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Edith Bruck 

La marcia dei sindaci, parla Edith Bruck: “La memoria non muoia con noi superstiti”

La scrittrice a 13 anni entrò ad Auschwitz. Il timore che con la fine dei testimoni diretti si apra la strada ai negazionisti
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Un giorno "non ci sarà più nessuno di noi", ma Edith Bruck spera che la sua vita "non muoia con me, e se appena riesco a far cambiare idea a 3-4 giovani fascisti, non sarà stata inutile né la mia sopravvivenza, né la mia vita". Bruck ha 88 anni. A neanche 13 - "ero una biondina con gli occhi verdi, non sembravo la caricatura dell'ebrea che si faceva allora" - è entrata ad Auschwitz. È stata "zitta per anni", poi ha scritto molti libri e poesie sul lager, ieri ne ha iniziata una nuova.

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Come inizia?
""Chi porterà avanti le nostre voci?". Ho sempre voluto che restasse memoria delle persone che ho incontrato. Sono sopravvissuta alla marcia della morte e a Bergen Belsen con altri ragazzi abbiamo dovuto sgomberare il campo da centinaia di morti. C'e…
Un giorno "non ci sarà più nessuno di noi", ma Edith Bruck spera che la sua vita "non muoia con me, e se appena riesco a far cambiare idea a 3-4 giovani fascisti, non sarà stata inutile né la mia sopravvivenza, né la mia vita". Bruck ha 88 anni. A neanche 13 - "ero una biondina con gli occhi verdi, non sembravo la caricatura dell'ebrea che si faceva allora" - è entrata ad Auschwitz. È stata "zitta per anni", poi ha scritto molti libri e poesie sul lager, ieri ne ha iniziata una nuova.

Liliana Segre ai sindaci in piazza: "Lasciamo l'odio agli anonimi da tastiera"


Come inizia?
""Chi porterà avanti le nostre voci?". Ho sempre voluto che restasse memoria delle persone che ho incontrato. Sono sopravvissuta alla marcia della morte e a Bergen Belsen con altri ragazzi abbiamo dovuto sgomberare il campo da centinaia di morti. C'erano anche i moribondi, quante voci ho ascoltato...".

Cosa dicevano?
"Dicevano "mi chiamo così", "ricordati il mio nome", "io sono...", "io abitavo a ...". Noi dicevamo sì sì, poi morivano e noi li mettevamo con gli altri".

Questo è il punto, quale Memoria resterà, quando non ci saranno più testimoni?
"Sarà strada libera ai negazionisti. Primo Levi è morto scioccato e scandalizzato dal negazionismo degli anni Ottanta. Ricordo una sua telefonata, mi disse "ti rendi conto, stanno negando il lager già adesso, con noi vivi. Figuriamoci dopo". I giorni della Memoria, le iniziative... sono certamente importanti, ma con noi morirà quasi tutto".

Resteranno i libri, le registrazioni, gli archivi...
"Ma noi parliamo del sangue e della carne. Il testimone diretto è un'altra cosa. Noi c'eravamo, io c'ero, io ho visto dei soldati giocare a football con la testa di un bambino. La gente però rigetta questi racconti, molti si difendono dalle cose negative".

La gente è spesso ignorante, non sa.
"Non si impara più niente. La scuola non insegna la storia. I ragazzi pensano che Hitler fosse un attore e che Mussolini sia morto nel '72. Non c'è stata educazione da parte della scuola, dei genitori e dei nonni. Finita la guerra tutti volevano la pacificazione, che tutto andasse a posto, che non si parlasse di quelle cose. A parte la Germania, che aveva le maggiori colpe. Ma anche lì, quanti nazisti sono cresciuti dopo!".

Lei è molto arrabbiata.
"Sento questo vento nero che soffia sull'Europa. Sono preoccupata, la cosa viene sottovalutata: i cimiteri ebraici vengono devastati, le tombe imbrattate con le croci uncinate. Io ho già visto questo, tutto sta succedendo di nuovo. Per anni hanno pensato che si trattasse di quattro fascistelli, di ragazzini. La storia di Liliana Segre ha fatto esplodere la questione antisemitismo e ha riacceso il dibattito politico. Ma io domando: perché esistono Forza Nuova, CasaPound, la Meloni? La Costituzione vieta la ricostruzione del partito fascista o no? Odiano gli ebrei, gli extracomunitari, a Roma ho visto una scritta "Ebrei nei forni/neri per contorni"".

Lei va nelle scuole a raccontare?
"Sì, non nelle medie perché mi spiace rovinare la loro innocenza. Vado nei licei, nelle università. Mi censuro, ho raccontato il 10 per cento, come tutti. Testimoniare non è semplice. E poi sono esausta, e in ansia. Levi diceva che i veri testimoni sono i morti, un'idea molto poetica. Ma i morti non possono parlare. Ci siamo noi. Ma noi siamo alla fine, in estinzione come i Mohicani".

Dunque?
"Vado avanti. Parlo, ricordo. Il mio numero è 11152. Sarei dovuta morire, ho voluto vivere. Auschwitz era la selezione continua, da noi veniva Mengele. Ma ho vissuto cinque episodi positivi, e paradossali".

Ce li racconti.
"All'ingresso un soldato mi picchiò perché cambiassi fila, da sinistra dove c'era mia madre, a destra, la fila di chi non veniva ucciso subito. E una volta un soldato mi chiese come mi chiamavo, io risposi con il numero, lui però voleva davvero sapere il mio nome e mi regalò un pettinino, a me che non avevo capelli. Il terzo è questo: uno mi ha dato una gavetta, "lavala!", in fondo però c'era un po' di marmellata, che era la vita. Il quarto è stato un regalo: un guanto bucato. Pensai che non erano tutti mostri. Il quinto non me lo ricordo".

Venne picchiata a sangue, un soldato la aiutò a rialzarsi.
"Sì. Disse che se un orribile ebreo di merda aveva il coraggio di ribellarsi, meritava di sopravvivere. In quel buio totale in cui vivevamo, questi momenti sono stati una fiammella piccola piccola".