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Il borgo di Colletta di Castelbianco, in provincia di Savona (Credits: Colletta.it) 

Cucinella: "Riscopriamo i borghi, ma per vivere meglio va ripensata la città"

Qualità dell'aria, smart working, socialità. Mario Cucinella spiega: "Nel post-covid la strategia del cambiamento passa attraverso l’architettura"
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“Le metropoli sono state coltivate come un sogno dagli architetti e oggi si rivelano un incubo, con i problemi legati alla pandemia. Scopriamo però in questo modo che l’Italia è fatta di una grande rete di città molto prossime e questa struttura dovrebbe essere al centro di un progetto, architettonico e infrastrutturale. I piccoli borghi non sono il rifugio di cittadini che fuggono spaventati dal coronavirus, i milanesi non andranno in massa a vivere a Urbino. Ma possono diventare oggetto di una strategia nazionale”. Mario Cucinella interviene sul tema sollevato da Stefano Boeri, che dalle pagine di Repubblica ha indicato nei borghi la strada del futuro post-epidemia.

L’architetto nel 2018 ha curato per il Padiglione Italia alla Biennale di Architettura il progetto Arcipelago Italia, dedicato ai territori “lontani dalle grandi aree urbane ma detentori di un patrimonio culturale inestimabile”. Una ricerca inconsueta, in un mondo…
“Le metropoli sono state coltivate come un sogno dagli architetti e oggi si rivelano un incubo, con i problemi legati alla pandemia. Scopriamo però in questo modo che l’Italia è fatta di una grande rete di città molto prossime e questa struttura dovrebbe essere al centro di un progetto, architettonico e infrastrutturale. I piccoli borghi non sono il rifugio di cittadini che fuggono spaventati dal coronavirus, i milanesi non andranno in massa a vivere a Urbino. Ma possono diventare oggetto di una strategia nazionale”. Mario Cucinella interviene sul tema sollevato da Stefano Boeri, che dalle pagine di Repubblica ha indicato nei borghi la strada del futuro post-epidemia.

L’architetto nel 2018 ha curato per il Padiglione Italia alla Biennale di Architettura il progetto Arcipelago Italia, dedicato ai territori “lontani dalle grandi aree urbane ma detentori di un patrimonio culturale inestimabile”. Una ricerca inconsueta, in un mondo come quello dell’architettura dominato dai “gesti” spettacolari che si traducono in grandi edifici. E che invece si è rivelata profetica.

Architetto Cucinella, il virus ci ha aperto gli occhi sulle fragilità delle metropoli oppure le grandi città avevano comunque le ore contate secondo lei?
“La grande maggioranza delle persone sul pianeta vive in una città, tutti gli architetti negli ultimi anni hanno creduto nel futuro delle metropoli. Poi abbiamo scoperto che sono il luogo della diseguaglianza. Tanta gente a Shanghai o a Città del Messico vive molto male, per cui io credo che la crisi della metropoli fosse già alle porte”.

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Adesso i piccoli borghi possono avere una “seconda chance”, secondo lei?
“Fino a due mesi fa, nella nostra concezione di abitanti di città, New York era più vicina di Gubbio. Nel senso che era più facile raggiungerla. Le Hawaii erano più accessibili di Orgosolo. Adesso un piccolissimo virus ha portato un cambiamento radicale. Scopriremo nel prossimo anno i territori di prossimità, perché faremo più fatica a muoverci. Vedremo luoghi bellissimi, ma molto più vicini. A me è successo. Negli ultimi anni ho visto San Sepolcro, dove è nato Piero della Francesca e ho scoperto che lì lo chiamano semplicemente “Piero”. A Camerino ho visto la tela del Tiepolo più a sud d’Italia. Noi abbiamo questo: la più grande cultura d’occidente è nata in luoghi che adesso dobbiamo valorizzare”.

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Rinunciare alle città è davvero così semplice?
“No, ci vuole una visione progettuale, altrimenti resta solo poesia. Servono le infrastrutture, prima di tutto telematiche, perché lo smart working si fa solo con la banda larga. Poi servono colonnine elettriche per le macchine ecologiche. Scuole e case belle e moderne. Le più belle di tutte. Così le aree interne possono vincere una partita di prossimità, la strategia del cambiamento passa attraverso l’architettura. Perché bisogna costruire una struttura della contemporaneità. Ma i borghi ce la faranno se cambiano i nostri parametri”.

Devono cambiare le nostre priorità, perché possiamo sentirci a nostro agio a vivere lontano dalle metropoli?
“Tutte le cose che la città ha negato ai suoi abitanti, sono diventate importanti in 50 giorni di lockdown. Respirare aria pulita, conoscersi e aiutarsi gli con gli altri, stare bene insieme. In città c’è anche una grande solitudine, oltre all’inquinamento. I borghi del resto nascono così, per riunirsi e difendersi dai pericoli della natura circostante. Adesso pensiamo all’esperimento del primo borgo telematico, Colletta di Castelbianco realizzato dall’architetto Giancarlo De Carlo. I territori interni possono avere un grande riscatto. Anche perché tutti abbiamo avuto l’occasione di cambiare i nostri ritmi”.

Poche settimane sono bastate a cambiarci in modo profondo?
“Avevamo una fiducia cieca nella tecnologia, in una corsa perenne senza un chiaro obiettivo. Credevamo di essere invincibili, è bastato un minuscolo virus a metterci tutti al tappeto. Il tema che si apre è quello di una prospettiva diversa ma nei territori vanno portate progettualità non chiacchiere. Adesso abbiamo capito che con l’aria pulita si vive meglio, ma da lì a trasferirci nei borghi il passo è enorme. Il ritardo sulle aree interne, che scontano ad esempio i sindaci delle aree del terremoto, è dovuto al fatto che non si è investito. Non affezioniamoci all’idea in maniera teorica, serve una progettualità. Ma è tutto molto complicato in un Paese che dice le cose ma non le fa”.