Kangaroo Island completamente carbonizzata dopo gli incendi in Australia (ansa)
"Salviamo la Terra dalle fiamme".
Elena Dusi
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di ELENA DUSI
Aumenta l’energia dei roghi per la siccità. Gli incendi mietono vittime e carbonizzano milioni di ettari di foreste in tutto il mondo. In Australia uno dei più vasti della storia. Ma anche l’Italia si prepara
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Chiamatela pirocene. È equivalente per statura a un’era glaciale», dice Stephen Pyne. «All’inizio della sua esistenza – racconta il biologo dell’università dell’Arizona, autore di Fire, a brief history – l’uomo ha stabilito un rapporto con il fuoco che oggi si sta trasformando in patto faustiano». Alaska, Amazzonia, California, Congo, Siberia, Australia: per Pyne la cartina del mondo del 2019 è «una Via Lattea illuminata dai roghi». Il nuovo clima, secondo il rapporto di un gruppo di università inglesi appena uscito su ScienceBrief, ha allungato del 20% la durata della stagione degli incendi. Il 2019 in Australia è stato l’anno più caldo e secco della storia. E anche il più disastroso sul fronte del fuoco, con 10 milioni di ettari carbonizzati, laddove tutte le foreste italiane arrivano a 11 milioni.
I roghi di oggi raccontano una storia nuova rispetto al pas…
Chiamatela pirocene. È equivalente per statura a un’era glaciale», dice Stephen Pyne. «All’inizio della sua esistenza – racconta il biologo dell’università dell’Arizona, autore di Fire, a brief history – l’uomo ha stabilito un rapporto con il fuoco che oggi si sta trasformando in patto faustiano». Alaska, Amazzonia, California, Congo, Siberia, Australia: per Pyne la cartina del mondo del 2019 è «una Via Lattea illuminata dai roghi». Il nuovo clima, secondo il rapporto di un gruppo di università inglesi appena uscito su ScienceBrief, ha allungato del 20% la durata della stagione degli incendi. Il 2019 in Australia è stato l’anno più caldo e secco della storia. E anche il più disastroso sul fronte del fuoco, con 10 milioni di ettari carbonizzati, laddove tutte le foreste italiane arrivano a 11 milioni.
I roghi di oggi raccontano una storia nuova rispetto al passato. «Un incendio rapido, per i nostri standard, avanza a 30-35 metri al minuto», spiega Gianfilippo Micillo, dirigente del Servizio Antincendio Boschivo dei Vigili del Fuoco. «In Australia siamo arrivati a 200, anche a causa dello spotting». È la velocità di un uomo che corre, mentre lo spotting è il distaccarsi di scintille dalle chiome infuocate. Trasportate dal vento, queste braci causano nuovi roghi. L’energia emessa da un incendio è un altro parametro per misurarne la “cattiveria”. «Fino ai 500 kiloWatt per ogni metro di fronte parliamo di fuochi radenti, che riusciamo a gestire con uomini a terra e attrezzi manuali», spiega Micillo. «La macchia mediterranea brucia in genere con un’energia di 2 mila kiloWatt al metro». Gli incendi “di chioma”, che polverizzano la parte verde e alta degli alberi, possono superare i 10 mila. «In alcuni casi in Australia l’intensità ha superato i 100 mila», dice ancora Micillo.
«Di fronte a incendi così, si può solo scappare», dice Davide Ascoli, che insegna Prevenzione degli incendi boschivi all’università di Torino e si occupa del tema per la Società italiana di selvicoltura ed ecologia forestale. In questi giorni Ascoli è impegnato nelle attività di “fuoco prescritto” ad Arezzo e sull’Elba. «È una forma di prevenzione», spiega. «D’inverno si bruciano fasce di macchia in posizioni strategiche, per togliere combustibile agli incendi futuri». Si procede lungo strisce di terreno, accendendo il fuoco con gocce di benzina e gasolio e guidandolo con mani esperte. «Ci vogliono le giuste condizioni meteo», spiega Ascoli. «Il fuoco non deve essere né troppo rapido per non sfuggire di mano, né troppo lento per non rovinare l’ecosistema. Ora il terreno è freddo e umido. Le fiamme danneggiano meno i microrganismi del suolo e non creano troppe emissioni di carbonio».
Il fuoco prescritto è ancora poco praticato in Italia, (la Toscana la regione più attiva). «Ma si sta diffondendo», conferma Micillo. In Italia non ci saranno distese di foreste tali da provocare cataclismi come in California e Australia. «Ma gli incendi stanno cambiando anche da noi», aggiunge il dirigente dei Vigili del Fuoco. «Sono più numerosi e difficili da domare. Coprono una stagione più lunga, che negli anni peggiori va da aprile a ottobre. Prima si concentrava a luglio e agosto, con una coda a settembre. Più una fase invernale al nord». I Vigili del Fuoco stanno acquistando due nuovi elicotteri pesanti Erickson S64, mentre l’Europa sta ponendo le basi per una forza antincendio comune. Un intervento di fuoco prescritto della Regione Toscana
Accanto al caldo (l’Australia nel 2019 ha avuto 1,52 gradi oltre la media), la “benzina” degli incendi è la siccità. «Le piante si disidratano e bruciano di più», spiega Ascoli. “La pioggia in Australia è stata del 62% sotto la media” avverte il Bureau of Meteorology australiano. «Un singolo incendio, causato da un fulmine il 26 ottobre, ha bruciato mezzo milione di ettari» racconta Giorgio Vacchiano, che insegna Assestamento forestale all’università di Milano ed è autore di La resilienza del bosco. Controllato solo quattro giorni fa, il Gospers Mountain Fire, nel sud-est dell’Australia, «è uno dei più grandi incendi mai registrati nel mondo».
E ora? Qual è il destino di un bosco in cenere? Renato Bruni, direttore dell’Orto Botanico di Parma, in Mirabilia racconta come il fuoco aiuti alcune specie a proliferare. «Da sempre le piante hanno a che fare con gli incendi. Alcune si sono adattate bene. I pini ad esempio hanno semi protetti all’interno delle pigne. Dopo un rogo vengono liberati e trovano ampio spazio per crescere». Ma tutto, in natura, è questione di equilibrio. «Se gli incendi che prima ricorrevano ogni 50 anni oggi si ripresentano ogni 10, neanche gli alberi ben adattati avranno tempo di crescere e riprodursi». Il destino di un bosco, in questo caso, è diventare terra brulla. «Nelle descrizioni dei primi coloni in Australia – racconta Bruni – il nuovissimo continente si presentava come una prateria. Allora erano gli aborigeni a ripulire le foreste con il fuoco per avere un territorio di caccia più agevole». Oggi il rischio è che sia il nuovo clima a completare il lavoro e incenerire l’Australia.
"Così dal mio Boeing lancio montagne d'acqua"
Il Boeing 747 sgancia 75 mila litri d'acqua su un incendio
«Non è un lavoro per i deboli di cuore». Dan Reese, 54 anni, americano, spegne incendi dal cielo. Ha iniziato su elicotteri e piccoli aerei. Oggi fa volare tra fumo e fiamme le 297 tonnellate di un Boeing 747. Il gigante lungo 70 metri scende a 60 metri dalle chiome che bruciano. Rallenta da 900 a 277 chilometri orari e sgancia sui roghi più furiosi 75 mila litri di acqua o liquido ritardante (il Canadair ne porta 6 mila). In 15 secondi copre un fronte di tre chilometri e per i deboli di cuore basta e avanza vederlo in video. «In realtà si balla molto di più su un aereo piccolo. Sul 747 la voce che esce dalla gola è ancora normale», racconta tranquillo Reese, che in Colorado presiede la compagnia Global Supertanker. Dal 2016 il suo Boeing gigante vola dove serve, soprattutto in California e Cile, ma anche nella Bolivia toccata dai roghi in Amazzonia l’estate scorsa.
Fa paura?
«Un paio di volte all’inizio. Poi diventa normale. Quel che resta è concentrazione al cento per cento. Copilota e pilota hanno in mano la vita l’uno dell’altro. Il primo regola i motori e l’energia dell’aeroplano, l’altro governa altitudine e rotta. Non deve mai perdere di vista la via d’uscita dall’incendio».
Lei che ruolo ha?
«Coordinatore. Quasi sempre su un rogo accorrono vari mezzi aerei, anche diverse decine: elicotteri, aerei piccoli e se necessario aerei grandi. Su uno di essi c’è un coordinatore che li gestisce tutti e parla con gli uomini a terra. Noi dal cielo gli descriviamo come è fatto l’incendio e loro ci spiegano di cosa hanno più bisogno. Da quest’anno comunque sono in pensione, mi occupo della compagnia. È dal 1985 che combatto il fuoco».
Perché avete iniziato a usare i 747, gli incendi sono diventati più grandi?
«Sì, più grandi e più difficili da controllare. Quando ero ragazzo le missioni duravano in media 5 giorni. Ora abbiamo roghi che durano due o tre settimane e dobbiamo far ruotare le squadre. Il 747 è uno strumento in più nella cassetta degli attrezzi. Non puoi certo usarlo sempre, ma quando il fuoco sfugge al controllo dei mezzi più piccoli e quando c’è bisogno di sganciare tanta, ma tanta acqua (o ritardante), diventa prezioso».
Quanto costa? Sul vostro sito smentite che una missione arrivi a un milione di dollari.
«Ci sono tante variabili. Non rispondo mai a questa domanda, anche perché la gente si spaventerebbe. Ma se calcoliamo il costo per litro sganciato, il 747 è fra gli aerei più economici».
Ci racconta una missione tipica?
«Si carica in circa mezz’ora, si decolla e si raggiunge il fuoco. Si può andare subito sull’incendio o aspettare che il coordinatore dia il via. Aerei così grandi hanno bisogno di un aereo più piccolo che li preceda e faccia da guida. Quando arriva sul punto in cui bisogna sganciare, la guida rilascia una scia di fumo. Pompa un po’ di olio nel motore, come fanno le pattuglie acrobatiche. Il pilota del 747 preme il bottone e rilascia l’acqua o il liquido, che sono sotto pressione. Poi esce dal fuoco rapidamente».
Cosa vedete attorno a voi quando siete sull’incendio?
«Vediamo tutto, non andiamo dove c’è troppo fumo. Se abbiamo acqua, la versiamo direttamente sulle fiamme. Il liquido ritardante invece funziona meglio sul bordo dell’incendio, per rallentarne l’avanzata».
Quali sono le condizioni che rendono proibitiva una missione?
«Oltre alla visibilità, le raffiche. Se è forte ma stabile, il vento può essere gestito. Ma se ci sono sbalzi di 20-30 nodi o se l’incendio comincia a creare le sue proprie perturbazioni, è meglio lasciar perdere. Anche perché è difficile che il lancio risulti preciso, diventa un rischio inutile. In Bolivia quest’estate abbiamo detto di no a una missione perché era in alta montagna. L’aria era rarefatta e si poteva volare sicuri solo a velocità elevate. Sarebbe stato difficile fare un buon lancio».
Chi sono le persone che fanno il suo mestiere?
«Io ero un pompiere, lavoravo a terra e conosco bene come si comporta il fuoco. Spesso invece i piloti vengono dalle compagnie private o dai jet militari e hanno bisogno di studiare molto per capire come funzionano gli incendi. Anche chi era abituato a missioni di guerra, regolarmente, trova che questo lavoro sia più stressante. Di piloti, in ogni caso, c’è grande penuria».
Serve molto addestramento?
«Anni e anni. È lo stesso discorso di un’operazione al cervello. Non è pericolosa solo se il chirurgo è estremamente esperto».
Una missione che non dimenticherà?
«In California, qualche anno fa. Il fuoco aveva distrutto un camion dei pompieri e gli uomini a terra erano in difficoltà. Dovevamo tagliare il fronte dell’incendio all’interno di una valle e ci mancava un ultimo lancio per riuscirci. Un aereo scese nel canyon ma tornò su dicendo “è dura lì sotto”. Allora diedi il via libera a un secondo pilota. Quando vidi che aveva sganciato trotto presto capii che era in emergenza, si stava alleggerendo per uscire subito da lì. Non so come, ma insieme al pulsante del serbatoio premette anche quello del microfono. Era terrorizzato, stava rantolando. Mi si gelò il sangue e imparai una cosa che ogni coordinatore deve sapere. Nessun pilota direbbe mai “non vado”. Ma quando qualcuno usa le parole “è dura lì sotto” e la voce gli trema, allora è il momento di fermarsi».