Sam Mendes: "Venite con me in trincea a sentire la paura"
di SILVIA BIZIO
Il regista parla del suo nuovo film, '1917', storia di una missione impossibile affidata a due giovani soldati della Grande guerra
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«Non un unico ciak, ma una sola ripresa». A Sam Mendes basta una frase per spiegare il senso del suo nuovo film. Si intitola 1917, esce negli Stati Uniti il 25 dicembre e in Italia il 23 gennaio. È un film sulla Prima guerra mondiale, una sfida tecnologica e una storia d’amore.
È il 6 aprile del 1917. A due giovani tenenti inglesi (gli attori Dean Charles Chapman e George MacKay) viene affidata, dal generale Erinmore (Colin Firth), una missione impossibile. Devono recarsi oltre la “terra di nessuno” delle trincee francesi e raggiungere il colonnello inglese Mackenzie (Benedict Cumberbatch) affinché blocchi l’attacco previsto per l’alba: i tedeschi hanno finto una ritirata e li aspetta un massacro di 1600 soldati — fra cui il fratello di uno dei due giovani. Per le successive due ore, più o meno in tempo reale, la macchina da presa (una Alexa Mini LF sviluppata appositamente con il direttore della fotografia, …
«Non un unico ciak, ma una sola ripresa». A Sam Mendes basta una frase per spiegare il senso del suo nuovo film. Si intitola 1917, esce negli Stati Uniti il 25 dicembre e in Italia il 23 gennaio. È un film sulla Prima guerra mondiale, una sfida tecnologica e una storia d’amore.
È il 6 aprile del 1917. A due giovani tenenti inglesi (gli attori Dean Charles Chapman e George MacKay) viene affidata, dal generale Erinmore (Colin Firth), una missione impossibile. Devono recarsi oltre la “terra di nessuno” delle trincee francesi e raggiungere il colonnello inglese Mackenzie (Benedict Cumberbatch) affinché blocchi l’attacco previsto per l’alba: i tedeschi hanno finto una ritirata e li aspetta un massacro di 1600 soldati — fra cui il fratello di uno dei due giovani. Per le successive due ore, più o meno in tempo reale, la macchina da presa (una Alexa Mini LF sviluppata appositamente con il direttore della fotografia, il premio Oscar Roger Deakins) segue gli attori senza stacchi attraverso le trincee, nel fango, tra capanni abbandonati, cadaveri, fiumi in piena, bombardamenti. Fino alla destinazione finale. Storie della Grande guerra che Mendes, 54 anni, aveva ascoltato dal nonno e ha portato sul grande schermo con la sceneggiatrice Krysty Wilson Cairnes, prodotto dalla Dreamworks di Steven Spielberg.
Un film, una ripresa. Qual era l’obiettivo?
«È stata una scelta emotiva. Volevo che il pubblico si sentisse al fianco di questi ragazzi, camminasse con loro, respirasse il loro respiro, sentisse la loro paura. Una volta deciso sul tempo reale, non ho voluto lavorare troppo al montaggio, crea un distacco dai personaggi. Cercavo un senso di intimità e immediatezza».
Suo nonno era uno di quei ragazzi.
«Di origini portoghesi, suo padre era emigrato nell’isola di Trinidad, lui nel 1910 venne mandato a studiare in un collegio in Inghilterra. Andò in guerra ma, tornato, non ne parlò mai con i figli. Aspettò di avere dei nipoti. Andavo a trovarlo a Trinidad, si versava del rum e raccontava. Fra le storie, quella di quando venne scelto per per consegnare un messaggio. Era piccolo, agile, la nebbia era bassa nelle trincee, alte poco più di un metro e mezzo, e lui correva basso e nascosto. Vedeva le baionette dei tedeschi in cima alle trincee, al di là della nebbia. Ebbe una medaglia, ma non si dava arie, non parlava del suo eroismo ma della fortuna di essere sopravvissuto. Ci spiegava quanto fosse preziosa la vita».
Qualcosa ricorda “Salvate il soldato Ryan”di Spielberg.
«I grandi film sono sempre un’ispirazione. Ma questo è stato snervante: pensi a una ripresa di 9 minuti in cui per 8 minuti e 45 secondi tutto è perfetto ma negli ultimi 15 secondi qualcuno fa un errore e devi rifare tutto».
Perché questo film proprio ora?
«Perché viviamo in tempi in cui sembra smarrito il senso del sacrificio per gli altri. Siamo ossessionati da noi stessi, dimentichiamo chi in passato ha sacrificato tutto per qualcosa di più grande, per un’Europa libera e unita, per un’ideale che avrebbe consentito a figli e nipoti di vivere in un mondo migliore. Questo non è un classico film di guerra: ci sono pochi combattimenti, è un viaggio, una missione».
E un messaggio sulla follia di tutti i conflitti.
«Quella guerra ha portato milioni di morti in tombe senza nome. Genitori che non hanno mai potuto dire addio ai loro figli, figli rimasti senza padri. Abbiamo girato in alcuni luoghi in cui mi hanno detto che la terra è ancora così piena di bossoli e filo spinato che ci vorranno quattrocento anni per smaltire tutto. Ancora si trovano resti delle vittime. Mentre preparavamo il film è stato rinvenuto uno scheletro. Fra le ossa c’erano una tabacchiera e un libro che il militare stava leggendo, con il suo nome. Hanno ritrovato i familiari. E noi piangevamo con loro».
Perché proprio il 1917?
«È il momento in cui i tedeschi si ritirarono dalla linea Hinderburg e gli inglesi, dopo tre anni di durissime battaglie, si ritrovarono improvvisamente soli. Non capivano quali fossero le loro intenzioni. E come poi avvenne nella Seconda guerra mondiale, durante la ritirata i tedeschi distrussero tutto ciò che incontrarono sul loro cammino, cose e persone. Il film inizia il 6 aprile del 1917 e finisce nello stesso giorno. Era anche l’anno della rivoluzione bolscevica in Russia e di una grossa rivolta in Irlanda. Un momento epocale del Novecento».