I genitori di Paola Sonnino, Natalina Bresner e Piero Sonnino (Archivio Cdec). Il padre fu deportato ad Auschwitz e morì, la madre fuggì incinta in Svizzera
“Mio padre deportato ma lo Stato mi nega il risarcimento”
Alberto Custodero
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di ALBERTO CUSTODERO
La battaglia persa di Paola Sonnino: per la Corte dei conti il suo dolore di orfana ebrea "non è conseguenza diretta delle leggi razziali"
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ROMA - Una sentenza che farà discutere quella della della sezione di appello della Corte dei conti di Roma: il dolore della figlia che non conobbe il padre Piero ucciso ad Auschwitz in quanto ebreo non è "conseguenza diretta" delle leggi razziali fasciste del 1938.
Era la notte dell'ultimo dell'anno del 1943 quando Natalina Bresner, una bambina in grembo di tre mesi, riuscì a fuggire da una prigione di Pino di Varese, approfittando di un momento di distrazione dei fascisti che l'avevano catturata perché di "razza ebraica". Era trattenuta là da giorni, le avevano appena arrestato il marito, Piero, che fu poi deportato ad Auschwitz da cui non tornò più. E l'avevano separata dai tre figli, il più piccolo di nove mesi.
La donna fuggì in piena notte correndo nella nebbia, i tedeschi alle calcagna, raggiunse i bambini, e con loro salì sulla barca a remi di un partigiano che traghett&ogr…
ROMA - Una sentenza che farà discutere quella della della sezione di appello della Corte dei conti di Roma: il dolore della figlia che non conobbe il padre Piero ucciso ad Auschwitz in quanto ebreo non è "conseguenza diretta" delle leggi razziali fasciste del 1938.
Era la notte dell'ultimo dell'anno del 1943 quando Natalina Bresner, una bambina in grembo di tre mesi, riuscì a fuggire da una prigione di Pino di Varese, approfittando di un momento di distrazione dei fascisti che l'avevano catturata perché di "razza ebraica". Era trattenuta là da giorni, le avevano appena arrestato il marito, Piero, che fu poi deportato ad Auschwitz da cui non tornò più. E l'avevano separata dai tre figli, il più piccolo di nove mesi.
La donna fuggì in piena notte correndo nella nebbia, i tedeschi alle calcagna, raggiunse i bambini, e con loro salì sulla barca a remi di un partigiano che traghettò tutta quella famiglia sull'altra sponda del lago Maggiore, a Sorengo. La donna fu ospitata in un campo di raccolta dove partorì la quarta figlia, Paola. Paola Sonnino, 76 anni
Paola Sonnino oggi ha 76 anni, vive a Milano. E da otto anni ha ingaggiato una diatriba giudiziaria con lo Stato italiano per ottenere il risarcimento dei danni morali subiti in seguito all'entrata in vigore delle leggi razziali fasciste del 1938. Il danno che lei subì è che in seguito a quelle leggi razziali le fu strappato, prima ancora che nascesse, il diritto di avere un papà. La "legge Terracini" del 1955 prevede l'erogazione di assegni vitalizi di benemerenza a coloro che, durante il periodo fascista, hanno subìto persecuzioni per motivi politici o razziali e, in via indiretta, ai loro familiari, vedove e orfani. L'iter burocratico per ottenere questo risarcimento è complesso. A decidere se ne hanno diritto è in prima istanza è la Commissione per le Provvidenze ai Perseguitati Politici e Razziali con sede presso la presidenza del Consiglio alla quale Paola Sonnino si rivolse il 20 settembre del 2012. Ma un anno e mezzo dopo arrivò il primo verdetto negativo. "A quel punto - racconta la donna - decisi di fare ricorso alla Corte dei conti della Lombardia, che sentenziò dandomi ragione". In seguito alla fuga della madre in territorio elvetico la figlia Paola "ha subito un'influenza negativa di natura psichica, poiché già dal momento della nascita appaiono indubbie per un verso l'importanza e l'insostituibilità, sia morale che materiale, della figura paterna. E per altro verso l'angoscia della madre per la sorte del marito e per la mancanza di quest'ultimo. Angoscia che fatalmente deve reputarsi che si sia riverberata sulla figlia, tanto più a motivo della tenera età di quest'ultima".
Ma il ministero dell'Economia ha fatto appello contro questa sentenza, e qualche settimana fa c'è stato l'atto finale presso la Corte dei conti romana.
"Durante il dibattimento - racconta amareggiata Sonnino - il rappresentante del Mef a un certo punto, parlando di mia madre, ha pronunciato una frase spaventosa che ha lasciato esterrefatti i legali e lo stesso giudice: "Questa signora ha deciso di andare a partorire in una clinica svizzera"". Il presidente della terza sezione di Appello della Corte dei conti, Giuseppa Maneggio, ha tolto l'assegno vitalizio di benemerenza di 513 euro mensili sostenendo che "le innegabili sofferenze e le privazioni patite" da Paola Sonnino "durante il periodo bellico non possono intendersi quale conseguenza diretta e personale dell'applicazione delle leggi razziali".
Paola Sonnino è rimasta segnata per tutta la vita dalla mancanza del padre. "La mia amarezza - commenta tra le lacrime - è dovuta alla superficialità con la quale il giudice ha ritenuto di liquidare l'argomento: "una bambina nata in Svizzera dopo la fuga disperata della madre non può avere sofferto a causa delle leggi razziali"".
"Ma com'è possibile? Mi spiega il giudice, allora, per quale motivo i nazifascisti hanno arrestato mio padre e l'hanno deportato in un campo di sterminio? Quel giudice non ha dato alcuna importanza alla fragilità cui sono soggetti i bambini. Al dolore che ho provato ogni mattina della mia infanzia svegliandomi con il desiderio del suo abbraccio. Alla sofferenza di vedere mia madre piangere tutta la vita. E tutto questo non centra nulla con le leggi razziali?". "A ricordo di mio padre - conclude Paola Sonnino - è stata collocata una pietra d'inciampo a Milano. Non avendo avuto una tomba, una risposta, purtroppo una pietra d'inciampo diventa tutto. Ogni tanto vado là, la pulisco, e mi sembra di restituirgli un po' di giustizia"