Fase due: coiffeur, canederli e bar. Bolzano città riaperta
Giampaolo Visetti , dal nostro inviato GIAMPAOLO VISETTILa regione punta ad attrarre il turismo austriaco e tedesco per l'estate. "Dovevamo farlo, è l'unico modo per andare avanti e lavoriamo in perdita. Ma con queste regole non resistiamo"
BOLZANO - "Siamo aperti: in Alto Adige la vita è ripartita". Roland Margesin, direttore generale dello storico hotel Laurin di Bolzano, sintetizza il senso dello strappo con Roma sulla fine del lockdown. "Da oggi si lavora in perdita - dice - ma in Italia e nel resto d'Europa almeno sanno che qui abbiamo ricominciato, al top della sicurezza. L'investimento è essere i primi a farlo, battere la pista per tutti".
Lunedì mattina: messa in piega, shopping, canederli e caffè. Dopo due mesi riapre il primo pezzo del Paese, nel Nord estremo di cultura tedesca.
Riaccendono le luci bar, ristoranti, parrucchieri, saloni di bellezza, musei e anche i negozi che sabato avevano rinunciato al debutto. Alberghi e funivie lo faranno tra due settimane.
Valeva la pena, il braccio di ferro sull'impatto del virus tra l'Obmann Arnold Kompatscher e il ministro delle Regioni Francesco Boccia? La risposta corale, in attesa della sospensiva, qui…
Lunedì mattina: messa in piega, shopping, canederli e caffè. Dopo due mesi riapre il primo pezzo del Paese, nel Nord estremo di cultura tedesca.
Riaccendono le luci bar, ristoranti, parrucchieri, saloni di bellezza, musei e anche i negozi che sabato avevano rinunciato al debutto. Alberghi e funivie lo faranno tra due settimane.
Valeva la pena, il braccio di ferro sull'impatto del virus tra l'Obmann Arnold Kompatscher e il ministro delle Regioni Francesco Boccia? La risposta corale, in attesa della sospensiva, qui…
BOLZANO - "Siamo aperti: in Alto Adige la vita è ripartita". Roland Margesin, direttore generale dello storico hotel Laurin di Bolzano, sintetizza il senso dello strappo con Roma sulla fine del lockdown. "Da oggi si lavora in perdita - dice - ma in Italia e nel resto d'Europa almeno sanno che qui abbiamo ricominciato, al top della sicurezza. L'investimento è essere i primi a farlo, battere la pista per tutti".
Lunedì mattina: messa in piega, shopping, canederli e caffè. Dopo due mesi riapre il primo pezzo del Paese, nel Nord estremo di cultura tedesca.
Riaccendono le luci bar, ristoranti, parrucchieri, saloni di bellezza, musei e anche i negozi che sabato avevano rinunciato al debutto. Alberghi e funivie lo faranno tra due settimane.
Valeva la pena, il braccio di ferro sull'impatto del virus tra l'Obmann Arnold Kompatscher e il ministro delle Regioni Francesco Boccia? La risposta corale, in attesa della sospensiva, qui è "purtroppo disperatamente sì".
"Non potevamo più - dice Thomas Rizzoli, negozio sotto i portici e capo dei commercianti bolzanini - restare chiusi. Migliaia di dipendenti, senza lavoro, erano al limite della fame. Come i piccoli negozi: affitti, merce pagata e invenduta, collezioni-moda superate, nelle aziende non c'è più liquidità".
Scontro obbligato dunque, ormai più forte dell'incubo di assistere a una riesplosione di morti e contagi, azzerati da due giorni. "Nessuno ha visto - dice Claudia Nicolodi, commessa da trent'anni - un euro di cassa integrazione. Il governo promette ma non mantiene: la disobbedienza monta così".
Primo assalto: riuscire a tagliarsi i capelli. Evidente, subito, che la "vita normale" resta impossibile: anche in una terra, per organizzazione, più svizzera di Zurigo. Nel salone Norma il primo appuntamento è fra tre settimane. Atmosfera ospedaliera. Obbligatorio spogliarsi nel guardaroba e indossare un kimono monouso. Quindi: sanificazione mani, mascherina nuova, passaggio sotto il termo-scanner e autocertificazione sanitaria.
"Per mettermi in regola - dice il proprietario Mauro Basso - ho investito 12 mila euro. Da 18 postazioni e 4 lavaggi sono sceso alla metà, mantenendo tredici dipendenti. Anche le spese quotidiane sono da shock tra mascherine Ffp2, visiere in plexiglass, disinfezione dei locali e cambio abiti. Alternative? Nessuna, se volevamo riprendere il servizio e non chiudere per sempre. In poche ore mi sono arrivate 500 richieste: molte, nonostante gli spostamenti bloccati, da fuori Alto Adige".
Per farcela, tagli sei giorni a settimana e orario continuato 7-21. "Io sono sola - dice Mara Welscher, del salone Noemi - e ho il mutuo. Non posso servire più di sette clienti al giorno, dopo due mesi vogliono tutte tinta e permanente. Stare in piedi dodici ore, con mascherina e guanti in lattice, è il massacro. Lavorare non è un gesto arrogante, che ignora chi muore: è l'unico modo per tentare di andare avanti".
Prima italiana a tagliarsi i capelli dopo due mesi è Maria Stufner, 49 anni di Sarentino. "Ho chiamato a fine marzo - dice - già avevo la ricrescita bianca. Per piacere, smettiamola di considerare frivola la bellezza. L'Italia ci vive: pensiamo invece seriamente a perché una persona, pur di essere in ordine, accetta di rischiare la pelle e di entrare in un posto che sembra una sala operatoria".
Anche bar e ristoranti, riaprendo la porta, perdono più che tenendola chiusa. "Due metri tra i tavoli - dice Johann Anrather, chef del Cavallino Bianco - un metro per chi siede di spalle. Sono dovuto passare da 200 a 35 coperti. Le famiglie possono sedere insieme, tutti gli altri devono mangiare soli. Se ho 35 clienti su 35 tavoli, con venti dipendenti tra una settimana richiudo. Mi impongono di sanificare anche i condimenti, dopo che uno si è condito l'insalata: giusto, prima la sicurezza, ma così i locali falliscono".
Il punto è questo: l'Alto Adige riapre a furor di popolo, ma già si accorge che la convivenza economica con il coronavirus è oggi a rischio crac. Sotto accusa proprio Kompatscher, l'eroe dell'anticipo Svp: "Troppe regole - accusa Verena Trenner, titolare del bar Nadams di piazze Erbe - e norme sanitarie troppo costose. Se poi un cliente si ferma a bere fuori dal locale, lo stop è per noi. Non possono imporci di fare anche i poliziotti".
Speranza inconfessabile: il patto turistico tra Bolzano, Vienna e Berlino per aprire il confine del Brennero dal primo di giugno. Pressing avanzato di politica e lobby per un trilaterale universo tedesco del business, ma numeri implacabili. Nel capoluogo 1500 commercianti, 600 bar e 360 ristoranti: il turismo straniero in estate vale fino all'80% del fatturato, il 50% d'inverno.
"Le Dolomiti - dice Roland Langer, proprietario di un negozio di accessori e design - sono come l'Adriatico: solo con i residenti, l'economia crolla. E con il fiato sul collo ai clienti passa la voglia di consumare. Oggi siamo un esempio, domani magari solo cavie di un esperimento fallito".
Disincanto, già il primo giorno, pure nei bar. L'emergenza, qui, è la pipì. Sono vissuti decenni grazie allo scambio caffè-toilette. Bene, nemmeno il bisogno regge più. "Igienizzanti e guanti - dice Luca Segna del Caffè Seltz - costano 600 euro a settimana, 1500 li ho spesi per la sanificazione. Devo pagare un dipendente per pulire i bagni dopo ogni utilizzo: tenere pulito è più caro che servire da bere".
Molti, per ora, addirittura rinunciano alla cosiddetta "ripartenza". "Io vendo euforia - dice Andrea Fenoglio, chef stellato del Sissi di Merano - non prima necessità. Un grande ristorante è una scelta irrazionale: o può offrire il piacere della sua cultura, o è costretto ad aspettare. Continuano a cambiano le regole, di ora in ora: per un imprenditore è insostenibile pagare venti collaboratori con dieci coperti. Appena le norme nazionali saranno chiare e stabili, deciderò: sapendo che l'obbiettivo, dopo una vita in cucina, è arrivare al 31 dicembre con 1 euro di guadagno".
Unica consolazione: sapere che Roma si oppone a un Alto Adige riaperto, ma senza "procedura d'urgenza". Tradotto: se il ricorso del governo venisse accolto, la sentenza arriverebbe a quadro già cambiato, con tutte le regioni a muoversi ormai in ordine sparso. "Noi resteremo il solito Sudtirolo - dice Rudi Delvai, gestore del bistro Ritter - che vuole sempre fare il primo della classe. Ma anche l'Italia rimane la solita: specialista in regole incomprensibili fatte apposta per non poter essere rispettate".
Lunedì mattina: messa in piega, shopping, canederli e caffè. Dopo due mesi riapre il primo pezzo del Paese, nel Nord estremo di cultura tedesca.
Riaccendono le luci bar, ristoranti, parrucchieri, saloni di bellezza, musei e anche i negozi che sabato avevano rinunciato al debutto. Alberghi e funivie lo faranno tra due settimane.
Valeva la pena, il braccio di ferro sull'impatto del virus tra l'Obmann Arnold Kompatscher e il ministro delle Regioni Francesco Boccia? La risposta corale, in attesa della sospensiva, qui è "purtroppo disperatamente sì".
"Non potevamo più - dice Thomas Rizzoli, negozio sotto i portici e capo dei commercianti bolzanini - restare chiusi. Migliaia di dipendenti, senza lavoro, erano al limite della fame. Come i piccoli negozi: affitti, merce pagata e invenduta, collezioni-moda superate, nelle aziende non c'è più liquidità".
Scontro obbligato dunque, ormai più forte dell'incubo di assistere a una riesplosione di morti e contagi, azzerati da due giorni. "Nessuno ha visto - dice Claudia Nicolodi, commessa da trent'anni - un euro di cassa integrazione. Il governo promette ma non mantiene: la disobbedienza monta così".
Primo assalto: riuscire a tagliarsi i capelli. Evidente, subito, che la "vita normale" resta impossibile: anche in una terra, per organizzazione, più svizzera di Zurigo. Nel salone Norma il primo appuntamento è fra tre settimane. Atmosfera ospedaliera. Obbligatorio spogliarsi nel guardaroba e indossare un kimono monouso. Quindi: sanificazione mani, mascherina nuova, passaggio sotto il termo-scanner e autocertificazione sanitaria.
"Per mettermi in regola - dice il proprietario Mauro Basso - ho investito 12 mila euro. Da 18 postazioni e 4 lavaggi sono sceso alla metà, mantenendo tredici dipendenti. Anche le spese quotidiane sono da shock tra mascherine Ffp2, visiere in plexiglass, disinfezione dei locali e cambio abiti. Alternative? Nessuna, se volevamo riprendere il servizio e non chiudere per sempre. In poche ore mi sono arrivate 500 richieste: molte, nonostante gli spostamenti bloccati, da fuori Alto Adige".
Per farcela, tagli sei giorni a settimana e orario continuato 7-21. "Io sono sola - dice Mara Welscher, del salone Noemi - e ho il mutuo. Non posso servire più di sette clienti al giorno, dopo due mesi vogliono tutte tinta e permanente. Stare in piedi dodici ore, con mascherina e guanti in lattice, è il massacro. Lavorare non è un gesto arrogante, che ignora chi muore: è l'unico modo per tentare di andare avanti".
Prima italiana a tagliarsi i capelli dopo due mesi è Maria Stufner, 49 anni di Sarentino. "Ho chiamato a fine marzo - dice - già avevo la ricrescita bianca. Per piacere, smettiamola di considerare frivola la bellezza. L'Italia ci vive: pensiamo invece seriamente a perché una persona, pur di essere in ordine, accetta di rischiare la pelle e di entrare in un posto che sembra una sala operatoria".
Anche bar e ristoranti, riaprendo la porta, perdono più che tenendola chiusa. "Due metri tra i tavoli - dice Johann Anrather, chef del Cavallino Bianco - un metro per chi siede di spalle. Sono dovuto passare da 200 a 35 coperti. Le famiglie possono sedere insieme, tutti gli altri devono mangiare soli. Se ho 35 clienti su 35 tavoli, con venti dipendenti tra una settimana richiudo. Mi impongono di sanificare anche i condimenti, dopo che uno si è condito l'insalata: giusto, prima la sicurezza, ma così i locali falliscono".
Il punto è questo: l'Alto Adige riapre a furor di popolo, ma già si accorge che la convivenza economica con il coronavirus è oggi a rischio crac. Sotto accusa proprio Kompatscher, l'eroe dell'anticipo Svp: "Troppe regole - accusa Verena Trenner, titolare del bar Nadams di piazze Erbe - e norme sanitarie troppo costose. Se poi un cliente si ferma a bere fuori dal locale, lo stop è per noi. Non possono imporci di fare anche i poliziotti".
Speranza inconfessabile: il patto turistico tra Bolzano, Vienna e Berlino per aprire il confine del Brennero dal primo di giugno. Pressing avanzato di politica e lobby per un trilaterale universo tedesco del business, ma numeri implacabili. Nel capoluogo 1500 commercianti, 600 bar e 360 ristoranti: il turismo straniero in estate vale fino all'80% del fatturato, il 50% d'inverno.
"Le Dolomiti - dice Roland Langer, proprietario di un negozio di accessori e design - sono come l'Adriatico: solo con i residenti, l'economia crolla. E con il fiato sul collo ai clienti passa la voglia di consumare. Oggi siamo un esempio, domani magari solo cavie di un esperimento fallito".
Disincanto, già il primo giorno, pure nei bar. L'emergenza, qui, è la pipì. Sono vissuti decenni grazie allo scambio caffè-toilette. Bene, nemmeno il bisogno regge più. "Igienizzanti e guanti - dice Luca Segna del Caffè Seltz - costano 600 euro a settimana, 1500 li ho spesi per la sanificazione. Devo pagare un dipendente per pulire i bagni dopo ogni utilizzo: tenere pulito è più caro che servire da bere".
Molti, per ora, addirittura rinunciano alla cosiddetta "ripartenza". "Io vendo euforia - dice Andrea Fenoglio, chef stellato del Sissi di Merano - non prima necessità. Un grande ristorante è una scelta irrazionale: o può offrire il piacere della sua cultura, o è costretto ad aspettare. Continuano a cambiano le regole, di ora in ora: per un imprenditore è insostenibile pagare venti collaboratori con dieci coperti. Appena le norme nazionali saranno chiare e stabili, deciderò: sapendo che l'obbiettivo, dopo una vita in cucina, è arrivare al 31 dicembre con 1 euro di guadagno".
Unica consolazione: sapere che Roma si oppone a un Alto Adige riaperto, ma senza "procedura d'urgenza". Tradotto: se il ricorso del governo venisse accolto, la sentenza arriverebbe a quadro già cambiato, con tutte le regioni a muoversi ormai in ordine sparso. "Noi resteremo il solito Sudtirolo - dice Rudi Delvai, gestore del bistro Ritter - che vuole sempre fare il primo della classe. Ma anche l'Italia rimane la solita: specialista in regole incomprensibili fatte apposta per non poter essere rispettate".