Codogno, la zona rossa blindata con 35 posti di blocco. Caccia al paziente zero
Giampaolo Visetti , dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTIDue le piste, mentre migliorano le condizioni di Mattia, il primo contagiato. Nell'area isolata si è scatenato l'assalto a cibo, medicine e sigarette
CODOGNO - "Abbiamo due piste, ma ormai è come cercare un ago in un pagliaio". Il sindaco di Codogno, Francesco Passerini, allarga le braccia. La certezza di aver individuato il "paziente zero", che ha introdotto il coronavirus nel Basso Lodigiano e in Lombardia, è crollata. Da sabato sera, dentro la zona rossa epicentro del contagio in Italia, è così riaperta la caccia a chi ha trasmesso il morbo a Mattia. Il dipendente dell'Unilever di Casalpusterlengo, 38 anni di Codogno, resta considerato il "paziente uno". L'amico manager rientrato dalla Cina il 21 gennaio non è però mai stato infetto. Nel bar-pizzeria "La Tentazione", che ai primi di febbraio hanno frequentato insieme a Castiglione d'Adda, i positivi sono invece quattro. A questi si aggiungono la moglie incinta di Mattia, e i suoi genitori, ora ricoverati. È attorno a questi sette malati, tutti collegati al "paziente uno"…
CODOGNO - "Abbiamo due piste, ma ormai è come cercare un ago in un pagliaio". Il sindaco di Codogno, Francesco Passerini, allarga le braccia. La certezza di aver individuato il "paziente zero", che ha introdotto il coronavirus nel Basso Lodigiano e in Lombardia, è crollata. Da sabato sera, dentro la zona rossa epicentro del contagio in Italia, è così riaperta la caccia a chi ha trasmesso il morbo a Mattia. Il dipendente dell'Unilever di Casalpusterlengo, 38 anni di Codogno, resta considerato il "paziente uno". L'amico manager rientrato dalla Cina il 21 gennaio non è però mai stato infetto. Nel bar-pizzeria "La Tentazione", che ai primi di febbraio hanno frequentato insieme a Castiglione d'Adda, i positivi sono invece quattro. A questi si aggiungono la moglie incinta di Mattia, e i suoi genitori, ora ricoverati. È attorno a questi sette malati, tutti collegati al "paziente uno" e all'ospedale di Codogno, rivelatosi un incubatore devastante, che si concentrano le indagini di medici e forze di sicurezza. "Stiamo verificando - dice Passerini - alcune circostanze. Ma prima di tirare conclusioni, occorre il riscontro delle analisi".
La pista principale punta su una famiglia cinese di otto persone, titolare di un'attività molto frequentata a Codogno. Si trova a pochi passi dall'abitazione di Mattia, che l'avrebbe frequentata due volte a inizio febbraio. Nessuno di loro, originari dello Zhejiang, sarebbe rientrato in patria dopo lo scoppio dell'epidemia a Wuhan. Sono però entrati in contatto con connazionali di una ditta fornitrice di Milano. Nelle ultime ore tutti sono stati sottoposti al tampone e si aspetta il responso. La seconda pista punta invece su un italiano che fa consegne all'Unilever e ha incontrato Mattia prima del 13 febbraio, suo ultimo giorno al lavoro. Anche questa persona ha avuto contatti con individui rientrati di recente dal Dragone. "Solo il primo contagiato - dice il medico dell'ospedale di Codogno che ha curato Mattia da giovedì a venerdì notte - può rivelare l'identità di tutte le persone incontrate. Nemmeno la moglie può conoscerle. Il paziente, ora al San Matteo di Pavia, sta migliorando e siamo ottimisti". La svolta decisiva è così rinviata al momento in cui Mattia, ancora intubato, sarà nelle condizioni di comunicare. Questa attesa, assieme all'imposto isolamento, snerva gli oltre 50 mila residenti, di fatto in quarantena nei dieci Comuni del Lodigiano attorno a Codogno.
L'incubo in cui vivono da quattro giorni è esploso ieri in un vero e proprio assalto a cibo, medicine e sigarette. A scatenare il caos, notizie ufficiali contraddittorie, voci infondate e un'incontrollabile psicosi. I residenti all'interno della zona rossa, barricati in casa da venerdì, erano convinti che da ieri non sarebbero stati chiusi a tempo indeterminato solo asili, scuole, uffici, negozi e aziende. Il tam tam via social ha indotto la maggioranza a pensare che il blocco anti-virus era esteso anche a negozi di generi di prima necessità e farmacie. In mattinata è esploso così l'assalto all'unico supermercato aperto dentro la zona off-limits, a Casalpusterlengo, e in tutti quelli aperti nei paesi appena oltre il confine ufficialmente invalicabile. Per fronteggiare la razzia i centri commerciali hanno stabilito ingressi contingentati solo per chi indossava guanti e mascherine. Migliaia le persone in fila per ore nei parcheggi, spingendo carrelli pronti ad essere riempiti. "Alle casse siamo solo in cinque - dice Veronica nel "Famila" di Casalpusterlengo - ma la coda per pagare supera la zona surgelati".
Per scongiurare scontri e assembramenti a rischio-coronavirus, sono intervenute pattuglie di Finanza e Carabinieri. "Le autorità - dice Cleo, infermiera di Somaglia - assicurano che nei prossimi giorni la protezione civile porterà pasti e farmaci a domicilio, attraverso corridoi protetti. Il problema è che non ci crede nessuno. I dipendenti nei negozi poi, qui non ci pensano nemmeno a tornare al lavoro". Prima di mezzogiorno erano così già esauriti frutta, verdura, carne, latte, pane e tutti i generi freschi. Sotto assedio anche farmacie e, con i tabaccai chiusi, i rari distributori automatici di sigarette. La folla, violando le direttive nazionali, ha subito diretto le auto verso i supermercati dei paesi non inseriti nell'area interdetta. Risultato: colonne infinite e nuova razzia. Uno shock, tale da spingere Governo, Regione e Prefettura a correre subito ai ripari. Una prima ordinanza nazionale autorizza l'apertura di alimentari e farmacie anche dentro la zona rossa. La seconda ha sigillato la cintura di contenimento. Nessuno da ieri pomeriggio può più davvero entrare o uscire dal focolaio lombardo del coronavirus. Posti di blocco interforze, con 300 uomini, presidiano giorno e notte i 35 varchi d'accesso ai dieci comuni lodigiani. "Peccato essere arrivati con un clamoroso ritardo - la critica di sindaci e cittadini - dopo che per tre giorni l'isolamento è rimasto un colabrodo. Centinaia sono andati via per il week end, qualcuno perfino a Londra. E' come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati".
Ultima emergenza, all'Istituto tecnico agrario "Tosi" di Codogno. La scuola, frequentata da ragazzi di tutta la Lombardia e dell'Emilia, si trova a 200 metri dall'ospedale in cui è stato ricoverato il "paziente uno" e dove sono decine i contagiati. Uno studente di 17 anni, valtellinese e ora in cura a Lecco, è risultato positivo al coronavirus. Famiglie degli iscritti e docenti dovranno ora fare il tampone. Ancora una volta, si teme troppo tardi.
La pista principale punta su una famiglia cinese di otto persone, titolare di un'attività molto frequentata a Codogno. Si trova a pochi passi dall'abitazione di Mattia, che l'avrebbe frequentata due volte a inizio febbraio. Nessuno di loro, originari dello Zhejiang, sarebbe rientrato in patria dopo lo scoppio dell'epidemia a Wuhan. Sono però entrati in contatto con connazionali di una ditta fornitrice di Milano. Nelle ultime ore tutti sono stati sottoposti al tampone e si aspetta il responso. La seconda pista punta invece su un italiano che fa consegne all'Unilever e ha incontrato Mattia prima del 13 febbraio, suo ultimo giorno al lavoro. Anche questa persona ha avuto contatti con individui rientrati di recente dal Dragone. "Solo il primo contagiato - dice il medico dell'ospedale di Codogno che ha curato Mattia da giovedì a venerdì notte - può rivelare l'identità di tutte le persone incontrate. Nemmeno la moglie può conoscerle. Il paziente, ora al San Matteo di Pavia, sta migliorando e siamo ottimisti". La svolta decisiva è così rinviata al momento in cui Mattia, ancora intubato, sarà nelle condizioni di comunicare. Questa attesa, assieme all'imposto isolamento, snerva gli oltre 50 mila residenti, di fatto in quarantena nei dieci Comuni del Lodigiano attorno a Codogno.
L'incubo in cui vivono da quattro giorni è esploso ieri in un vero e proprio assalto a cibo, medicine e sigarette. A scatenare il caos, notizie ufficiali contraddittorie, voci infondate e un'incontrollabile psicosi. I residenti all'interno della zona rossa, barricati in casa da venerdì, erano convinti che da ieri non sarebbero stati chiusi a tempo indeterminato solo asili, scuole, uffici, negozi e aziende. Il tam tam via social ha indotto la maggioranza a pensare che il blocco anti-virus era esteso anche a negozi di generi di prima necessità e farmacie. In mattinata è esploso così l'assalto all'unico supermercato aperto dentro la zona off-limits, a Casalpusterlengo, e in tutti quelli aperti nei paesi appena oltre il confine ufficialmente invalicabile. Per fronteggiare la razzia i centri commerciali hanno stabilito ingressi contingentati solo per chi indossava guanti e mascherine. Migliaia le persone in fila per ore nei parcheggi, spingendo carrelli pronti ad essere riempiti. "Alle casse siamo solo in cinque - dice Veronica nel "Famila" di Casalpusterlengo - ma la coda per pagare supera la zona surgelati".
Per scongiurare scontri e assembramenti a rischio-coronavirus, sono intervenute pattuglie di Finanza e Carabinieri. "Le autorità - dice Cleo, infermiera di Somaglia - assicurano che nei prossimi giorni la protezione civile porterà pasti e farmaci a domicilio, attraverso corridoi protetti. Il problema è che non ci crede nessuno. I dipendenti nei negozi poi, qui non ci pensano nemmeno a tornare al lavoro". Prima di mezzogiorno erano così già esauriti frutta, verdura, carne, latte, pane e tutti i generi freschi. Sotto assedio anche farmacie e, con i tabaccai chiusi, i rari distributori automatici di sigarette. La folla, violando le direttive nazionali, ha subito diretto le auto verso i supermercati dei paesi non inseriti nell'area interdetta. Risultato: colonne infinite e nuova razzia. Uno shock, tale da spingere Governo, Regione e Prefettura a correre subito ai ripari. Una prima ordinanza nazionale autorizza l'apertura di alimentari e farmacie anche dentro la zona rossa. La seconda ha sigillato la cintura di contenimento. Nessuno da ieri pomeriggio può più davvero entrare o uscire dal focolaio lombardo del coronavirus. Posti di blocco interforze, con 300 uomini, presidiano giorno e notte i 35 varchi d'accesso ai dieci comuni lodigiani. "Peccato essere arrivati con un clamoroso ritardo - la critica di sindaci e cittadini - dopo che per tre giorni l'isolamento è rimasto un colabrodo. Centinaia sono andati via per il week end, qualcuno perfino a Londra. E' come chiudere la stalla dopo che i buoi sono scappati".
Ultima emergenza, all'Istituto tecnico agrario "Tosi" di Codogno. La scuola, frequentata da ragazzi di tutta la Lombardia e dell'Emilia, si trova a 200 metri dall'ospedale in cui è stato ricoverato il "paziente uno" e dove sono decine i contagiati. Uno studente di 17 anni, valtellinese e ora in cura a Lecco, è risultato positivo al coronavirus. Famiglie degli iscritti e docenti dovranno ora fare il tampone. Ancora una volta, si teme troppo tardi.