✕
Martì Paradell, 15 anni, frequenta il liceo classico "Socrate" di Roma 

I ragazzi in camera. "Il mondo si è fermato. Che angoscia la nuova vita senza contatto fisico"

Ascolta l'audio

Gli adolescenti raccontano le loro giornate "recluse" nella quarantena del Coronavirus
3 minuti di lettura
ROMA - Quanto mancano gli abbracci. E l’autobus per andare a scuola. Le partite di pallanuoto e di calcetto. Le uscite. Trastevere, per Anna, che vive a Roma. I navigli, per Matilde, che vive a Milano. Gli amici del Collettivo, per Martì. I compagni di classe, per Alessandro e Costanza. Il quartiere per Nicola. Eccoli qui. Adolescenti resistenti e resilienti. Provate ad avere quindici e sedici anni ai tempi del Coronavirus e lo racconterete ai vostri figli. “Reclusi” da più di due settimane nelle loro camerette simili a fortini ultra-digitali, la scuola online che scandisce le giornate, divoratori seriali di film, tutto questo, dicono, l’avevano già visto nei catastrophic movie che hanno scandito la loro infanzia. Quasi un inquietante ritorno al futuro.
Il tuo browser non supporta HTML5 audio.
…
ROMA - Quanto mancano gli abbracci. E l’autobus per andare a scuola. Le partite di pallanuoto e di calcetto. Le uscite. Trastevere, per Anna, che vive a Roma. I navigli, per Matilde, che vive a Milano. Gli amici del Collettivo, per Martì. I compagni di classe, per Alessandro e Costanza. Il quartiere per Nicola. Eccoli qui. Adolescenti resistenti e resilienti. Provate ad avere quindici e sedici anni ai tempi del Coronavirus e lo racconterete ai vostri figli. “Reclusi” da più di due settimane nelle loro camerette simili a fortini ultra-digitali, la scuola online che scandisce le giornate, divoratori seriali di film, tutto questo, dicono, l’avevano già visto nei catastrophic movie che hanno scandito la loro infanzia. Quasi un inquietante ritorno al futuro.
Il tuo browser non supporta HTML5 audio.

Anna, ad esempio, 15 anni, liceo classico “Manara” di Roma. «Pazzesco. Sembra la trama di “Contagion”, un film dove l’umanità viene decimata da un virus che arriva da Hong Kong e viene trasmesso dai pipistrelli. Ma adesso ci siamo dentro e sento che per noi ragazzi è una prova enorme.  Ce la ricorderemo. Studio, sento la musica. Mi manca il contatto fisico con gli amici, le cose normali, uscire la sera, camminare, andare a scuola, all’inizio non pensavo fosse una cosa così seria, adesso ho paura per mio nonno, però mi colpisce quanto l’aria sia pulita, il mondo si è fermato per due settimane, ed è come se la natura stesse riprendendo il suo posto. Questo ci deve far riflettere". Nostalgia della quotidianità, della vita di ieri. Ma anche lo sguardo limpido di una generazione che ha partecipato ai “Fridays for future” e sa quanto il pianeta sia fragile e in pericolo.


Martì, 15 anni, secondo liceo al “Socrate” di Roma fa atletica, corre veloce e suona la chitarra. «Faccio il conto alla rovescia, con i miei amici stiamo già organizzando la festa della liberazione, sarà un festone enorme. Per adesso reggo bene, anzi ci sono dei lati positivi, da quando c’è la scuola online riesco ad approfondire le materie che mi piacciono. Certo, in famiglia mi sento un po’ troppo sorvegliato, i compagni del Collettivo li vedo soltanto in videochiamata e non è la stessa cosa. A tutti noi sembra di essere un po’ in un incubo e un po’ in un sogno: il mondo si è dovuto fermare, forse stavamo correndo troppo».

La festa di liberazione però si sposta a ogni bollettino della protezione civile, eppure, dice lo psicologo e psicoterapeuta Matteo Lancini «non saranno gli adolescenti i primi a cadere». «Questa generazione ci stupirà. Tengono duro, in un’età in cui muoversi e vedersi è fondamentale come il respiro. E' grazie a loro che la scuola digitale funziona. L’hanno capito bene i prof, infatti hanno chiesto aiuto proprio ai ragazzi. Studiano. Fanno ginnastica. Cucinano. Hanno messo in atto, da soli, strumenti antidepressivi».

Speriamo. Perché Nicola, che ha 17 anni, vive a Napoli, studia all’istituto alberghiero “Calvalcanti” e il suo disagio invece lo dice chiaro e tondo. «Sono incazzato. Mi manca tutto. Ho due fratelli, meno male che ci sono perché ci facciamo dei tornei di calcetto sul balcone, fino a che non ci tirano l’acqua. Ma dentro casa è dura. Seguo le lezioni online, mi sento in chat con la mia ragazza, cucino per tutti perchè studio da chef, ma la sera mi sembra di non farcela, ho bisogno di aria, vorrei camminare, scendere in strada con i miei amici. Allora prendo il sacco da boxe e mi alleno, così mi passa». Il corpo appunto. Non ce n’è uno che molla. Ognuno nella propria cameretta si sfida con flessioni, esercizi, aerobica, yoga. Guai uscire dalla quarantena meno belli di quando è cominciata.

Alessandro ha 16 anni anche lui, frequenta il liceo “Tasso” a Roma. Ironico e colto, ha organizzato un cineforum online per la sua classe, con appuntamenti in chat per discutere del film. «Mi sembra di aver perso il contatto con il calendario e di essere dentro un film distopico. Esci a buttare l’immondizia e c’è una pattuglia che ti dice di tornare a casa. Le strade sono deserte, desolate. Ho nostalgia di cose che mi sembravano banali, andare a pallanuoto, prendere l’autobus, mi mancano da morire i miei compagni di classe. Ho una giornata organizzata, le lezioni la mattina, il pomeriggio i compiti, mi alleno e faccio videochiamate con gli amici. La sera leggo Pirandello e poi gioco alla playstation. Alcuni miei coetanei dicono che questa è la nostra guerra, come per i nostri nonni è stata la seconda guerra mondiale. No, in guerra sparano, manca il pane, noi abbiamo tutto e non ci sono i cecchini nelle strade. Certo il virus uccide, è un nemico invisibile, ma credo nella Scienza e so che la Scienza ci salverà».

Matilde, 17 anni, vive a Milano, studia al linguistico “Pietro Verri”. «Quando esco con il mio cane in questa città blindata penso a “The walking dead” la mia serie preferita, non ci sono gli zombie ma l’atmosfera è triste. Sono molto fisica e non poter abbracciare le mie amiche e i miei amici mi fa soffrire. Sono figlia unica, come tanti miei coetanei, per fortuna siamo la generazione della tecnologia e questo ci tiene in contatto, Mi manca la libertà, i miei prof di scuola, è come vivere sospesi, Però le regole sono giuste, questo virus ha già ucciso troppe persone, speriamo che Milano si salvi».

Tornano gli echi manzoniani, è fin troppo facile la suggestione, ma Costanza, 16 anni, liceo classico al “Tasso” di Roma, dice che è vero, nei “Promessi sposi” c’era già tutto. «La cosa peggiore? Le persone che oggi sono costrette a morire da sole,in ospedale, i poveri parenti a cui arrivano soltanto le ceneri. Il numero di morti fa impressione, non riesco a non pensarci, quindi è giusto non uscire, anche se per me è pesante, non ero abituata a passare così tanto tempo in casa. Come tutti studio, sento la musica e mi alleno. Penso all’ambiente che oggi è incredibilmente più pulito, quindi bastava fermarsi, almeno un po’. Ne usciremo migliori, credo, ma pagando un prezzo troppo alto».