Cronaca

Milano ci prova. Il primo weekend ai tempi del coronavirus. "Ricominciamo a uscire"

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MILANO - In via dell’Orso c’è una zuffa per il parcheggio (in sosta vietata). Uno è ticinese, l’altro è fuori di sé: «Pirla che non sei altro, mi hai fregato il posto. Pirla, io ti denuncio!». È un buon segno di ripresa, Milano sta tornando quasi normale o almeno vorrebbe tanto, e comunque ci prova e tanto per cominciare ha dismesso le mascherine «perché tanto non servono a niente». Tre commesse della Rinascente in pausa sigaretta: «C’è pochino, speriamo tanto», e piangono i tassisti di piazza Fontana, che però già si ribellano al diktat Milano chiusa, invocando una Milano città aperta, uno ha tolto la mascherina e proclamato solenne: «Mi sono rotto le balle. Tengo i guanti solo perché sono stufo di lavarmi le mani ogni ora».

La città scalpita, nel senso che vorrebbe ripartire rombando al ritmo del solito vrum vrum, e il primo è il sindaco Sala, dietro tutti gli altri milanesi già stufi del coronavirus. Sarà invece un’altra settimana col freno tirato, ma già i tavolini di Brera sono rianimati di gente che ordina i piattini, e in piazza San Simpliciano ieri pomeriggio c’era un gruppetto di bambini urlanti, uno sfrecciante in monopattino, le madri dietro. Tramè, “Original Venetian Sandwiches”, aperto e quasi pieno, sotto il segno dell’ottimismo. The Fisherman molto pieno, il che mette allegria. Poco più in là c’è la Pinacoteca di Brera, chiusa per ordinanza con grande dispiacere del direttore James Bradburne.

Ma lei come vive, con il museo chiuso? “Tristemente. Un museo ha come raison d’être di affiancare la propria comunità in tempi difficili, ed è chiuso al pubblico quando questo ne ha bisogno”. E non sarebbe un segnale di speranza, poter riaprire? “Certo! Nel momento in cui avremo la possibilità, lo faremo”, Bradburne non vede l’ora. Lo spirito è quello di Fernanda Wittgens, la direttrice che durante la guerra salvò il patrimonio di Brera, e anche molti perseguitati. In quello spirito, la Pinacoteca ha un “cuore che non cessa di battere”, infatti ogni giorno il sito dell’istituzione pubblica gli “appunti per una resistenza culturale”, ieri sulla “Madonna della Candeletta” di Giulio Crivelli, insomma se non puoi andare lì, Brera ti arriva in casa.

Ci si ingegna, le università fanno didattica online, che peraltro facevano da tempo. Il Biffi in Galleria ha lanciato una petizione con l’hashtag #MilanoMeno10, il proprietario Tarcisio De Bacco: “Fermiamo la paura, Milano si è sempre rialzata e insieme lo faremo anche questa volta”, sembra che ci siano gli austriaci alle porte. Quindi: sconto del 10 per cento per tutti. Quindi, se uno vuole l’ossobuco con risotto giallo (“Veal Shank & Milanese risotto with saffron”) invece che 29 euro come da listino appeso fuori, vien via a meno.

Poi, si entra in Duomo. La Veneranda Fabbrica ha annunciato la riapertura per lunedì, piccoli gruppi di turisti, ma va bene così. Intanto si entra solo per pregare. “Niente messe, niente confessioni”, avverte l’addetto, e si entra nell’unica navata aperta, sperando in un grande silenzio da cattedrale gotica. Ma avanzano due trabiccoli cigolanti con operai al seguito, vanno a mettere su l’impalcatura per restaurare una colonna. E su, dalle guglie, arriva forte il rumore di trapani e sega, non è una leggenda che la Fabbrica non si fermi mai.

Comunque, davanti alla tomba del cardinal Martini ci sono tre che pregano. E cinque di fronte alla vicina Madonna con lumini accesi. Non si può scendere da san Carlo Borromeo, né sulla tomba dell’altro Borromeo, il cardinale Federigo, che durante la peste del 1630 fece grandi opere di carità, anche se credeva all’esistenza degli untori. Né a Milano si può evitare di tornare a quella peste, persino il bambino Giacomo incontrato in via Larga — sta andando da un amico che ha la playstation — ricorda “che c’era la peste, poi sono tutti guariti e Renzo e Lucia si sono sposati”. “Guariti” è parola magica, è bastata la notizia dei 45 dichiarati fuori pericolo per far cantare Milano, e gettare le mascherine al vento tiepido, per farsi un selfie davanti alle due magnolie sul retro del Duomo, già fiorite, una bianca e una rosa.

“Bisogna rimettersi in gioco, e dare fiducia”, dice Lionello Cerri, che ha chiuso i suoi cinema Anteo ma già pensa a riaprire con il film di Verdone e quello di Diritti, e “a riavere la nostra comunità”. Andrée Ruth Shammah: “Chiudere il Franco Parenti è stato faticoso. I teatri devono stare aperti, perché sono un luogo gravido di futuro, e qui bisogna affrontare la morte in modo vitale. Riaprirei con ‘I Promessi sposi alla prova’”, con la speranza di tirar su il sipario presto, anzi subito. La speranza non è solo in centro, se anche al Gratosoglio Adriana Porcu ha portato i nipotini David e Nora al mercato e poi a giocare: “E basta con l’allarmismo, basta con la paura. Usiamo i mezzi e poi laviamoci le mani, e usciamo di casa…”.

L’arpista Patrizia Rossi, in piazza Duomo, pensa alla Borsa, “mio padre vuole vendere i titoli, gli ho detto ‘è destino che la curva risalga, aspetta’”. Massimo Rossi, rappresentante di libri con bici pieghevole, dice che “qualcosa si vede, le librerie oggi hanno incassato qualcosa più di ieri…”. E in via Larga, al Gran Caffè Cimmino, il responsabile Roberto Iuliano: “Non abbiamo mai chiuso perché prima o poi passerà. Al mattino qualcosa adesso facciamo. Sa, noi napoletani vediamo sempre il bicchiere mezzo pieno”, e non saranno le 500 brioches di prima, ma una speranziella adesso c’è, e si aspetta il vrum vrum.