Il liceale italiano rimasto a Wuhan: "La febbre cala, portatemi a casa"
Fabio Tonacci
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Corrado Zunino
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di FABIO TONACCI E CORRADO ZUNINO
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Attesa per i test sul 17enne di Grado, in Cina per uno scambio culturale. Gli altri alla Cecchignola “stanno bene”
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Sono tornati, ma non tutti. A Wuhan c’è uno studente italiano di diciassette anni, liceale, residente a Grado in provincia di Gorizia, che sta aspettando di sapere se la febbre che gli ha impedito di salire sul Boeing dell’Aeronautica è, o non è, il sintomo del coronavirus. Se, quindi, dovrà affrontare il decorso della malattia che sta terrorizzando il mondo, oppure se potrà rientrare in Italia già nei prossimi giorni.
"Sto meglio, la febbre sta scendendo da sola...", ha rassicurato al telefono genitori e amici con cui ieri ha scambiato qualche parola, dopo che le autorità cinesi, accompagnate da due emissari della nostra ambasciata, l’hanno trasportato all’ospedale della città epicentro del focolaio. "Quando sono andato all’aeroporto con gli altri italiani per imbarcarmi non sapevo di avere la febbre". In Italia erano le sei del pomeriggio di domenica. Alla cittadella militare d…
Sono tornati, ma non tutti. A Wuhan c’è uno studente italiano di diciassette anni, liceale, residente a Grado in provincia di Gorizia, che sta aspettando di sapere se la febbre che gli ha impedito di salire sul Boeing dell’Aeronautica è, o non è, il sintomo del coronavirus. Se, quindi, dovrà affrontare il decorso della malattia che sta terrorizzando il mondo, oppure se potrà rientrare in Italia già nei prossimi giorni.
"Sto meglio, la febbre sta scendendo da sola...", ha rassicurato al telefono genitori e amici con cui ieri ha scambiato qualche parola, dopo che le autorità cinesi, accompagnate da due emissari della nostra ambasciata, l’hanno trasportato all’ospedale della città epicentro del focolaio. "Quando sono andato all’aeroporto con gli altri italiani per imbarcarmi non sapevo di avere la febbre". In Italia erano le sei del pomeriggio di domenica. Alla cittadella militare della Cecchignola, sud di Roma, le settanta stanze per la quarantena, predisposte dalla Difesa, erano tutte pronte, arredate, rifornite di sapone e flaconi di amuchina. Asettiche. (agf)
Dunque, il ragazzo si presenta allo scalo internazionale di Wuhan da solo e con largo anticipo rispetto all’orario concordato. Vuole tornare in Italia, e sfruttare il "passaggio" offerto dal governo italiano. Dall’agosto scorso è ospite di una famiglia cinese, che partecipa al programma di scambio internazionale organizzato dalla onlus Intercultura (2.300 studenti italiani, 60 Paesi coinvolti). Dura quasi un anno, da agosto a giugno. Alla onlus, interpellata da Repubblica, risulta che sia inserito in una scuola superiore di Daquing, nel nord del Paese, ma secondo la Farnesina è stato accolto da una famiglia che abita a tre ore di macchina da Wuhan. Comunque, è per puro caso che si è ritrovato nel cuore della pandemia. «Per festeggiare il Capodanno cinese mi hanno portato qui a conoscere i loro nonni», ha raccontato. Il tempismo è infausto, e rimane bloccato nella cintura anti-contagio che il governo di Pechino ha steso attorno alla città.
Torniamo a domenica, all’aeroporto di Wuhan. Mentre gli altri 56 connazionali sfilano attraverso i controlli, il liceale viene fermato alla dogana, ancor prima di raggiungere la zona predisposta per lo screening degli italiani. Un operatore sanitario cinese, infatti, gli misura la temperatura, risulta di 37,7 gradi, e con quel valore non può partire: lo vietano sia il regolamento locale sia il protocollo stilato dal ministero della Salute italiano. Il nostro team medico sceso dall’aereo, parcheggiato per motivi di sicurezza lontano dal gate, lo trova in una saletta, da solo. «Controllatemi di nuovo», chiede. Ma il termometro degli italiani è impietoso: 39 gradi. Non solo. Il ragazzo, responsabilmente, riferisce pure di essere stato a contatto con una donna, della sua "famiglia" cinese, la quale "ha da giorni una forte tosse". Due campanelli di allarme, deve restare a terra.
Così gli altri si imbarcano sul velivolo militare, indossando le mascherine, seguiti dai sei del team medico, che oltre alla protezione alla bocca hanno una tuta bianca, calzari, guanti doppi. Tra di loro c’è il viceministro Giampaolo Sileri. "Sono un medico chirurgo, mi è venuto spontaneo dare una mano", dirà al rientro a Roma. "E sono fiero di essere italiano, perché è lo Stato italiano che è andato a riprendere i suoi cittadini, senza chiedere niente a nessuno. Una vittoria del nostro sistema sanitario nazionale, di cui troppi si lamentano". Uno, però, è ancora a Wuhan, accudito da due signore italiane incaricate dall’ambasciata, attende di capire se è stato contagiato dal coronavirus. Lo saprà nelle prossime ore. "Voglio tornare a casa, ma sono tranquillo. Basta aspettare".
Questione di attesa, per tutti. Gli altri 56 resteranno quattordici giorni in quarantena nelle due palazzine rosse del Centro olimpico sportivo della Cecchignola. Sono atterrati alla base di Pratica di Mare alle dieci di ieri mattina e si sono sottoposti ad altre verifiche mediche. "Stanno tutti bene", spiega Stefano Verrecchia, capo dell’Unità di Crisi della Farnesina. "Non possiamo dire di essere al settimo cielo, perché il timore c’è ancora, ma siamo felici di essere a casa", è stato il commento a caldo del modenese Michel Talignani, uno dei rimpatriati.
Due pulmini dell’esercito li hanno trasportati in fretta alla Cecchignola, scortati dalle camionette della polizia: passeggeri e autisti con le mascherine alla bocca. Alessandra e Giulio sono arrivati da Pescara per salutare il loro Lorenzo, ma nonostante si siano sbracciati, non l’hanno intravisto. Alessandra piangeva. "Gli ho parlato, dice che sta bene. Ma vedere quelle mascherine alla bocca, che brutta sensazione...".