15 marzo
Assurdo. Confine con la Slovenia sempre sigillato, col virus ormai ovunque. Il naufragio di Schengen lo senti da qui, non da Milano o Roma. Da Trieste ho visto l’autodissoluzione dei Balcani e ora assisto alla balcanizzazione dell’Europa. La balcanizzazione non è solo guerra e barbarie. È far credere ai babbei che il male venga solo dallo straniero. È la presunzione di essere immuni da qualcosa di maligno che invece ci abita ed è ovunque. È il fascino dell’autoassoluzione che spiana la strada ai fascismi. Le nazioni si blindano causa pestilenza, invece di dar prova di unità nel mal comune. Ha senso? Sento clangore di spranghe e chiavistelli ovunque. La macchina dei reticolati si è rimessa in moto. E nessuna voce autorevole, indiscutibile, che si levi sopra tutto questo e dica: «Popoli d’Europa, basta, o sarà il crollo». Come nella Grande Guerra.
Su uno scaffale ho un pezzo della sbarr…
Assurdo. Confine con la Slovenia sempre sigillato, col virus ormai ovunque. Il naufragio di Schengen lo senti da qui, non da Milano o Roma. Da Trieste ho visto l’autodissoluzione dei Balcani e ora assisto alla balcanizzazione dell’Europa. La balcanizzazione non è solo guerra e barbarie. È far credere ai babbei che il male venga solo dallo straniero. È la presunzione di essere immuni da qualcosa di maligno che invece ci abita ed è ovunque. È il fascino dell’autoassoluzione che spiana la strada ai fascismi. Le nazioni si blindano causa pestilenza, invece di dar prova di unità nel mal comune. Ha senso? Sento clangore di spranghe e chiavistelli ovunque. La macchina dei reticolati si è rimessa in moto. E nessuna voce autorevole, indiscutibile, che si levi sopra tutto questo e dica: «Popoli d’Europa, basta, o sarà il crollo». Come nella Grande Guerra.
Su uno scaffale ho un pezzo della sbarr…
15 marzo
Assurdo. Confine con la Slovenia sempre sigillato, col virus ormai ovunque. Il naufragio di Schengen lo senti da qui, non da Milano o Roma. Da Trieste ho visto l’autodissoluzione dei Balcani e ora assisto alla balcanizzazione dell’Europa. La balcanizzazione non è solo guerra e barbarie. È far credere ai babbei che il male venga solo dallo straniero. È la presunzione di essere immuni da qualcosa di maligno che invece ci abita ed è ovunque. È il fascino dell’autoassoluzione che spiana la strada ai fascismi. Le nazioni si blindano causa pestilenza, invece di dar prova di unità nel mal comune. Ha senso? Sento clangore di spranghe e chiavistelli ovunque. La macchina dei reticolati si è rimessa in moto. E nessuna voce autorevole, indiscutibile, che si levi sopra tutto questo e dica: «Popoli d’Europa, basta, o sarà il crollo». Come nella Grande Guerra.
Su uno scaffale ho un pezzo della sbarra di confine italo-sloveno che, in una festa memorabile su un piccolo valico agricolo, sezionai con una robusta sega per farne dei souvenir con gli amici dell’altra parte. Sotto c’è scritto un bel grazie per il lavoro svolto negli anni allo scopo di abbattere quella divisione. E c’è una data: 20 dicembre 2007. Fu quella notte che, mezzi ubriachi, in una promiscuità dionisiaca, celebrammo l’inizio di Schengen sulla mia frontiera. L’Europa e il suo mito erano tra noi. Oggi l’edificio crolla. Proprio oggi che abbiamo l’occasione unica di capire che siamo tutti sulla stessa barca. Che malinconia.
La polizia dei nostri vicini è talmente impegnata a bloccare chi entra che non ha tempo per quelli che escono. Così i migranti sopravvissuti agli orrori della rotta balcanica (fucilate e sevizie in Erzegovina e Croazia) arrivano come e più di prima. E, una volta qui, si ritrovano imbottigliati, senza potersi spostare e senza nessuno che si occupi di loro. Vagano per le strade. Salvo pochi volontari, la città finge di non vederli e l’Italia ha altre priorità. Non c’è tempo per “loro”, oggi che dobbiamo pensare a “noi”. Ma intanto si innesca una bomba umanitaria di portata inimmaginabile. Una sacca di poveri cristi. Nemmeno a Roma lo capiscono. Al governo vedono solo gli sbarchi, perché solo quelli fanno audience. E la polizia di frontiera, con pochi mezzi, non sa come uscirne.
16 marzo
Ma il bollettino della clausura è quasi più interessante delle notizie sul virus. Registra una mutazione, al termine della quale non saremo più gli stessi. Il “macro” si rispecchia nel “micro” come una decalcomania. Sto cambiando pelle, lo capisco dai pensieri che sgorgano a velocità pazzesca, più in fretta della mia capacità di organizzarli in scrittura. È il viaggio più incredibile della mia vita. La mente va a mille anche da ferma. Ho già finito i taccuini e non ho possibilità di rifornirmene di nuovi. Così, attingo a fogli A4 già scritti su un lato, che divido in quattro e uso dalla parte bianca.
Il cielo è vuoto. Gabbiani emigrati. I pochi rimasti urlano la loro fame formando un vortice sulle vie del centro. Impazziscono senza gli avanzi della movida. Invadono le strade, come le scimmie thailandesi rimaste senza turisti. Circondano i vecchi con la borsa della spesa. Sbranano vivi i piccioni, pure essi alla fame. Basta e avanza per capire i disequilibri del Pianeta. Ma la bora porta odore di bosco, pulisce l’aria, spinge creste bianche al largo. Le nereidi! Pensieri omerici e senso di riequilibrio nella natura. Il mondo è sfebbrato, respira, dice le ragioni di Greta. Ma anche gli umani, qui, rinascono col vento. Dalla terrazza lievitano le Alpi oltremare. Pare di essere in barca. Si naviga di bolina. Anche per questo non soffro di claustrofobia.
In serata passa una formazione di due-trecento oche selvatiche. Sarà una traversata memorabile, senza cacciatori in agguato. Accendo il fuoco. Irene sforna due filoncini coperti di semi di sesamo. Nei negozi il lievito è sparito, segno che tanti fanno il pane in casa. Riscoperta della lievitazione, dell’attesa e della pazienza. Odore buono in casa. Stasera asparagi e uova sode.
17 marzo
Qui come altrove, infermieri e medici di reparti “tranquilli” chiedono di essere spostati in prima linea. Eroi “normali”. Ne ho viste di guerre e so che in guerra l’umanità si svela, con poche vie di mezzo. O uomini o conigli. Succede anche col virus. Da una parte quelli che sentono la chiamata. Dall’altra i codardi, i falsi, i seminatori di zizzania. Quanta bella gente tiene in piedi questo Paese, nonostante l’acrimonia degli imboscati.
Nei mesi scorsi sono stato in cura nel reparto, vedi un po’, di pneumologia. Nonostante i tagli del personale, mi hanno accudito con una professionalità e umanità che tanti altri Paesi se la sognano e, alla fine, mi hanno guarito giusto in tempo per evitare questo maledetto virus. Dopo quell’esperienza sono ancora più orgoglioso della sanità italiana. Un servizio dove le donne sono un pilastro. L’accoglienza è femmina.
Da Treviso mi chiama Antonio, professore di lettere alle superiori e uomo in prima linea sull’accoglienza. Da quando c’è la peste e gli tocca insegnare “on line”, punta tutto sull’educazione civica. Le regole, lo Stato, la responsabilità. Ma soprattutto «la necessità di uscire dall’io per abbracciare il noi». Il resto passa in secondo piano. Ogni tanto deve tuonare per rimettere in riga i ragazzi che vorrebbero uscire. Buon dio, si resta a casa non solo per se stessi, ma per gli altri. Libertà non è fare ciò che si vuole.
Ogni giorno, in piazza della stazione, un gruppo di volontari va a nutrire e curare i disperati in arrivo dai Balcani. Sono guardati a vista (ieri tre auto della polizia e tre dei vigili) e tollerati solo perché svolgono un lavoro che spetterebbe al Comune. È chiaro anche alle pietre che lasciare in balia del virus persone debilitate e prive di riparo e di accesso all’igiene diventa un problema sanitario per tutti, ma il vicesindaco della Lega egualmente ha sparato in pubblico su questa brava gente. L’interesse elettorale che prevarica la tutela umanitaria e sanitaria. Lorena cura i piedi piagati, sembra Cristo che lava quelli degli apostoli. Azra, bosniaca che a suo tempo fu profuga, non ha perso la memoria e distribuisce the e biscotti. Gianandrea porta panini, arance, mandorle e cioccolata. Ha 82 anni, età a rischio massimo, ma non si tira indietro: «Come faccio a restare a casa, se per strada c’è questo?».
18 marzo
Ore 6.30. Miracolo dell’alba. Ho la casa rivolta a nord, che in questa stagione cattura il sole per un’ora di primo mattino. Eccolo, dardeggia. I passeri lo salutano. Per sentirne il calore sulla pelle, devo sporgermi dal terrazzo. È quanto basta perché mi senta fortunato. Pregare non è chiedere per sé ma ringraziare per ciò che si ha. Eucarestia è ringraziamento, lo dice il greco “efharistò” che vuol dire appunto “grazie”. E ci voleva la peste per farmi recitare una litania di ringraziamento alla vita, qualcosa che va oltre la gratitudine verso medici, infermieri, camionisti, pubblici ufficiali, bottegai, i tanti eroi anonimi che si spendono in quest’ora tragica. È una cosa che qui, oggi, davanti al mio mare, mi fa dire: ringrazio per l’albero di Giuda che torna a fiorire, per la neve delle Alpi, per la bora leggera e il profumo di viole nell’aria.
Ringrazio per i miei vecchi che mi hanno insegnato che chi ha avuto tanto deve dare tanto, e per i nipotini che mi obbligano a essere vivo e a giocare ancora. Ringrazio per la natura che esiste anche senza di noi e ci bussa alla porta ogni giorno, per questa clausura che mi fa sognare montagne e praterie, e per la nostalgia di una stretta di mano. Ringrazio per la meraviglia degli sguardi intensi con cui oggi ci salutiamo a distanza, per il desiderio di toccare chi amo, e per il cielo che mi fa dimenticare la tirannia dello schermo.
Dico grazie, anche, per il pane appena sfornato, per il mio zaino ricco di viaggi e di storie, e per il privilegio del mio mestiere, che mi fa sentire l’Altro più vicino. Ma grazie soprattutto per il silenzio ritrovato, un silenzio che è canto, preghiera e padre del Verbo creatore. Silenzio che mi fa sentire la polifonia della natura e mi strappa dalla tirannia dell’apparire.
Grazie, di conseguenza, per i suoni, per il vicino che canta La donna è mobile dal terrazzo e i segnali radio che ogni sera mi arrivano dal mondo. E grazie, infine, per l’eco restituito dell’umanità che mi circonda, per la voce flebile dei malati e degli ultimi, che mi aiuta ad abbracciare chi non ha.
2. Continua
Assurdo. Confine con la Slovenia sempre sigillato, col virus ormai ovunque. Il naufragio di Schengen lo senti da qui, non da Milano o Roma. Da Trieste ho visto l’autodissoluzione dei Balcani e ora assisto alla balcanizzazione dell’Europa. La balcanizzazione non è solo guerra e barbarie. È far credere ai babbei che il male venga solo dallo straniero. È la presunzione di essere immuni da qualcosa di maligno che invece ci abita ed è ovunque. È il fascino dell’autoassoluzione che spiana la strada ai fascismi. Le nazioni si blindano causa pestilenza, invece di dar prova di unità nel mal comune. Ha senso? Sento clangore di spranghe e chiavistelli ovunque. La macchina dei reticolati si è rimessa in moto. E nessuna voce autorevole, indiscutibile, che si levi sopra tutto questo e dica: «Popoli d’Europa, basta, o sarà il crollo». Come nella Grande Guerra.
Su uno scaffale ho un pezzo della sbarra di confine italo-sloveno che, in una festa memorabile su un piccolo valico agricolo, sezionai con una robusta sega per farne dei souvenir con gli amici dell’altra parte. Sotto c’è scritto un bel grazie per il lavoro svolto negli anni allo scopo di abbattere quella divisione. E c’è una data: 20 dicembre 2007. Fu quella notte che, mezzi ubriachi, in una promiscuità dionisiaca, celebrammo l’inizio di Schengen sulla mia frontiera. L’Europa e il suo mito erano tra noi. Oggi l’edificio crolla. Proprio oggi che abbiamo l’occasione unica di capire che siamo tutti sulla stessa barca. Che malinconia.
La polizia dei nostri vicini è talmente impegnata a bloccare chi entra che non ha tempo per quelli che escono. Così i migranti sopravvissuti agli orrori della rotta balcanica (fucilate e sevizie in Erzegovina e Croazia) arrivano come e più di prima. E, una volta qui, si ritrovano imbottigliati, senza potersi spostare e senza nessuno che si occupi di loro. Vagano per le strade. Salvo pochi volontari, la città finge di non vederli e l’Italia ha altre priorità. Non c’è tempo per “loro”, oggi che dobbiamo pensare a “noi”. Ma intanto si innesca una bomba umanitaria di portata inimmaginabile. Una sacca di poveri cristi. Nemmeno a Roma lo capiscono. Al governo vedono solo gli sbarchi, perché solo quelli fanno audience. E la polizia di frontiera, con pochi mezzi, non sa come uscirne.
16 marzo
Ma il bollettino della clausura è quasi più interessante delle notizie sul virus. Registra una mutazione, al termine della quale non saremo più gli stessi. Il “macro” si rispecchia nel “micro” come una decalcomania. Sto cambiando pelle, lo capisco dai pensieri che sgorgano a velocità pazzesca, più in fretta della mia capacità di organizzarli in scrittura. È il viaggio più incredibile della mia vita. La mente va a mille anche da ferma. Ho già finito i taccuini e non ho possibilità di rifornirmene di nuovi. Così, attingo a fogli A4 già scritti su un lato, che divido in quattro e uso dalla parte bianca.
Il cielo è vuoto. Gabbiani emigrati. I pochi rimasti urlano la loro fame formando un vortice sulle vie del centro. Impazziscono senza gli avanzi della movida. Invadono le strade, come le scimmie thailandesi rimaste senza turisti. Circondano i vecchi con la borsa della spesa. Sbranano vivi i piccioni, pure essi alla fame. Basta e avanza per capire i disequilibri del Pianeta. Ma la bora porta odore di bosco, pulisce l’aria, spinge creste bianche al largo. Le nereidi! Pensieri omerici e senso di riequilibrio nella natura. Il mondo è sfebbrato, respira, dice le ragioni di Greta. Ma anche gli umani, qui, rinascono col vento. Dalla terrazza lievitano le Alpi oltremare. Pare di essere in barca. Si naviga di bolina. Anche per questo non soffro di claustrofobia.
In serata passa una formazione di due-trecento oche selvatiche. Sarà una traversata memorabile, senza cacciatori in agguato. Accendo il fuoco. Irene sforna due filoncini coperti di semi di sesamo. Nei negozi il lievito è sparito, segno che tanti fanno il pane in casa. Riscoperta della lievitazione, dell’attesa e della pazienza. Odore buono in casa. Stasera asparagi e uova sode.
17 marzo
Qui come altrove, infermieri e medici di reparti “tranquilli” chiedono di essere spostati in prima linea. Eroi “normali”. Ne ho viste di guerre e so che in guerra l’umanità si svela, con poche vie di mezzo. O uomini o conigli. Succede anche col virus. Da una parte quelli che sentono la chiamata. Dall’altra i codardi, i falsi, i seminatori di zizzania. Quanta bella gente tiene in piedi questo Paese, nonostante l’acrimonia degli imboscati.
Nei mesi scorsi sono stato in cura nel reparto, vedi un po’, di pneumologia. Nonostante i tagli del personale, mi hanno accudito con una professionalità e umanità che tanti altri Paesi se la sognano e, alla fine, mi hanno guarito giusto in tempo per evitare questo maledetto virus. Dopo quell’esperienza sono ancora più orgoglioso della sanità italiana. Un servizio dove le donne sono un pilastro. L’accoglienza è femmina.
Da Treviso mi chiama Antonio, professore di lettere alle superiori e uomo in prima linea sull’accoglienza. Da quando c’è la peste e gli tocca insegnare “on line”, punta tutto sull’educazione civica. Le regole, lo Stato, la responsabilità. Ma soprattutto «la necessità di uscire dall’io per abbracciare il noi». Il resto passa in secondo piano. Ogni tanto deve tuonare per rimettere in riga i ragazzi che vorrebbero uscire. Buon dio, si resta a casa non solo per se stessi, ma per gli altri. Libertà non è fare ciò che si vuole.
Ogni giorno, in piazza della stazione, un gruppo di volontari va a nutrire e curare i disperati in arrivo dai Balcani. Sono guardati a vista (ieri tre auto della polizia e tre dei vigili) e tollerati solo perché svolgono un lavoro che spetterebbe al Comune. È chiaro anche alle pietre che lasciare in balia del virus persone debilitate e prive di riparo e di accesso all’igiene diventa un problema sanitario per tutti, ma il vicesindaco della Lega egualmente ha sparato in pubblico su questa brava gente. L’interesse elettorale che prevarica la tutela umanitaria e sanitaria. Lorena cura i piedi piagati, sembra Cristo che lava quelli degli apostoli. Azra, bosniaca che a suo tempo fu profuga, non ha perso la memoria e distribuisce the e biscotti. Gianandrea porta panini, arance, mandorle e cioccolata. Ha 82 anni, età a rischio massimo, ma non si tira indietro: «Come faccio a restare a casa, se per strada c’è questo?».
18 marzo
Ore 6.30. Miracolo dell’alba. Ho la casa rivolta a nord, che in questa stagione cattura il sole per un’ora di primo mattino. Eccolo, dardeggia. I passeri lo salutano. Per sentirne il calore sulla pelle, devo sporgermi dal terrazzo. È quanto basta perché mi senta fortunato. Pregare non è chiedere per sé ma ringraziare per ciò che si ha. Eucarestia è ringraziamento, lo dice il greco “efharistò” che vuol dire appunto “grazie”. E ci voleva la peste per farmi recitare una litania di ringraziamento alla vita, qualcosa che va oltre la gratitudine verso medici, infermieri, camionisti, pubblici ufficiali, bottegai, i tanti eroi anonimi che si spendono in quest’ora tragica. È una cosa che qui, oggi, davanti al mio mare, mi fa dire: ringrazio per l’albero di Giuda che torna a fiorire, per la neve delle Alpi, per la bora leggera e il profumo di viole nell’aria.
Ringrazio per i miei vecchi che mi hanno insegnato che chi ha avuto tanto deve dare tanto, e per i nipotini che mi obbligano a essere vivo e a giocare ancora. Ringrazio per la natura che esiste anche senza di noi e ci bussa alla porta ogni giorno, per questa clausura che mi fa sognare montagne e praterie, e per la nostalgia di una stretta di mano. Ringrazio per la meraviglia degli sguardi intensi con cui oggi ci salutiamo a distanza, per il desiderio di toccare chi amo, e per il cielo che mi fa dimenticare la tirannia dello schermo.
Dico grazie, anche, per il pane appena sfornato, per il mio zaino ricco di viaggi e di storie, e per il privilegio del mio mestiere, che mi fa sentire l’Altro più vicino. Ma grazie soprattutto per il silenzio ritrovato, un silenzio che è canto, preghiera e padre del Verbo creatore. Silenzio che mi fa sentire la polifonia della natura e mi strappa dalla tirannia dell’apparire.
Grazie, di conseguenza, per i suoni, per il vicino che canta La donna è mobile dal terrazzo e i segnali radio che ogni sera mi arrivano dal mondo. E grazie, infine, per l’eco restituito dell’umanità che mi circonda, per la voce flebile dei malati e degli ultimi, che mi aiuta ad abbracciare chi non ha.
2. Continua