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(ansa)

Malta, il premier alle strette

Muscat è ormai ad un passo dalla resa, travolto dall’inchiesta sull’omicidio della reporter Caruana Galizia. L’assedio al palazzo, il “vaffa” della gente e lui che rimanda il messaggio di addio
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LA VALLETTA - «Forse è l’ultima occasione di essere me stesso… Io sto male, non è giusto… Finalmente te lo dico: “Vaffanculoo”, “Vaffanculoo”, “Vaffanculoo”». Di fronte a Castille, la sede del governo, in un’ennesima notte di piazza, in un tripudio di teste e bandiere bianco-rosse che ballano sotto lo sguardo in fondo divertito di qualche decina di poliziotti a braccia conserte, gli altoparlanti del palco pompano a tutto volume il loro addio a un uomo politicamente già morto. “Vaffanculo” di Marco Masini. E l’epitaffio, nella sua ironia, certifica quello che, soltanto ventiquattro ore prima, alle tre del mattino della notte tra giovedì e venerdì, si è consumato in quello stesso palazzo durante sette drammatiche ore di riunione del gabinetto di governo. Che la storia politica del primo ministro Joseph Muscat è finita. E il suo addio alla guida del…
LA VALLETTA - «Forse è l’ultima occasione di essere me stesso… Io sto male, non è giusto… Finalmente te lo dico: “Vaffanculoo”, “Vaffanculoo”, “Vaffanculoo”». Di fronte a Castille, la sede del governo, in un’ennesima notte di piazza, in un tripudio di teste e bandiere bianco-rosse che ballano sotto lo sguardo in fondo divertito di qualche decina di poliziotti a braccia conserte, gli altoparlanti del palco pompano a tutto volume il loro addio a un uomo politicamente già morto. “Vaffanculo” di Marco Masini. E l’epitaffio, nella sua ironia, certifica quello che, soltanto ventiquattro ore prima, alle tre del mattino della notte tra giovedì e venerdì, si è consumato in quello stesso palazzo durante sette drammatiche ore di riunione del gabinetto di governo. Che la storia politica del primo ministro Joseph Muscat è finita. E il suo addio alla guida del governo e del Partito laburista non è più una questione di “se”, ma di “quando”.

Il congedo
Annunciato per l’intera giornata di ieri, persino con l’indicazione dell’emittente televisiva che lo avrebbe trasmesso, il messaggio televisivo di congedo al Paese del premier, il capolinea di un calvario ormai insostenibile anche agli occhi dell’Unione Europa, a sera, viene spostato da una nota dello stesso Muscat appena più in la. Alla fantomatica «chiusura del caso Caruana Galizia». Che altro non significa che il premier lascerà non appena sarà formalizzata l’incriminazione di Yorgen Fenech, l’uomo d’affari in stato di arresto quale mandante dell’omicidio. La tasca dell’ex capo di gabinetto Keith Schembri, il suo grande corruttore. Questione dunque di ore – se sarà confermata l’ultima indiscrezione che vorrebbe Fenech formalmente incriminato entro la serata di oggi - o magari di giorni.

Del resto, nei titoli di coda di una catastrofe personale e politica, nel big-bang di un sistema di “rule of law” impazzito che ha dimostrato di non essere in grado neppure di avvicinarsi a standard decenti di una democrazia europea, ci sono le convulsioni del peccato originale di questa storia. Le stimmate di Stato nell’omicidio di Daphne. Come racconta la cronaca anche di queste ultime 24 ore. Aperte appunto, giovedì sera alle 20.30, dalla convocazione di urgenza del gabinetto di governo. Formalmente, all’ordine del giorno, è la decisione sulla richiesta di grazia avanzata da Yorgen Fenech a Muscat in cambio di una piena confessione, di cui lo stesso Fenech tratteggia le coordinate: la chiamata in correità dell’ex capo di gabinetto Keith Schembri nell’omicidio di Daphne.

È una mossa che sorprende Muscat in un conflitto di interessi macroscopico. Perché nessuno potrebbe credere che un suo “no” alla grazia non sia dettato da altra urgenza che non sia fermare l’inchiesta alle porte del Palazzo. Per questo, dunque, è presente l’intero gabinetto dei ministri. Per questo vengono convocati il capo della Polizia e l’Attorney general, entrambi contrari alla grazia. Muscat deve astenersi dal voto e deve convincere che per lui, e come lui vuole, votino i suoi ministri. Cosa che accade, con un “no” alla grazia all’unanimità. Ma non è qui che si consuma l’ultimo atto del governo Muscat. Mentre il gabinetto discute – sono ormai le 22 – senza che nessuno dei ministri presenti sia stato sin lì avvertito, Keith Schembri viene scarcerato con un comunicato di poche righe con cui la Polizia lo scagiona di fatto dal sospetto di essere stato complice di Fenech nell’omicidio. Una mossa da bari. Perché la scarcerazione di Schembri unita al “no” alla grazia a Fenech sono i due bracci della tenaglia che devono consentire a Muscat di chiudere il caso Daphne Caruana Galizia in capo a un solo uomo, Fenech, tenendo al riparo se stesso e colui al cui destino è indissolubilmente legato: Schembri, appunto.

La riunione a Castille, si trasforma così in una resa dei conti interna al Partito Laburista. La scarcerazione di Schembri – argomentano i dissidenti – è un oltraggio alle prove di accusa raccolte nei suoi confronti. Alla logica e alla decenza. È l’ennesima e ultima umiliazione alla famiglia di Daphne. I figli Matthew e Paul raggiungono infatti la piazza di fronte a Castille dove la notizia ha cominicato a richiamare la folla. Gridano e argomentano la loro indignazione. All’interno del Palazzo, almeno due ministri minacciano le dimissioni. Alle 3 del mattino, un irriconoscibile Muscat, con gli occhi rossi e improvvisamente minuscolo in un completo grigio in cui naviga, riceve la stampa nei saloni di onore di Castille. Per liquidare quelle sette ore come una «semplice discussione sulla richiesta di grazia di Fenech», negando quello che al contrario comunicano il linguaggio del suo corpo e le facce terree dei ministri del suo gabinetto che, come comparse, alle sue spalle, assistono immobili allo spettacolo. È uno spettacolo che odora di decomposizione politica.

La successione
E infatti, ieri, se ne ha la conferma. Mentre viene annullata la manifestazione prevista domani a sostegno del governo, Muscat incontra il Capo dello Stato, George Vella, cui annuncia l’intenzione di dimettersi in tempi brevi avviando la successione all’interno del Partito che, entro gennaio, darà a Malta un nuovo premier e al Labour un nuovo leader. In una corsa che ha già tre front runner: il vicepremier Chris Fearn (il volto pulito del partito), il ministro dei trasporti Ian Borg (pupillo di Schembri) e Miram Dalli, eurodeputato.
Naturalmente, resta un’incognita. Yorgen Fenech. L’uomo non sembra intenzionato a lasciarsi seppellire all’ergastolo. Chiede l’estromissione dall’indagine per l’omicidio di Daphne di chi la conduce, l’ispettore Keith Arnaud («Ha chiesto a Schembri un posto di lavoro per sua moglie e quando mi ha interrogato mi ha messo in guardia dall’essere responsabile nel fare il nome di chi accusavo: Schembri, che ha costantemente informato in questi anni dell’indagine»). Ribadisce di avere le prove che inchiodano all’omicidio l’ex capo di gabinetto. Non solo: di essere in grado di tirare dietro di sé anche Muscat, che, per questo lo denuncia sostenendo che si tratta di un ricatto per ottenere la grazia.

Finisce come era scritto finisse. Con gli scorpioni che si divorano in una bottiglia.