Dalla fiction in tv allo sport. Il nuovo orgoglio Down
Maria Novella De Luca , di MARIA NOVELLA DE LUCAStasera su Rai 1 va in onda la fiction che racconta la sfida della disabilità. Così, abbandonando a poco a poco scherno e pietà, la società si sta aprendo alle persone con questa sindrome
ROMA - La rivoluzione Down ha il sorriso di Rick nella fiction "Ognuno è perfetto". È il tricolore degli azzurri con trisomia 21 campioni ai mondiali di Basket in Portogallo. È Giò, il fratellino disabile che Giacomo Mazzariol racconta nel libro "Mio fratello rincorre i dinosauri", diventato un film campione d'incassi. L'orgoglio Down è, anche, Patrick, 11 anni, testimonial per "Zara"; è Madeline Stuart, modella australiana di 23 anni; è Giulia Sauro, laureata con 110 e lode all'università di Napoli.
Sì, perché in Italia qualcosa è cambiato. Lentamente, a passi da formica, tra valanghe di difficoltà, ma poi accade che in prima serata, su Rai 1, arrivi una fiction dove quasi tutti i protagonisti sono persone Down. E allora ci si accorge che la società, in parte, si è evoluta, facendo uscire la disabilità (questa disabilità) dagli isti…
Sì, perché in Italia qualcosa è cambiato. Lentamente, a passi da formica, tra valanghe di difficoltà, ma poi accade che in prima serata, su Rai 1, arrivi una fiction dove quasi tutti i protagonisti sono persone Down. E allora ci si accorge che la società, in parte, si è evoluta, facendo uscire la disabilità (questa disabilità) dagli isti…
ROMA - La rivoluzione Down ha il sorriso di Rick nella fiction "Ognuno è perfetto". È il tricolore degli azzurri con trisomia 21 campioni ai mondiali di Basket in Portogallo. È Giò, il fratellino disabile che Giacomo Mazzariol racconta nel libro "Mio fratello rincorre i dinosauri", diventato un film campione d'incassi. L'orgoglio Down è, anche, Patrick, 11 anni, testimonial per "Zara"; è Madeline Stuart, modella australiana di 23 anni; è Giulia Sauro, laureata con 110 e lode all'università di Napoli.
Sì, perché in Italia qualcosa è cambiato. Lentamente, a passi da formica, tra valanghe di difficoltà, ma poi accade che in prima serata, su Rai 1, arrivi una fiction dove quasi tutti i protagonisti sono persone Down. E allora ci si accorge che la società, in parte, si è evoluta, facendo uscire la disabilità (questa disabilità) dagli istituti e dalle mura di casa e del silenzio. "Quarant'anni fa le persone Down venivano nascoste, vivevano fino a trent'anni e non facevano parte del mondo degli altri", racconta Martina Fuga, scrittice, mamma di Emma, nata con un cromosoma in più e portavoce di "CoorDown". "Oggi i nostri figli riescono a laurearsi, l'aspettativa di vita è di oltre sessant'anni, hanno una vita affettiva e lavorativa. Anche se tutto questo è, comunque, una conquista quotidiana".
Barriere da rompere sempre e comunque, per essere persone e non soggetti di pietà o di scherno. Ed è la sfida vinta dalla fiction firmata dal regista Giacomo Campiotti che da stasera, su RaiUno, porta la disabilità in prima serata. In "Ognuno è perfetto" i protagonisti sono tutti attori con sindrome di Down. Un gruppo di amici che intraprende la rocambolesca avventura di ritrovare, in Albania, la fidanzata di Rick, espulsa dall'Italia perché senza documenti. Sullo sfondo la storia dei genitori di Rick, simile a tante altre storie di madri e padri che scoprono di avere un figlio o una figlia "diversa". Il dolore, la rabbia, l'accettazione, l'amore. Ma anche la dedizione assoluta, l'annullarsi dentro l'handicap, la crisi, la fuga, la voglia di innamorarsi ancora.
"È tutto assolutamente umano in questa fiction, così come sono le nostre vite, senza eroismi, senza edulcorare una condizione che resta di estrema difficoltà. Senza raccontare le persone Down come simpaticoni o poveracci. Una scelta epocale di linguaggio, oltre tutti gli stereotipi". Oggi in Italia ci sono circa quarantamila persone Down, il 61 per cento ha più di 25 anni, con un'aspettativa di vita che supera i 60 anni. Ma nel nostro paese, a differenza, ad esempio, del Nord Europa, i bambini con un cromosoma in più continuano a nascere. Per scelta, evidentemente, visto che scoprire la sindrome è davvero ormai un test di routine. Martina Fuga dice che spesso, a "CoorDown" (coordinamento tra associazioni di persone Down) arrivano genitori con il test prenatale in mano.
"Sono impauriti, addolorati, è naturale. Vengono per capire cosa vuol dire crescere un bambino come i nostri figli, per conoscere persone adulte con la trisomia 21. Quasi sempre escono più sereni, in grado di fare la scelta consapevole di tenere quel bimbo oppure no". Ci sono voluti decenni, certo, perché una modella Down potesse sfilare a New York o diventare testimonial di Zara. "Ma il vero problema - ammette Martina Fuga - resta l'integrazione quotidiana, a cominciare dal lavoro. I nostri figli, come dice Rick nel film, vogliono lavori "veri", non finti tirocinii per far loro occupare, inutilmente un po' di tempo. Ma le aziende coraggiose sono, purtroppo, ancora poche".
Sì, perché in Italia qualcosa è cambiato. Lentamente, a passi da formica, tra valanghe di difficoltà, ma poi accade che in prima serata, su Rai 1, arrivi una fiction dove quasi tutti i protagonisti sono persone Down. E allora ci si accorge che la società, in parte, si è evoluta, facendo uscire la disabilità (questa disabilità) dagli istituti e dalle mura di casa e del silenzio. "Quarant'anni fa le persone Down venivano nascoste, vivevano fino a trent'anni e non facevano parte del mondo degli altri", racconta Martina Fuga, scrittice, mamma di Emma, nata con un cromosoma in più e portavoce di "CoorDown". "Oggi i nostri figli riescono a laurearsi, l'aspettativa di vita è di oltre sessant'anni, hanno una vita affettiva e lavorativa. Anche se tutto questo è, comunque, una conquista quotidiana".
Barriere da rompere sempre e comunque, per essere persone e non soggetti di pietà o di scherno. Ed è la sfida vinta dalla fiction firmata dal regista Giacomo Campiotti che da stasera, su RaiUno, porta la disabilità in prima serata. In "Ognuno è perfetto" i protagonisti sono tutti attori con sindrome di Down. Un gruppo di amici che intraprende la rocambolesca avventura di ritrovare, in Albania, la fidanzata di Rick, espulsa dall'Italia perché senza documenti. Sullo sfondo la storia dei genitori di Rick, simile a tante altre storie di madri e padri che scoprono di avere un figlio o una figlia "diversa". Il dolore, la rabbia, l'accettazione, l'amore. Ma anche la dedizione assoluta, l'annullarsi dentro l'handicap, la crisi, la fuga, la voglia di innamorarsi ancora.
"È tutto assolutamente umano in questa fiction, così come sono le nostre vite, senza eroismi, senza edulcorare una condizione che resta di estrema difficoltà. Senza raccontare le persone Down come simpaticoni o poveracci. Una scelta epocale di linguaggio, oltre tutti gli stereotipi". Oggi in Italia ci sono circa quarantamila persone Down, il 61 per cento ha più di 25 anni, con un'aspettativa di vita che supera i 60 anni. Ma nel nostro paese, a differenza, ad esempio, del Nord Europa, i bambini con un cromosoma in più continuano a nascere. Per scelta, evidentemente, visto che scoprire la sindrome è davvero ormai un test di routine. Martina Fuga dice che spesso, a "CoorDown" (coordinamento tra associazioni di persone Down) arrivano genitori con il test prenatale in mano.
"Sono impauriti, addolorati, è naturale. Vengono per capire cosa vuol dire crescere un bambino come i nostri figli, per conoscere persone adulte con la trisomia 21. Quasi sempre escono più sereni, in grado di fare la scelta consapevole di tenere quel bimbo oppure no". Ci sono voluti decenni, certo, perché una modella Down potesse sfilare a New York o diventare testimonial di Zara. "Ma il vero problema - ammette Martina Fuga - resta l'integrazione quotidiana, a cominciare dal lavoro. I nostri figli, come dice Rick nel film, vogliono lavori "veri", non finti tirocinii per far loro occupare, inutilmente un po' di tempo. Ma le aziende coraggiose sono, purtroppo, ancora poche".