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Un mercato del quartiere di Eminonu a Istanbul (reuters)

La Turchia e le morti invisibili da coronavirus

Il numero di decessi è in netto rialzo rispetto agli anni passati, ma solo una percentuale ridottissima viene attribuita al Covid 19. Lo stesso avviene in altri regimi autoritari e in Paesi governati da leader populisti
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I ricercatori li chiamano “i morti invisibili”. Oppure, quelli “mancanti”. Non figurano difatti sui dati ufficiali, nelle carte con i timbri, tra le stime approvate dagli uffici dei ministeri. Però ad esempio a Istanbul, la città più colpita in Turchia dal virus, le morti per semplice “polmonite”, non classificate con la sigla Covid 19 come causa, si sono stranamente triplicate rispetto al 2019. Com’è possibile?
 
Il dipartimento della Salute, guidato dall’energico ministro Fahrettin Koca, un medico incaricato da Recep Tayyip Erdogan nemmeno due anni fa e ora divenuto una star per le quotidiane conferenze stampa fatte nel periodo peggiore della crisi, i morti risultano poco più di 3400. Eppure i contagiati sono oltre 125 mila, con la Turchia che, a leggere le tabelle internazionali, è l’8° Paese al mondo tra i più infettati.
 
Secondo alcuni siti creati di recente in …
I ricercatori li chiamano “i morti invisibili”. Oppure, quelli “mancanti”. Non figurano difatti sui dati ufficiali, nelle carte con i timbri, tra le stime approvate dagli uffici dei ministeri. Però ad esempio a Istanbul, la città più colpita in Turchia dal virus, le morti per semplice “polmonite”, non classificate con la sigla Covid 19 come causa, si sono stranamente triplicate rispetto al 2019. Com’è possibile?
 
Il dipartimento della Salute, guidato dall’energico ministro Fahrettin Koca, un medico incaricato da Recep Tayyip Erdogan nemmeno due anni fa e ora divenuto una star per le quotidiane conferenze stampa fatte nel periodo peggiore della crisi, i morti risultano poco più di 3400. Eppure i contagiati sono oltre 125 mila, con la Turchia che, a leggere le tabelle internazionali, è l’8° Paese al mondo tra i più infettati.
 
Secondo alcuni siti creati di recente in Europa da alcuni epidemiologi, come EuroMomo, guidato da scienziati soprattutto danesi ma con partner in tutto il mondo occidentale, Italia compresa, ci sono Paesi autoritari che oggi nascondono i dati veri della pandemia. Lo fanno, ovviamente, per motivi politici. In Turchia, i morti invisibili di coronavirus sarebbero in realtà svariate migliaia in più. Con Ankara che invece minimizza l’impatto dell’epidemia, molto più duro però rispetto a quel che viene presentato.
 
C’è però l’Associazione dei medici turchi (Ttb), organismo indipendente, che da settimane batte sulla sproporzione fra il numero attuale dei decessi e l’aumento esponenziale dei casi nel mese di aprile. Per l’Associazione, che si è scontrata più volte con il governo Erdogan da metà marzo, da quando cioè il ministero della Salute ha infine dovuto ammettere i primi decessi dopo che l’incauto Koca aveva proclamato la Turchia “Paese indenne dal virus”, un certo numero di pazienti è stato classificato come “deceduti per polmonite”, oppure “per altra patologia”, ma comunque non di Covid 19 nonostante i risultati clinici confermassero questa diagnosi. Anche i registri pubblici di Istanbul, confrontati storicamente con gli anni passati, danno nel 2020 un balzo in avanti troppo evidente sul numero dei morti rispetto agli anni passati.
 
Se fosse così, e basta tornare a guardare le tabelle mondiali sul numero dei contagiati, la Turchia potrebbe allora risuperare la Russia da cui è stata appena sopravanzata al 7° posto, e avvicinarsi pericolosamente a Francia, Germania e Inghilterra, dunque subito dietro l’Italia (terza al mondo dopo Usa e Spagna). Il ministero della Salute turco si difende, rispetto ai dati e alle critiche avanzate, parlando di depistaggio.
 
Il caso non riguarda solo la Turchia ma, nelle ricerche effettuate dai centri specializzati, diversi regimi autoritari (e Paesi governati da leader populisti) nel mondo, dal Brasile all’Indonesia, dal Messico alla Cina, dalla Russia all’Iran. Ed è soprattutto in Medio Oriente che il controllo dei dati risulta complicato, comprensibilmente per motivi diversi. La Siria dilaniata dal conflitto, in particolare, appare del tutto impreparata, come rileva la London School of Economics, all’impatto del virus. Qui i morti per semplice “infezione polmonare” appaiono decine, con i servizi segreti che intimano ai medici di seppellire i cadaveri in fretta e di non alzare polveroni con i giornali. Alla data del 4 maggio il bilancio dato da Damasco è di soli 44 infetti. Nello Yemen in guerra, appena 7 contagiati.
 
Scrive EuroMomo nel suo ultimo bollettino: “Le stime congiunte del nostro network continuano a mostrare un marcato aumento della mortalità. Questo eccesso riguarda soprattutto alcuni Paesi”. In Turchia media e opposizione escono ora allo scoperto, accusano il governo di nascondere le stime reali e parlano di vittime nascoste. Già ai primi di marzo le statistiche sui decessi registrati nella metropoli sul Bosforo si mostravano, rispetto al 2019, più alte della media storica, segno che la pandemia era arrivata nonostante le autorità la negassero. L’Associazione medica turca, che oggi rappresenta l’80 per cento dei professionisti del settore e conta 24 vittime fra i suoi colleghi nel periodo del virus, ha presentato al ministro Koca 22 domande, chiedendo dati certi, la demografia dei contagiati, e dettagli sul numero dei lavoratori ammalati. Non ha ricevuto nessuna risposta. In una dichiarazione ufficiale, l’organismo ha denunciato che il ministero identifica un certo numero di morti tra i pazienti non testati come positivi al Covid-19, nonostante i dati clinici ne sostengano invece la diagnosi, ma li classifichino con la dicitura “polmonite virale” oppure “morte per cause naturali”. E commenta: “Ci sono domande incombenti sulla valutazione della pandemia di Covid-19 della Turchia attraverso i rapporti sulla mortalità. I numeri di decessi annunciati negli ultimi giorni non sono correlati alle distribuzioni epidemiologiche”. Il governo sostiene che i guariti stanno aumentando. Ma anche sul numero di vittime che, negli ultimi giorni, il ministero dà in calo, i medici turchi indipendenti affermano: “Non esiste alcun parallelo tra i numeri dei casi confermati e il numero di decessi. Certamente, è visto con favore il fatto che non vi sia un aumento del numero di morti. Ma è degno di nota che questa traiettoria non segue il modello di altri Paesi”.
 
Ora il Comitato scientifico istituito appositamente per gestire l'emergenza coronavirus a Istanbul ha consigliato al governo del presidente Recep Tayyip Erdogan di applicare una chiusura totale di 11 giorni, fra il 16 e il 26 maggio, in modo da includere anche le celebrazioni per la fine del Ramadan, prevista il giorno 23. I timori riguardano una città abitata da più di 20 milioni di persone, dove si è concentrato il 66% dei 125 mila casi di infettati. Il parere passa adesso al vaglio del governo, che appare però deciso a mantenere comunque le misure di prevenzione fin qui adottate, anche per non compromettere un’economia già disastrata.
 
A quasi due mesi dal primo caso registrato di Covid 19, Ankara comincia a pianificare un ritorno alla "normalità" da giugno. Il Paese esce da quattro fine settimana consecutivi di vero coprifuoco, chiesto espressamente da Erdogan. Il leader ha anticipato una nuova estensione del “lockdown” per tutti gli altri week end di maggio, senza bloccare le attività nei giorni feriali, Ankara vuole la ripartenza soprattutto per dare respiro alla sua economia più volte collassata, e su cui l'emergenza sanitaria ha inciso pesantemente. A giugno dovrebbe riprendere anche il turismo, con la riapertura di hotel, musei ed eventi culturali. I voli interni restano intanto bloccati. La Turkish Airlines, la compagnia di bandiera nota per volare di più al mondo con scali in tutto il pianeta, ha i suoi viaggi internazionali sospesi fino al 28 maggio.