contro ign…
VENEZIA - "Per la Procura il caso è chiuso, l'hanno scritto già due volte. Lo Stato che mia figlia serviva, non vuole dirmi com'è morta Sissi". Non si dà pace il padre di Maria Teresa Trovato Mazza, detta "Sissi", la giovane agente di polizia penitenziaria di Venezia morta il 12 gennaio scorso dopo un'agonia durata più di due anni.

Atleta e poliziotta originaria di Taurianova, in provincia di Reggio Calabria, 27 anni, cresciuta nell'esercito, prestava servizio nel carcere femminile della Giudecca quando il 1° novembre 2016 è stata trovata riversa a terra in un ascensore dell'ospedale Civile di Venezia, con la testa devastata da un proiettile calibro 9. Per il pm veneziano Elisabetta Spigarelli non ci sono dubbi: l'agente Sissi quel giorno si è tolta la vita "senza il coinvolgimento di terzi", rivolgendo la pistola d'ordinanza contro se stessa. Il fascicolo, aperto contro ignoti per istigazione al suicidio, va dunque archiviato. Ma il padre Salvatore Trovato Mazza, la madre Caterina e i famigliari sono convinti che non sia stata Sissi a sparare, e da quel giorno continuano a cercare la verità sulla morte della ragazza.

Nell'ottobre del 2018 i rilievi avanzati dai loro legali, supportati da autorevoli periti, hanno convinto il giudice a ordinare nuove indagini, al termine delle quali il 30 settembre scorso la Procura ha chiesto nuovamente l'archiviazione. Qualche giorno fa la famiglia, assistita dall'avvocato Girolamo Albanese, ha depositato una nuova opposizione chiedendo alla magistratura di scavare più a fondo. La speranza è che il giudice disponga una superperizia per ricostruire "complessivamente" la dinamica, tenendo conto dei tanti elementi che non tornano. Perché se di suicidio si è trattato, quello dell'agente Sissi sembra un suicidio impossibile. Il foro di entrata del proiettile si trova in un punto strano del capo, più vicino alla nuca che alla tempia, non proprio la zona scelta da chi si punta una pistola alla testa. L'arma che ha sparato (la Beretta calibro 9 d'ordinanza che secondo alcune testimonianze Sissi portava abitualmente "sganciata, con il colpo in canna e senza sicura", dunque a rischio sottrazione) viene ritrovata completamente priva di impronte digitali e ancora in mano alla poliziotta, nonostante il rinculo e le gravissimi lesioni provocate dal proiettile rendessero quasi impossibile trattenerla.

E poi c'è il dato più pesante: l'assenza di tracce ematiche sulla punta della pistola, "un evento insolito" anche secondo la Procura, considerato che il sangue viene riscontrato "nel 75% dei casi" di colpi sparati a contatto o a bruciapelo. Ma secondo i consulenti della famiglia Trovato Mazza sarebbero immacolati anche il polsino e la manica destra di Sissi, che rientrano in quella zona che gli esperti chiamano di "backspatter", dove dovrebbero depositarsi le gocce di sangue e i frammenti provocati dall'entrata del proiettile: "Una contraddizione insuperabile rispetto alla tesi del suicidio", si spinge a sostenere il generale dei carabinieri Luciano Garofano, biologo ed ex comandante del Ris di Parma, che ha accettato di dare il suo contributo al pool di esperti ingaggiati dalla famiglia.

Cos'è successo dunque all'agente Sissi Trovato Mazza? Resta un giallo. Anche perché le indagini presentano lacune irreparabili, come la decisione dei medici legali di non sbendare la testa per verificare la lesione e di rimandare l'esame a un mese dopo, quando ormai sulla poliziotta era stato eseguito un invasivo intervento chirurgico alla testa. Sissi è rimasta in coma per più di due anni, assistita notte e giorno dalle cure amorevoli di mamma Caterina, prima in ospedale e poi nella casa di famiglia in Calabria, dove si è spenta il 12 gennaio scorso.
Quel 1 novembre 2016 l'agente Sissi doveva controllare una detenuta che aveva partorito ed era ricoverata nel reparto di pediatria dell'ospedale veneziano. Le immagini delle telecamere di sorveglianza la riprendono mentre si trattiene nei pressi delle scale come se stesse aspettando qualcuno. Si dirige verso l'ascensore, un punto non coperto dal raggio della telecamera, dove succede tutto in pochi istanti: i due minuti che intercorrono tra il passaggio di una signora che prosegue il suo cammino e quello della donna che darà l'allarme, e che non è stata mai identificata. Incredibilmente, nessuno sente lo sparo. L'unico operatore sanitario che in quegli istanti mostra interesse per l'area degli ascensori, tanto da tornare sui suoi passi per controllare - rintracciato e interrogato solo a distanza di due anni dai fatti - oggi dichiara di non ricordare cosa attrasse la sua attenzione.
"Ma le pare normale che un genitore debba cercare di dimostrare scientificamente che sua figlia non si è sparata da sola? Nessuno vuole parlare con noi - denuncia il padre Salvatore -. Per lo Stato il caso è chiuso. Cosa c'è dietro? Che cos'è questo muro?".