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Rezza (Iss): “Due mesi dopo il Paese sta molto meglio, ma l’attenzione resti alta

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Intervista a Gianni Rezza, 65 anni, epidemiologo e dirigente dell’Istituto superiore di sanità  
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ROMA - "Due mesi dopo quel 20 febbraio, l’Italia sta decisamente meglio". Gianni Rezza, epidemiologo e direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, ha trascorso gli ultimi sessanta giorni in prima linea. E oggi fa un bilancio, doloroso ma positivo.

Professore, come ricorda quei giorni di fine febbraio?
"Ci sono stati i primi casi, ma il virus circolava in Italia da metà gennaio, forse ancora prima. La situazione si è fatta subito pesante, con gli 11 Comuni del Lodigiano dichiarati zona rossa. Ma purtroppo i buoi erano già usciti dalla stalla. Pensavamo di poter controllare il virus, invece ci siamo ritrovati l’epidemia in casa".

E due mesi dopo come sta l’Italia?
"Decisamente meglio. Lo dicono tutti gli indicatori: diminuiscono i nuovi casi, c’è meno pressione sugli ospedali e il famoso R0, l’indice di contagio, che nelle prime fasi dell’epidemia …
ROMA - "Due mesi dopo quel 20 febbraio, l’Italia sta decisamente meglio". Gianni Rezza, epidemiologo e direttore del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, ha trascorso gli ultimi sessanta giorni in prima linea. E oggi fa un bilancio, doloroso ma positivo.

Professore, come ricorda quei giorni di fine febbraio?
"Ci sono stati i primi casi, ma il virus circolava in Italia da metà gennaio, forse ancora prima. La situazione si è fatta subito pesante, con gli 11 Comuni del Lodigiano dichiarati zona rossa. Ma purtroppo i buoi erano già usciti dalla stalla. Pensavamo di poter controllare il virus, invece ci siamo ritrovati l’epidemia in casa".

E due mesi dopo come sta l’Italia?
"Decisamente meglio. Lo dicono tutti gli indicatori: diminuiscono i nuovi casi, c’è meno pressione sugli ospedali e il famoso R0, l’indice di contagio, che nelle prime fasi dell’epidemia era superiore a 3 (ogni infetto contagiava in media più di tre persone, ndr) oggi è di poco inferiore a uno".

Nel frattempo ci sono stati 180mila contagiati e 23mila morti, che fanno del nostro uno dei Paesi più colpiti. Perché?
"Sfortuna ha voluto che l’epidemia esplodesse nella fase di picco influenzale: chi aveva il virus ma con sintomi lievi è stato scambiato per un malato d’influenza, solo i casi più gravi hanno fatto scattare l’allarme. Questo ritardo ha dato il tempo al Covid 19 di diffondersi. E poi nell’esito della battaglia ha contato l’impostazione dei Servizi sanitari nazionali, molti dei quali, anche a causa dei tagli alla sanità, erano impreparati".

Lo hanno scritto i medici del Giovanni XXIII di Bergamo: negli ospedali moderni non sappiamo come affrontare un’epidemia. È a questo che si riferisce?
"Esatto. A eccezione della Germania, che ha un sistema sanitario in cui l’offerta supera la domanda, tutti i Paesi occidentali stanno avendo le stesse difficoltà. In Asia sono stati più efficienti, o perché, come la Cina, hanno messo in atto quarantene estreme, o perché, come in Corea del Sud, scottati dall’esperienza della Sars e della Mers, si erano preparati sul piano medico e tecnologico. L’Italia ha avuto gli stessi problemi dei Paesi vicini, ma la sfortuna di essere stata colpita per prima".

Nel nostro Paese però il virus ha colpito in modo molto diverso: dalla martoriata Lombardia e regioni meridionali quasi risparmiate.
"È la dimostrazione che le misure di distanziamento hanno funzionato. Come dicevo, quando sono state istituite le zone rosse nel Lodigiano i buoi erano già scappati, e infatti abbiamo avuti molti casi in Emilia, Toscana, Marche. Ma il lockdown ha protetto il Centro-sud e ha fatto scendere la trasmissione del virus anche al Nord. Se oggi l’Italia sta meglio è proprio per queste misure adottate. Certo, ci sono state falle: i focolai familiari, ma soprattutto quelli scoppiati negli ospedali e nelle Rsa con un altissimo tributo di morti, anche tra i medici".

Da studioso, cosa ha imparato?
"Che, nonostante tutto, il coronavirus si può battere. È molto insidioso, perché si trasmette facilmente con l’aerosol e la sua massima contagiosità si ha prima della comparsa dei sintomi. Eppure, con un rigoroso contenimento si può contenerne la diffusione. Il problema è che il distanziamento sociale non è un provvedimento indolore, ha costi psicologici ed economici. Non vorrei parlare dei lati positivi, perché è impossibile farlo avendo in mente le drammatiche immagini dei camion militari che portano via le salme da Bergamo, eppure in questa emergenza stiamo scoprendo che alcune cose di cui si parlava da anni si possono fare davvero: mi riferisco per esempio al telelavoro e alle teleconferenze, che ormai sono diventate la norma".

Agli italiani che aspettano la fase due con un misto di preoccupazione ed entusiasmo cosa si sente di dire?
"Che è giusto voler tornare alla normalità, soprattutto per chi sta soffrendo economicamente. Però è anche giusto continuare a essere preoccupati. Abbiamo fatto molti progressi, abbiamo più posti nelle terapie intensive, si fanno più tamponi, ma d’ora in poi occorre agire sul territorio per identificare tempestivamente qualsiasi focolaio, perché il virus continuerà a circolare".

L’Italia è attrezzata per farlo?
"Non lo so. Ma sono sicuro che si farà uno sforzo in questo senso. Magari irrobustendo con nuove forze la medicina territoriale".