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Da sinistra verso destra l’avvocata Alessandra Ballerini (legale della famiglia Regeni), Pif, la sorella Irene, i genitori Paola e Claudio   

La bici di Giulio

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Da Cambridge a Fiumicello Pif riporta a casa la vecchia Atala di Regeni. Era abbandonata da quattro anni nell’università inglese. La mamma Paola: “Lei è di nuovo qui, mio figlio no”
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FIUMICELLO. È vero dunque che, anche solo per un istante, è possibile tornare da luoghi da cui non è dato il ritorno. Perché quando la Atala grigia mette il muso fuori dalla curva di via Zanetti per dirigere verso le figure che, in piedi, la attendono dietro uno striscione in piazzale Falcone e Borsellino, è davvero come se l'impossibile si dovesse compiere. Giulio torna a casa. All'abbraccio di Paola, Claudio, Irene. Della mamma, del papà, della sorella. Ma quella bici è un cavallo scosso. Come dice Paola abbracciando il regista Pif, che quella bici le sta consegnando: "Lei è tornata. Giulio no".

La bici di Giulio è rimasta per quattro anni in una rimessa del Regent College, nell'università di Cambridge. A 1.699 chilometri da Fiumicello. Giulio l'aveva lasciata lì nel 2015, quando era partito per il Cairo. Come si fa per abitudine con le cose che si sa, prima o poi, si andranno a r…
FIUMICELLO. È vero dunque che, anche solo per un istante, è possibile tornare da luoghi da cui non è dato il ritorno. Perché quando la Atala grigia mette il muso fuori dalla curva di via Zanetti per dirigere verso le figure che, in piedi, la attendono dietro uno striscione in piazzale Falcone e Borsellino, è davvero come se l'impossibile si dovesse compiere. Giulio torna a casa. All'abbraccio di Paola, Claudio, Irene. Della mamma, del papà, della sorella. Ma quella bici è un cavallo scosso. Come dice Paola abbracciando il regista Pif, che quella bici le sta consegnando: "Lei è tornata. Giulio no".

La bici di Giulio è rimasta per quattro anni in una rimessa del Regent College, nell'università di Cambridge. A 1.699 chilometri da Fiumicello. Giulio l'aveva lasciata lì nel 2015, quando era partito per il Cairo. Come si fa per abitudine con le cose che si sa, prima o poi, si andranno a riprendere. Magari per portarle in un altro angolo di mondo. Con il tempo, le ruote si erano lentamente sgonfiate, il sellino ritirato quasi all'altezza della canna e mani amiche avevano decorato il telaio grigio con gli adesivi gialli della campagna "Truth and Justice", Verità e giustizia, per Giulio. Finché, a quella bici, nessuno aveva fatto più caso. Finché Paola e Claudio non avevano deciso che era il tempo che "lei", la vecchia Atala, tornasse a casa. Non fosse altro perché quella macchina a pedali era e resta il manifesto del viaggio che non finisce, di quel ragazzo che fino alla fine non ha smesso di guardare avanti sorridendo. Senza paura. E per questo avevano chiesto che fossero un amico come Pif e Repubblica a riportarla indietro.

Nasce così la storia di un viaggio durato 28 ore. Cominciato alle otto del mattino di venerdì 24 gennaio, a Cambridge. E finito a mezzogiorno di ieri, in piazza Falcone e Borsellino, a Fiumicello. Parabola di una memoria che lentamente va spegnendosi lì dove c'è fretta di dimenticare, per farsi resilienza lì dove la memoria non è atto di semplice testimonianza. 

Cambridge, Giulio who?

"Giulio who?, I'm sorry, I don't know who is the person you are talking about". All'esterno del Regent college, alle otto del mattino, i ragazzi che cominciano a uscire sulle loro bici non hanno la più pallida idea di chi sia e del perché qualcuno cerchi un ragazzo italiano con quel nome. Quattro anni dopo, sembra che l'italiano Giulio Regeni lo conoscano soltanto gli studenti italiani. E gli inservienti della sicurezza, Henry e Paul, che hanno ricevuto istruzioni per la consegna della bici. E solo di quella perché, dicono, "se cercate qualche altra informazione o ricordo di Giulio, non possiamo aiutarvi. Siamo qui solo da qualche mese". Del resto, aggiungono, qui "non c'è nulla che ricordi questo studente. L'unica cosa che c'era è questa qui". Lei, l'Atala di Giulio. La porta nella hall un terzo inserviente, e la appoggia contro il muro. "Le ruote sono gonfie, ora" dice. "Per tutto il resto, provate a chiedere al Wolfson Court", al dorm, gli alloggi per studenti, dove Giulio viveva. 

La stanza da studente

L'Atala torna così a pedalare lungo i tre chilometri che separano il Regent College dal Wolfson Court. Bernhard, un medico tedesco che sta finendo il suo Phd in Storia delle scienze e si è innamorato di un'archeologa italiana, spiega che lui sì lo sa chi è Giulio. E che farà il suo stesso viaggio. Ma al contrario. "Sogno di vivere in Italia". Accompagna nell'ala dell'edificio dove Giulio dormiva, al terzo piano del blocco C. Una stanza di dieci metri quadri senza bagno, lo spazio per un letto, un piccolo divano e una scrivania. "Finché non la butteranno giù", spiega l'uomo della vigilanza. Che si commuove ricordando Giulio e spiegando che anche questo pezzo della sua vita verrà presto cancellato da una ristrutturazione incombente, perché il collegio ha cambiato proprietà. "Avevamo allestito una bacheca per ricordarlo. Ma ce l'hanno fatta togliere".

Maha e gli otto passi

Un altro chilometro e l'Atala arriva al Center of Development studies, nell'Alison Richard Building, dove Giulio aveva il suo ufficio di dottorando. Qui una targa c'è ed è quella che gli dedica una delle sale di lettura del Dipartimento. A otto passi dall'ufficio di Maha Abdelrhaman, la sua tutor, la donna che prima lo ha rimosso come fosse un fantasma. E poi è fuggita, finché ha potuto, dalle domande della giustizia italiana che, a torto, pensavano di trovare in lei una preziosa testimone nella ricerca della verità. Anche oggi non c'è. Non c'è mai Maha Abdelrhaman quando c'è da rispondere a una domanda su Giulio o ad aprire la porta a chi bussa chiedendo di lui. Né è annunciata la sua presenza a febbraio, quando l'università terrà un incontro pubblico per ricordarlo. 

Bagaglio speciale

È davvero tempo di andarsene. Da Cambridge e dalla sua quiete fradicia di pioggia, dai suoi "non so", da un ricordo evanescente, da una storia che, incredibilmente, come dice una giovane ricercatrice campana all'esterno dell'Alison Richard Building, "prova imbarazzo quando si parla di Giulio perché considera la vicenda controversa". Proprio così: "Controversa". Come se, in questa storia, ci fosse un'altra verità oltre a quella che anche un bambino oggi è in grado di comprendere. La strada di casa richiede un ultimo passaggio. Le brucole di "Giant", il bike center dove l'Atala viene smontata e riposta in un grande cartone da viaggio. Bagaglio speciale, come viene etichettato all'aeroporto di Stansted. 

Lacrime a Venezia

Se Pif viaggia con un bagaglio così ingombrante deve essere qualcosa che ha a che fare con il suo lavoro. Lo pensa la ragazza della Maggiore che all'aeroporto di Venezia, dove atterra il volo da Stansted, prepara il contratto di affitto per una station wagon. "Cosa trasportate, un televisore?". "No, la bici di Giulio Regeni". La ragazza si commuove. In Italia, tutti conoscono Giulio. E quando, è ormai la mattina di ieri e l'Atala torna finalmente una macchina a pedali da "Abetini cicli e motocicli" di Fiumicello, tutti prendono a salutarla alzando una mano, come fosse finalmente tornato chi non si è mai smesso di aspettare. Saranno sì e no quattro chilometri, quelli che Pif percorre con il sellino che finalmente è all'altezza giusta. Gli ultimi metri sono una quinta di giallo. Gialli gli striscioni che annunciano lo spazio dove a sera si terrà la fiaccolata del ricordo. Giallo il drappo dell'arrivo. Quello dell'abbraccio di Pif a Paola, Claudio e Irene. È lei a salirci sopra, ora. E a pedalare.