Coronavirus, la Grande Malata: a Milano morti raddoppiate. Rsa lombarde, 7 mila contagi
Brunella Giovara , Alessandra Corica , di ALESSANDRA CORICA e BRUNELLA GIOVARANel capoluogo tremila decessi a marzo e aprile: l’anno scorso furono la metà. Arcuri: “Peggio delle bombe della Seconda guerra mondiale”
MILANO - Nella regione che vuole ripartire a tutti i costi, con le 4 D proclamate dal governatore Fontana (dispositivi, diagnosi, digitale, distanza), e nella Milano che vuole ripartire, con il sindaco Sala che dice «abbiamo un mare di problemi davanti a noi. ma è chiaro che dobbiamo risolverli», le cose non vanno tanto bene. Anzi, vanno piuttosto male. Bastano le cifre: 15.546 contagi, a Milano e provincia, 2.433 morti certificati per coronavirus. Ieri un altro numero: 7.252 malati accertati nelle case di riposo lombarde, 2.273 in quelle di Milano e provincia, che è quella ora messa peggio, persino rispetto a Bergamo, con i suoi 10.629 contagiati.
Solo nel Comune di Milano, finora, i casi accertati da febbraio a ieri sera sono stati 6.421, ma il grosso è il sommerso, «il numero vero dei contagi non lo conosciamo», conferma Carlo La Vecchia, epidemiologo alla Statale, «perché oltre ai dati ufficiali, legati agli ingressi in os…
Solo nel Comune di Milano, finora, i casi accertati da febbraio a ieri sera sono stati 6.421, ma il grosso è il sommerso, «il numero vero dei contagi non lo conosciamo», conferma Carlo La Vecchia, epidemiologo alla Statale, «perché oltre ai dati ufficiali, legati agli ingressi in os…
MILANO - Nella regione che vuole ripartire a tutti i costi, con le 4 D proclamate dal governatore Fontana (dispositivi, diagnosi, digitale, distanza), e nella Milano che vuole ripartire, con il sindaco Sala che dice «abbiamo un mare di problemi davanti a noi. ma è chiaro che dobbiamo risolverli», le cose non vanno tanto bene. Anzi, vanno piuttosto male. Bastano le cifre: 15.546 contagi, a Milano e provincia, 2.433 morti certificati per coronavirus. Ieri un altro numero: 7.252 malati accertati nelle case di riposo lombarde, 2.273 in quelle di Milano e provincia, che è quella ora messa peggio, persino rispetto a Bergamo, con i suoi 10.629 contagiati.
Solo nel Comune di Milano, finora, i casi accertati da febbraio a ieri sera sono stati 6.421, ma il grosso è il sommerso, «il numero vero dei contagi non lo conosciamo», conferma Carlo La Vecchia, epidemiologo alla Statale, «perché oltre ai dati ufficiali, legati agli ingressi in ospedale, ci sono tutti i malati che restano a casa». Quanti? La settimana scorsa i medici di medicina generale dell’Ats di Milano hanno segnalato 12 mila casi, gente che ha i sintomi del Covid, ma non è mai stata sottoposta al tampone (in quanto non ricoverata), quindi non rientra nella conta ufficiale. I “sommersi”, appunto, che non si sa neanche quando potranno uscire dalla loro clausura casalinga, non avendo avuto una diagnosi certificata dal tampone. Perciò, per evitare che escano, la Regione nei giorni scorsi ha allungato la quarantena, da 14 a 28 giorni, questa è stata la soluzione.
Milano resta una città con la febbre, non la solita di fare lavorare correre, ma quella misurata tre volte al giorno e comunicata a medici di base stressati, che tengono sotto controllo migliaia di persone pregando che non si aggravino. Ieri Domenico Arcuri, commissario per l’emergenza coronavirus, ha citato i bombardamenti della seconda guerra mondiale, «tra l’11 giugno 1940 e il 1° maggio 1945 a Milano sono morti 2mila civili, in 5 anni; in due mesi in Lombardia per il coronavirus sono morti 11.851 civili, 5 volte di più». Lo ha definito «un riferimento numerico clamoroso».
Secondo l’anagrafe del Comune, a marzo e nei primi dieci giorni di aprile si è arrivati a 2.955 decessi, quando l’anno scorso erano stati 1.576, 1.379 in più, un’enormità in tempo di pace. «Una grande tragedia, non l’abbiamo ancora sconfitta» (sempre Arcuri).
«Non c’è stato quel calo consistente che ci attendavamo, anche sulla base di quanto accaduto in Cina — dice La Vecchia — non è successo a Milano e nemmeno in Lombardia, probabilmente perché in Cina il focolaio grosso è stato solo Wuhan, qui invece diversi, che si sono attivati uno dopo l’altro». Oltre un mese di fermo — a Milano le attività produttive sono state bloccate tra l’8 e il 12 marzo — quindi «i casi che stiamo vedendo adesso sono il risultato di contagi che non sono legati agli ambienti lavorativi, quanto a quelli familiari, agli ambienti ospedalieri e alle Rsa». Ma il blocco e la clausura forzata sono serviti a «salvare la città», dice Guido Bertolini, epidemiologo del Mario Negri, «assieme al fatto che pochi pazienti delle zone rosse sono stati trasferiti a Milano. Non c’è stato nessun focolaio, o sarebbe stato un disastro epocale», e poi bisogna spiegare che «questo è un virus strano, e geniale: a molti non fa molti danni, e questo gli consente di circolare, a differenza di Ebola, che uccide l’ospite e in questo modo uccide se stesso».
Il problema è «nel numero enorme delle persone coinvolte, un numero incredibilmente grande. E noi non abbiamo una memoria immunitaria, questo è un virus inedito». Bertolini pensa che nessuna organizzazione avrebbe potuto reggere all’ondata d’urto che ha travolto aree come quelle di Lodi, Bergamo, Brescia, Crema. «Nessuno avrebbe potuto gestire meglio quell’emergenza», neanche Milano, che pure sta scontando una seconda ondata, meno forte delle prime.
Eppure, uno come Andrea Gori, primario di malattie infettive al Policlinico, dice che «già da una decina di giorni la situazione in città è migliorata: noi siamo l’ospedale nel cuore di Milano, e adesso la pressione sul pronto soccorso è nettamente diminuita. Ci sono nuovi accessi di pazienti con patologie che nulla hanno a che fare con il Covid…», finalmente, il che è confortante, prima all’ospedale non si andava proprio, se non per casi gravissimi. Il ritorno alla normalità sarà lentissimo, questo è sicuro, «la situazione deve ancora stabilizzarsi, e comunque non si deve abbassare la guardia, visto che la ripresa dovrà avvenire con consapevolezza, cautela e gradualità», e nell’incertezza «l’unico dato certo è quello dei decessi», secondo La Vecchia, «e quello, tanto in Lombardia e a Milano, quanto nel resto d’Italia, da una decina di giorni è costante: non aumenta, insomma, ma neanche diminuisce».
Solo nel Comune di Milano, finora, i casi accertati da febbraio a ieri sera sono stati 6.421, ma il grosso è il sommerso, «il numero vero dei contagi non lo conosciamo», conferma Carlo La Vecchia, epidemiologo alla Statale, «perché oltre ai dati ufficiali, legati agli ingressi in ospedale, ci sono tutti i malati che restano a casa». Quanti? La settimana scorsa i medici di medicina generale dell’Ats di Milano hanno segnalato 12 mila casi, gente che ha i sintomi del Covid, ma non è mai stata sottoposta al tampone (in quanto non ricoverata), quindi non rientra nella conta ufficiale. I “sommersi”, appunto, che non si sa neanche quando potranno uscire dalla loro clausura casalinga, non avendo avuto una diagnosi certificata dal tampone. Perciò, per evitare che escano, la Regione nei giorni scorsi ha allungato la quarantena, da 14 a 28 giorni, questa è stata la soluzione.
Milano resta una città con la febbre, non la solita di fare lavorare correre, ma quella misurata tre volte al giorno e comunicata a medici di base stressati, che tengono sotto controllo migliaia di persone pregando che non si aggravino. Ieri Domenico Arcuri, commissario per l’emergenza coronavirus, ha citato i bombardamenti della seconda guerra mondiale, «tra l’11 giugno 1940 e il 1° maggio 1945 a Milano sono morti 2mila civili, in 5 anni; in due mesi in Lombardia per il coronavirus sono morti 11.851 civili, 5 volte di più». Lo ha definito «un riferimento numerico clamoroso».
Secondo l’anagrafe del Comune, a marzo e nei primi dieci giorni di aprile si è arrivati a 2.955 decessi, quando l’anno scorso erano stati 1.576, 1.379 in più, un’enormità in tempo di pace. «Una grande tragedia, non l’abbiamo ancora sconfitta» (sempre Arcuri).
«Non c’è stato quel calo consistente che ci attendavamo, anche sulla base di quanto accaduto in Cina — dice La Vecchia — non è successo a Milano e nemmeno in Lombardia, probabilmente perché in Cina il focolaio grosso è stato solo Wuhan, qui invece diversi, che si sono attivati uno dopo l’altro». Oltre un mese di fermo — a Milano le attività produttive sono state bloccate tra l’8 e il 12 marzo — quindi «i casi che stiamo vedendo adesso sono il risultato di contagi che non sono legati agli ambienti lavorativi, quanto a quelli familiari, agli ambienti ospedalieri e alle Rsa». Ma il blocco e la clausura forzata sono serviti a «salvare la città», dice Guido Bertolini, epidemiologo del Mario Negri, «assieme al fatto che pochi pazienti delle zone rosse sono stati trasferiti a Milano. Non c’è stato nessun focolaio, o sarebbe stato un disastro epocale», e poi bisogna spiegare che «questo è un virus strano, e geniale: a molti non fa molti danni, e questo gli consente di circolare, a differenza di Ebola, che uccide l’ospite e in questo modo uccide se stesso».
Il problema è «nel numero enorme delle persone coinvolte, un numero incredibilmente grande. E noi non abbiamo una memoria immunitaria, questo è un virus inedito». Bertolini pensa che nessuna organizzazione avrebbe potuto reggere all’ondata d’urto che ha travolto aree come quelle di Lodi, Bergamo, Brescia, Crema. «Nessuno avrebbe potuto gestire meglio quell’emergenza», neanche Milano, che pure sta scontando una seconda ondata, meno forte delle prime.
Eppure, uno come Andrea Gori, primario di malattie infettive al Policlinico, dice che «già da una decina di giorni la situazione in città è migliorata: noi siamo l’ospedale nel cuore di Milano, e adesso la pressione sul pronto soccorso è nettamente diminuita. Ci sono nuovi accessi di pazienti con patologie che nulla hanno a che fare con il Covid…», finalmente, il che è confortante, prima all’ospedale non si andava proprio, se non per casi gravissimi. Il ritorno alla normalità sarà lentissimo, questo è sicuro, «la situazione deve ancora stabilizzarsi, e comunque non si deve abbassare la guardia, visto che la ripresa dovrà avvenire con consapevolezza, cautela e gradualità», e nell’incertezza «l’unico dato certo è quello dei decessi», secondo La Vecchia, «e quello, tanto in Lombardia e a Milano, quanto nel resto d’Italia, da una decina di giorni è costante: non aumenta, insomma, ma neanche diminuisce».