Coronavirus. Siamo sul picco, ma la discesa non sarà facile né rapida
Elena Dusi , di ELENA DUSISolo la piccola percentuale degli italiani contagiati ha sviluppato l'immunità. Gli altri restano vulnerabili. Gli esperti: "C'è ancora una grande parte della foresta pronta a divampare, e molte micce restano pericolosamente accese"
«Sul picco già ci siamo» sostiene Alessandro Vespignani. «Ma ci resteremo un po’ prima di iniziare a scendere. Questa epidemia è un tir in corsa. Frenarla non sarà facile» spiega l’esperto di modelli informatici per la diffusione delle epidemie alla Northeastern University di Boston. Dalla metafora della montagna, Vespignani passa poi a quella della foresta incendiata. E qui la voglia di lasciarsi andare al sollievo passa un po’. «Il virus ha toccato una piccola quota della popolazione. È come se più del 90% degli alberi non fosse ancora bruciato. Resta però pronto a farlo alla prima occasione, e di scintille in giro ce ne sono parecchie».
Sollievo e cautela sono gli estremi del pendolo fra cui si dividono gli esperti. Picco e diminuzione dei contagi avverranno fra 7-10 giorni, stima il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri sul suo blog. «Ma non possiamo parlare di un picco unic…
Sollievo e cautela sono gli estremi del pendolo fra cui si dividono gli esperti. Picco e diminuzione dei contagi avverranno fra 7-10 giorni, stima il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri sul suo blog. «Ma non possiamo parlare di un picco unic…
«Sul picco già ci siamo» sostiene Alessandro Vespignani. «Ma ci resteremo un po’ prima di iniziare a scendere. Questa epidemia è un tir in corsa. Frenarla non sarà facile» spiega l’esperto di modelli informatici per la diffusione delle epidemie alla Northeastern University di Boston. Dalla metafora della montagna, Vespignani passa poi a quella della foresta incendiata. E qui la voglia di lasciarsi andare al sollievo passa un po’. «Il virus ha toccato una piccola quota della popolazione. È come se più del 90% degli alberi non fosse ancora bruciato. Resta però pronto a farlo alla prima occasione, e di scintille in giro ce ne sono parecchie».
Sollievo e cautela sono gli estremi del pendolo fra cui si dividono gli esperti. Picco e diminuzione dei contagi avverranno fra 7-10 giorni, stima il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri sul suo blog. «Ma non possiamo parlare di un picco unico in tutta Italia» precisa Gianni Rezza, responsabile del dipartimento di malattie infettive all’Istituto Superiore di Sanità. «Il culmine dei casi è passato a Codogno e Bergamo, dove è cessato l’aumento di accessi al pronto soccorso». Ma quello che stiamo raggiungendo è un picco “artificiale”: abbiamo messo un coperchio su una pentola che però ha ancora molta voglia di bollire. «Se avessimo lasciato correre il virus – prosegue Rezza – avremmo fatto bruciare tutta la foresta, poi l’epidemia avrebbe rallentato e si sarebbe spenta per mancanza di carburante. Ma sul campo avremmo lasciato un numero enorme di vittime. Il distanziamento sociale sta portando il fuoco sotto controllo, molte micce però sono ancora accese. Almeno fino a Pasqua resteranno le restrizioni forti».
In Lombardia il peggio è forse alle spalle anche per Giancarlo Icardi, che insegna Igiene all’università di Genova. «Noi in Liguria abbiamo invece 7-10 giorni di ritardo». L’isolamento sociale sembra finalmente avere effetto. «Ed era ora. Se dalle misure del 9 marzo a oggi non avessimo osservato risultati, avremmo dovuto rivedere le nostre strategie». Restano però situazioni in cui di picco non si può ancora parlare. «La maggior parte dei contagi si è trasferita in famiglie e residenze per anziani. E restano regioni come Emilia e Toscana ancora in grado di dare numeri importanti».
Aspettarsi un calo ovunque e subito «è irrealistico» anche per Luca Richeldi, pneumologo del Policlinico Gemelli di Roma e membro del Comitato tecnico scientifico contro il coronavirus. «I dati lombardi ci danno speranza, ma quella del picco è un’immagine pericolosa. Dà l’idea che, una volta sorpassato, tutto torni normale. Invece abbiamo davanti a noi una fase lunga di controllo dei contagi. Il nostro stile di vita dovrà adattarsi a questa necessità ancora per diversi mesi».
Come sanno gli scalatori, raggiungere la cima non vuol dire aver esaurito le fatiche. Nel caso della pandemia, il problema è la parte del bosco ancora pronta a divampare. I suoi alberi sono tutte le persone che non hanno contratto il coronavirus e non hanno anticorpi. «Siamo lontanissimi dall’aver sviluppato l’immunità di gregge» conferma Richeldi, riferendosi a quella condizione in cui il 60-70% di persone immuni a un’infezione ne impedisce la trasmissione anche al restante 30-40%. «Questo virus sa replicarsi in modo rapidissimo. Basta una distrazione e anche da un numero piccolo può nascere un focolaio grande».
Anche stimando che gli italiani entrati in contatto col virus siano 500 mila (inclusi gli asintomatici), la nostra popolazione resta pur sempre di 60 milioni. «Dobbiamo tenere ancora duro, abbassare la temperatura dell’epidemia, isolare e disinnescare le micce rimaste accese» spiega Rezza. «Per la riapertura, potremmo pensare alla strategia dello “stop and go” prevista da alcuni modellisti inglesi, alternando riaperture e nuove chiusure». In quella fase diventeranno utili i test sierologici, in grado di rivelare chi si è infettato e ha sviluppato gli anticorpi, pur senza sintomi. «Oggi – spiega Rezza – vediamo solo la parte emersa dell’iceberg della pandemia, cioè i malati con sintomi severi. Contare tutte le persone che hanno sviluppato immunità ci permetterà di stimare quanto è grande la porzione della foresta che resta da preservare».
Sollievo e cautela sono gli estremi del pendolo fra cui si dividono gli esperti. Picco e diminuzione dei contagi avverranno fra 7-10 giorni, stima il viceministro della Salute Pierpaolo Sileri sul suo blog. «Ma non possiamo parlare di un picco unico in tutta Italia» precisa Gianni Rezza, responsabile del dipartimento di malattie infettive all’Istituto Superiore di Sanità. «Il culmine dei casi è passato a Codogno e Bergamo, dove è cessato l’aumento di accessi al pronto soccorso». Ma quello che stiamo raggiungendo è un picco “artificiale”: abbiamo messo un coperchio su una pentola che però ha ancora molta voglia di bollire. «Se avessimo lasciato correre il virus – prosegue Rezza – avremmo fatto bruciare tutta la foresta, poi l’epidemia avrebbe rallentato e si sarebbe spenta per mancanza di carburante. Ma sul campo avremmo lasciato un numero enorme di vittime. Il distanziamento sociale sta portando il fuoco sotto controllo, molte micce però sono ancora accese. Almeno fino a Pasqua resteranno le restrizioni forti».
In Lombardia il peggio è forse alle spalle anche per Giancarlo Icardi, che insegna Igiene all’università di Genova. «Noi in Liguria abbiamo invece 7-10 giorni di ritardo». L’isolamento sociale sembra finalmente avere effetto. «Ed era ora. Se dalle misure del 9 marzo a oggi non avessimo osservato risultati, avremmo dovuto rivedere le nostre strategie». Restano però situazioni in cui di picco non si può ancora parlare. «La maggior parte dei contagi si è trasferita in famiglie e residenze per anziani. E restano regioni come Emilia e Toscana ancora in grado di dare numeri importanti».
Aspettarsi un calo ovunque e subito «è irrealistico» anche per Luca Richeldi, pneumologo del Policlinico Gemelli di Roma e membro del Comitato tecnico scientifico contro il coronavirus. «I dati lombardi ci danno speranza, ma quella del picco è un’immagine pericolosa. Dà l’idea che, una volta sorpassato, tutto torni normale. Invece abbiamo davanti a noi una fase lunga di controllo dei contagi. Il nostro stile di vita dovrà adattarsi a questa necessità ancora per diversi mesi».
Come sanno gli scalatori, raggiungere la cima non vuol dire aver esaurito le fatiche. Nel caso della pandemia, il problema è la parte del bosco ancora pronta a divampare. I suoi alberi sono tutte le persone che non hanno contratto il coronavirus e non hanno anticorpi. «Siamo lontanissimi dall’aver sviluppato l’immunità di gregge» conferma Richeldi, riferendosi a quella condizione in cui il 60-70% di persone immuni a un’infezione ne impedisce la trasmissione anche al restante 30-40%. «Questo virus sa replicarsi in modo rapidissimo. Basta una distrazione e anche da un numero piccolo può nascere un focolaio grande».
Anche stimando che gli italiani entrati in contatto col virus siano 500 mila (inclusi gli asintomatici), la nostra popolazione resta pur sempre di 60 milioni. «Dobbiamo tenere ancora duro, abbassare la temperatura dell’epidemia, isolare e disinnescare le micce rimaste accese» spiega Rezza. «Per la riapertura, potremmo pensare alla strategia dello “stop and go” prevista da alcuni modellisti inglesi, alternando riaperture e nuove chiusure». In quella fase diventeranno utili i test sierologici, in grado di rivelare chi si è infettato e ha sviluppato gli anticorpi, pur senza sintomi. «Oggi – spiega Rezza – vediamo solo la parte emersa dell’iceberg della pandemia, cioè i malati con sintomi severi. Contare tutte le persone che hanno sviluppato immunità ci permetterà di stimare quanto è grande la porzione della foresta che resta da preservare».