Lino Banfi: "Se vogliamo un futuro dobbiamo salvare i vecchi"
di ARIANNA FINOS
L'attore racconta i giorni di isolamento in casa con la moglie, si dice "devastato" da quanto accaduto in alcune case di riposo, e rinnova l'appello in favore di tutti i "nonno Libero": "Un'intera generazione non è mai stata così a rischio"
Aggiornato alle 4 minuti di lettura
Lino Banfi, l’amato nonno Libero di Un medico in famiglia, 83 anni e una lunghissima carriera tra cinema e tv, sta spolverando lo studio della sua casa romana. Racconta al telefono: “Mia moglie mi dà le notizie dei morti. Non sta bene, è agli inizi di una malattia che non voglio nominare, prende le notizie e in numeri e li mette insieme come un film mixato male, mischia i dati e li accavalla, dice 'dobbiamo morire'. Delle volte metto la mascherina del comico sopra a quella per l’emergenza per cercare di farla sorridere. E mi viene spesso di fare lo spiritoso anche su cose serie, anche se rischio di passare per rincoglionito”.
Quando è stato nominato a rappresentare l’Italia all’Unesco, disse che il primo patrimonio da valorizzare erano i nonni.
“Il nostro paese è il buon esempio di anziani integrati, fondamentali nelle famiglie per aiutare, occuparsi dei nipoti, essere loro complici. Anche nelle piccole lez…
Lino Banfi, l’amato nonno Libero di Un medico in famiglia, 83 anni e una lunghissima carriera tra cinema e tv, sta spolverando lo studio della sua casa romana. Racconta al telefono: “Mia moglie mi dà le notizie dei morti. Non sta bene, è agli inizi di una malattia che non voglio nominare, prende le notizie e in numeri e li mette insieme come un film mixato male, mischia i dati e li accavalla, dice 'dobbiamo morire'. Delle volte metto la mascherina del comico sopra a quella per l’emergenza per cercare di farla sorridere. E mi viene spesso di fare lo spiritoso anche su cose serie, anche se rischio di passare per rincoglionito”.
Quando è stato nominato a rappresentare l’Italia all’Unesco, disse che il primo patrimonio da valorizzare erano i nonni.
“Il nostro paese è il buon esempio di anziani integrati, fondamentali nelle famiglie per aiutare, occuparsi dei nipoti, essere loro complici. Anche nelle piccole lezioni quotidiane. Mio nipote Pietro da ragazzino detestava le melanzane, allora io m’inventai che avremmo cucinato la parmigiana senza melanzane, schiacciammo le fette camuffandole e lui, felice, iniziò a mangiarla, apprezzandola moltissimo. Oggi sono devastato nel vedere cosa è successo nelle cliniche e nelle case di riposo, la strage del coronavirus, addirittura ho sentito che c’è la registrazione di qualcuno di una struttura nella bergamasca che dice 'così ce li togliamo dalle palle'. Mi pare una cosa di una violenza mostruosa. Le inchieste devono andare fino in fondo, le condanne devono essere esemplari".
Oggi pensiamo al futuro, al rilancio. Cosa succederà agli anziani che saranno sopravvissuti a tutta questa angoscia?
“Innanzitutto, vorrei che oggi gli anziani fossero assistiti a casa, che a chi ha bisogno di un sussidio fossero consegnati i soldi in contanti, non affogandoli nella burocrazia. E, quando si ricomincerà a vivere, vorrei che gli anziani potessero farlo in modo degno. Vorrei rilanciare l’iniziativa che avevo proposto un anno fa all’Unesco e spero di farlo ancora: tutti i nonni, ultraottantenni, devono poter avere treno e bus gratis, forti sconti su teatro, cinema, tv. Un’intera generazione non è mai stata così a rischio: prendiamoci cura dei vecchi se vogliamo salvare il mondo”.
So che lei in questo periodo scrive molte poesie.
“Stamattina ne ho scritta una, piena ancora di cancellature, 'diamoci appuntamento ogni notte a mezzanotte, apriamo il balcone su ogni parte del continente, e stiamo zitti, senza dirci niente'. E ne ho una sulle fontane, sul rumore delle fontane famose di Roma, stupende e conosciute in tutto l’universo, piazza Navona, in piazza Esedra, piazza di Spagna, Fontana di Trevi, non l’avevamo mai sentito perché in migliaia sempre cantavano, urlavano, facevano foto, non ci facevano sentire il rumore. Oggi i questo silenzio della Caput mundi si sente solo il rumore delle fontane. Io non sono romano, ma è come se lo fossi, da sessant’anni vivo qui. Quel rumore sono miliardi di gocce a cascata nelle fontane, sono le lacrime della Caput Mundi. Io cerco di essere allegro, per sdrammatizzare le cose, ma anche le cose tristi, se fatte con sentimento, le devi dire. Inutile non dire che sono triste”.
L’emergenza è stata paragonata alla Guerra mondiale, che lei da ragazzino ha conosciuto.
“A nove anni, ricordo, sentivamo le sirene e correvamo, gli zii e mio padre mi mettevano sulla bici o correvamo non ai ricoveri ma nella campagna, nell’orto enorme di mio padre, che dava verdura a tutto il paese. In quest’orto affluivano tutte le acque sporche del paese, che nutrivano benissimo sedani finocchi e ravanelli, però contenevano quel che contenevano. E giocando vicino a queste acque sporche a nove anni presi il tifo, il paratifo, la malaria e l’epatite virale. Stavo morendo. Ricordo il barbiere che veniva con un barattolino di sanguisughe e me le metteva sul petto, le sentivo assorbire il sangue. Non so come mi sono salvato. A casa mi dicono che sognai la Madonna col bambino in braccio, io non ricordo onestamente... ho solo qualche fotogramma sbiadito, ma mi salvai. Scherzosamente dico che il padreterno mi ha preso per i capelli, allora ne avevo tanti, e mi salvai. Ho avuto anticorpi e come ambasciatore Unicef per vent’anni sono andato in Eritrea, Angola, Bangladesh con decine di vaccinazioni. Se posso paragonare quel che succede alla guerra devo dire che ho molti anticorpi e forse me la caverò”.
Si è ritrovato a rovistare tra i ricordi in questi giorni?
“Per rendermi utile sto spolverando i quadretti, le onorificenze, i riconoscimenti nel mio studio. Mi è tornata tra le mani la lettera che mi scrisse Federico Fellini il 16 ottobre del 1991: 'Caro Lino, ti scrivo a macchina perché la mia calligrafia fa venire i nervi anche a me e spessissimo stento a decifrare quel che ho scritto'. Aveva letto un mio libro che parlava dell’avanspettacolo, che amava molto, 'oltre agli episodi, ai personaggi e alle atmosfere che tu piacevolmente descrivi, ho apprezzato soprattutto il sentimento di modestia che hai, di autoironia e tenerezza con i quali ti racconti. Insomma, caro Lino, mi hai offerto un’altra prova della tua simpatia umana. Dovrebbe capitare una volta o l’altra che ci si trovi un’occasione di lavoro, io e te. Da parte mia me lo auguro'. Per me questa lettera è come un David di Donatello”.
Banfi con Milena Vukotic in 'Un medico in famiglia'
So che le piacerebbe, come a molti, che il suo nonno Libero tornasse in tv, magari con le repliche, a far compagnia alle famiglie in questi giorni. In realtà aveva anche un progetto per un’ultima stagione.
“Addirittura avevo suggerito, insieme con gli altri protagonisti, una serie ridotta, non 13 ma 6 puntate. Avevo un’idea di storia: d’accordo con mia nipote Annuccia, Eleonora Cadeddu, e con mia moglie Enrica, Milena Vukotic: voglio rivedere i figli sparsi a Parigi, parenti e nipoti, voglio ritrovare la famiglia Martini. Facciamo finta che io muoio, voi date la notizia, 'nonno Libero non c’è più', tutti corrono a Roma e io mi alzo dal letto ed esclamo 'tiè, pensavate eh? Invece sto benissimo'. Un po’ Filumena Marturano. Sarebbe stata una bella cosa, l’idea è piaciuta ma poi non si è fatta. Forse ci sono fin troppe fiction già in cantiere…però si fa sempre in tempo a farla. Mi piacerebbe tanto. A proposito, invece di repliche c’è un pezzo che mi piacerebbe rivedere in tv che hanno passato una volta su Techetecheté”.
Quale?
“Io, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia facemmo un bel numero a tre durante un programma con la regia di Boncompagni. Eravamo tre suonatori bizzarri, io avevo in mano uno schiaccianoci e dicevo ogni tanto delle parole strane, con un russo inventato, finivo le frasi con 'Tchaikovsky' e schiacciavo la noce. Era lo Schiaccianoci. Ciccio, alto e magro, suonava il contrabbasso, Franco suonava il piano, sbagliava la musica. Tutte gag mute, cominciammo per fare due minuti, ne durò otto. Tutt’intorno macchinisti e troupe ridevano come matti. Finita appunto quella che era la prova costume, chiedemmo 'è piaciuta?, e Boncompagni rispose: 'ma quale prova, ho registrato tutto, questo va in onda'. Ebbe un grande successo e mi hanno detto che molte scuole di recitazione la usano come lezione di improvvisazione. Un’altra cosa che mi ha fatto piacere è che il mio film Vieni avanti cretino, in un grande ospedale croato in cui curano malati di Alzeheimer e Parkinson, con i volti immobili, non muovono i muscoli facciali, usano questo film come terapia perché a forza di ridere durante il film alla fine muovono i muscoli facciali ed è come se avessero preso un paio di medicine. Questo mi riempie di gioia”.