Perché siamo finiti nell’epoca di Ballard
di FRANCESCO GUGLIERILe atmosfere e le situazioni immaginate dallo scrittore inglese morto nel 2009 paiono fatte apposta per raccontare il lockdown che abbiamo appena vissuto e le sue conseguenze psicologiche, sociali, politiche
Benvenuti nell’epoca ballardiana. Pochi autori (e ancor meno autrici) hanno il privilegio di aver generato un aggettivo dal proprio cognome, come “kafkiano” o “orwelliano”. Ecco: James G. Ballard non gode certo della stessa popolarità di Kafka e Orwell, ma “ballardiano” sembra sempre più il termine adatto per definire i nostri anni. Anzi, i nostri mesi dato che le atmosfere e le situazioni immaginate dallo scrittore inglese morto nel 2009 paiono fatte apposta per raccontare il lockdown che abbiamo appena vissuto e le sue conseguenze psicologiche, sociali, politiche.
Qualche giorno fa una coppia si è sposata su Zoom. Non è certo il primo matrimonio che nelle ultime settimane si è celebrato in videoconferenza: la cosa particolare questa volta è che a partecipare alla cerimonia online c’era l’intero cast della sit-com americana The Office. Leggendo la notizia mi è tornato alla me…
Qualche giorno fa una coppia si è sposata su Zoom. Non è certo il primo matrimonio che nelle ultime settimane si è celebrato in videoconferenza: la cosa particolare questa volta è che a partecipare alla cerimonia online c’era l’intero cast della sit-com americana The Office. Leggendo la notizia mi è tornato alla me…
Benvenuti nell’epoca ballardiana. Pochi autori (e ancor meno autrici) hanno il privilegio di aver generato un aggettivo dal proprio cognome, come “kafkiano” o “orwelliano”. Ecco: James G. Ballard non gode certo della stessa popolarità di Kafka e Orwell, ma “ballardiano” sembra sempre più il termine adatto per definire i nostri anni. Anzi, i nostri mesi dato che le atmosfere e le situazioni immaginate dallo scrittore inglese morto nel 2009 paiono fatte apposta per raccontare il lockdown che abbiamo appena vissuto e le sue conseguenze psicologiche, sociali, politiche.
Qualche giorno fa una coppia si è sposata su Zoom. Non è certo il primo matrimonio che nelle ultime settimane si è celebrato in videoconferenza: la cosa particolare questa volta è che a partecipare alla cerimonia online c’era l’intero cast della sit-com americana The Office. Leggendo la notizia mi è tornato alla mente un racconto del 1977, si intitola Terapia intensiva, dove Ballard immagina una famiglia che si incontra la prima volta di persona. Nessuno più, infatti, vede un altro essere umano dal vivo: si nasce, si cresce e si muore attraverso un video. Ognuno è diventato regista di sé stesso, con un proprio canale personale con cui interagire con gli altri esseri umani. Anche la seduzione e i matrimoni passano da uno schermo che, letto oggi, più che la televisione ricorda Instagram e i suoi filtri: «attraverso il video e i suoi trucchi sembrava che tutte le persone, indipendentemente dall’età avessero ventidue anni». Ballard non specifica mai perché non ci si incontri più di persona, «esistevano ancora ordinanze tanto antiche quanto raramente invocate che lo impedivano», ma la causa scatenante, qualche antico disastro, ormai è entrata così in profondità nella psiche dei suoi personaggi, che l’isolamento continua anche più di prima. Quando, dopo dubbi, tentennamenti e passi falsi, il protagonista, la moglie e i due figli decidono finalmente di incontrarsi per la prima volta fisicamente si salteranno addosso uccidendosi a vicenda.
Nato a Shangai nel 1930, James G. Ballard era bambino quando visse la sua prima apocalisse: il mondo che finiva era quell0 del dominio britannico sulle colonie (lo racconta ne L’impero del sole da cui Steven Spielberg trasse l’omonimo film nel 1987) e quel senso di violento collasso di un’epoca segnò per sempre il suo immaginario. Tornato nel Regno Unito, dopo gli studi in medicina si dedicò alla scrittura. All’inizio con opere apertamente fantascientifiche, fantasie catastrofiche influenzate più dal surrealismo pittorico che dai classici del genere, come Il mondo sommerso, romanzo del 1963 (in italiano, come tutte le opere di Ballard, pubblicato da Feltrinelli) ambientato in un futuro prossimo in cui il riscaldamento climatico ha innalzato i livelli del mare fino a sommergere la maggior parte della superficie terrestre. Negli anni i suoi romanzi si trasformano in cupe allegorie del presente, opere inclassificabili, provocatorie e perturbanti, amate dagli allora giovani scrittori inglesi come Martin Amis, uno dei primi adepti del culto ballardiano. E del resto se c’è un autore a cui si adatta l’etichetta di “scrittore di culto” è proprio Ballard. Escono così titoli come Crash, La mostra delle atrocità, Millenium People o l’ultimo romanzo pubblicato prima di morire, Regno a venire, che nel 2006 immaginava un’Inghilterra in cui la rabbia e il risentimento delle classi medie, vellicate da un leader populista un po’ hooligan e un po’ santone, portano al governo un regime para-fascista. A qualcuno fischieranno le orecchie…
Basterebbero queste storie a rendere Ballard inquietantemente attuale. Ma è l’emergenza legata al Covid 19, e la conseguente quarantena, a fare dei suoi libri dei veri e propri vademecum del presente, quasi delle guide per orientarsi in tempi oscuri.
A fine marzo ha fatto notizia la disavventura della Costa Magica, una nave da crociera che, dopo aver fatto sbarcare i passeggeri, vagava per il Mar dei Caraibi in cerca di un porto in cui attraccare con 900 membri dell’equipaggio, molti dei quali contagiati dal virus. È una storia dall’inconfondibile sapore ballardiano. Narrato attraverso una serie di cartoline che la lei di una coppia in vacanza alle Canarie spedisce in Inghilterra, Una splendida vacanza è un racconto del 1982 che sembra scritto oggi. Da paradiso borghese formato villaggio turistico, lentamente la vacanza si rivelerà essere tutt’altro: l’isola è il luogo dove i governi europei, per affrontare una devastante crisi economica, spediscono i funzionari e i manager in cassa integrazione per paura che il loro malcontento possa scatenare una rivoluzione in patria (stessa sorte la subiscono anche gli operai: ma loro finiscono in un’isola con meno comodità…). Mentre il marito si lancia in una nebulosa e velleitaria rivoluzione, facendo perdere le sue tracce, la moglie si distrae con gli intrattenimenti dell’isola, un corso di teatro, i concerti.
Il condominio, romanzo del 1975, è ambientato in un altro tipico ambiente quotidiano che l’immaginazione ballardiana colora a tinte foschissime: la casa. Questa volta è un grattacielo di quaranta piani, tanto moderno e dotato di tutti i comfort da spingere i suoi abitanti a isolarcisi dentro tagliando i contatti “col mondo fuori”, come in un autoimposto lockdown. Basterà un banale incidente per innescare un crescendo di scontri, faide, tribalismi tra i condomini: segni di una barbarie che era sempre stata lì, appena camuffata da una patina di civiltà. Mentre in un altro romanzo, Super-Cannes, gli appartamenti sono dotati di servizi igienici collegati in rete, così che ogni volta che andiamo in bagno sono in grado di fare un test della nostra salute e diramarlo alle autorità e alle compagnie sanitarie che potranno profilarci. Super-Cannes è del 2000, vent’anni in anticipo sulle app sanitarie e il “capitalismo della sorveglianza”.
In questa quarantena, tra una videocall e l’altra, abbiamo capito una cosa: quanto è facile parlare con le macchine. Perché, alla fine, è questo che abbiamo fatto. Certo, comunichiamo con delle persone reali, lontane, dall’altra parte dello schermo, ma di fatto stiamo parlando con un computer, uno smartphone. Ancora di più lo facciamo quando chiediamo agli assistenti virtuali come Alexa o Siri di accendere la luce o far partire una canzone, o quando ordiniamo una cena con un’app di delivery. Come nota il filosofo Nicholas Agar in Non essere una macchina, recentemente pubblicato dalla Luiss University Press, c’è nella tecnologia un invito all’isolamento, a dimenticare la natura “gregaria” di Homo Sapiens: eppure «non si può immaginare un essere umano in isolamento più di quanto si possa immaginare un pinguino nel deserto del Sahara». Ballard tutto questo non solo l’ha visto in tempi non sospetti, ma ha saputo farne letteratura: i suoi personaggi sono insulari, i loro desideri sempre mediati dalla tecnologia, in un perenne, agognato isolamento ai limiti dell’autodistruzione: per lui il distanziamento sociale era uno stato dell’anima.
Eppure, come ha scritto recentemente Mark O’Connell (curiosamente, ma neanche tanto, autore del libro dal titolo Essere una macchina, Adelphi 2019, una personale esplorazione del mondo dei transumanisti) su New Statesman, viviamo in un mondo ballardiano, ma non siamo ancora diventati definitivamente personaggi ballardiani: la tecnologia ci ha permesso di stare vicino agli affetti lontani, ha creato legami che ci hanno aiutato a attraversare la notte. E in questi giorni anche il più solitario degli uomini, il più misantropo o alienato, a un certo punto ha sperato di uscire, tornare a respirare e incontrare amici e sconosciuti. Non siamo così pronti per una vita in isolamento. Leggere o rileggere Ballard è un ottimo modo per ricordarci che in tempi di crisi, oggi più che mai, dobbiamo decidere chi vogliamo diventare: se essere o non essere una macchina.
L’autore è editor dell’Einaudi e ha scritto “Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati” pubblicato con Laterza
Qualche giorno fa una coppia si è sposata su Zoom. Non è certo il primo matrimonio che nelle ultime settimane si è celebrato in videoconferenza: la cosa particolare questa volta è che a partecipare alla cerimonia online c’era l’intero cast della sit-com americana The Office. Leggendo la notizia mi è tornato alla mente un racconto del 1977, si intitola Terapia intensiva, dove Ballard immagina una famiglia che si incontra la prima volta di persona. Nessuno più, infatti, vede un altro essere umano dal vivo: si nasce, si cresce e si muore attraverso un video. Ognuno è diventato regista di sé stesso, con un proprio canale personale con cui interagire con gli altri esseri umani. Anche la seduzione e i matrimoni passano da uno schermo che, letto oggi, più che la televisione ricorda Instagram e i suoi filtri: «attraverso il video e i suoi trucchi sembrava che tutte le persone, indipendentemente dall’età avessero ventidue anni». Ballard non specifica mai perché non ci si incontri più di persona, «esistevano ancora ordinanze tanto antiche quanto raramente invocate che lo impedivano», ma la causa scatenante, qualche antico disastro, ormai è entrata così in profondità nella psiche dei suoi personaggi, che l’isolamento continua anche più di prima. Quando, dopo dubbi, tentennamenti e passi falsi, il protagonista, la moglie e i due figli decidono finalmente di incontrarsi per la prima volta fisicamente si salteranno addosso uccidendosi a vicenda.
Nato a Shangai nel 1930, James G. Ballard era bambino quando visse la sua prima apocalisse: il mondo che finiva era quell0 del dominio britannico sulle colonie (lo racconta ne L’impero del sole da cui Steven Spielberg trasse l’omonimo film nel 1987) e quel senso di violento collasso di un’epoca segnò per sempre il suo immaginario. Tornato nel Regno Unito, dopo gli studi in medicina si dedicò alla scrittura. All’inizio con opere apertamente fantascientifiche, fantasie catastrofiche influenzate più dal surrealismo pittorico che dai classici del genere, come Il mondo sommerso, romanzo del 1963 (in italiano, come tutte le opere di Ballard, pubblicato da Feltrinelli) ambientato in un futuro prossimo in cui il riscaldamento climatico ha innalzato i livelli del mare fino a sommergere la maggior parte della superficie terrestre. Negli anni i suoi romanzi si trasformano in cupe allegorie del presente, opere inclassificabili, provocatorie e perturbanti, amate dagli allora giovani scrittori inglesi come Martin Amis, uno dei primi adepti del culto ballardiano. E del resto se c’è un autore a cui si adatta l’etichetta di “scrittore di culto” è proprio Ballard. Escono così titoli come Crash, La mostra delle atrocità, Millenium People o l’ultimo romanzo pubblicato prima di morire, Regno a venire, che nel 2006 immaginava un’Inghilterra in cui la rabbia e il risentimento delle classi medie, vellicate da un leader populista un po’ hooligan e un po’ santone, portano al governo un regime para-fascista. A qualcuno fischieranno le orecchie…
Basterebbero queste storie a rendere Ballard inquietantemente attuale. Ma è l’emergenza legata al Covid 19, e la conseguente quarantena, a fare dei suoi libri dei veri e propri vademecum del presente, quasi delle guide per orientarsi in tempi oscuri.
A fine marzo ha fatto notizia la disavventura della Costa Magica, una nave da crociera che, dopo aver fatto sbarcare i passeggeri, vagava per il Mar dei Caraibi in cerca di un porto in cui attraccare con 900 membri dell’equipaggio, molti dei quali contagiati dal virus. È una storia dall’inconfondibile sapore ballardiano. Narrato attraverso una serie di cartoline che la lei di una coppia in vacanza alle Canarie spedisce in Inghilterra, Una splendida vacanza è un racconto del 1982 che sembra scritto oggi. Da paradiso borghese formato villaggio turistico, lentamente la vacanza si rivelerà essere tutt’altro: l’isola è il luogo dove i governi europei, per affrontare una devastante crisi economica, spediscono i funzionari e i manager in cassa integrazione per paura che il loro malcontento possa scatenare una rivoluzione in patria (stessa sorte la subiscono anche gli operai: ma loro finiscono in un’isola con meno comodità…). Mentre il marito si lancia in una nebulosa e velleitaria rivoluzione, facendo perdere le sue tracce, la moglie si distrae con gli intrattenimenti dell’isola, un corso di teatro, i concerti.
Il condominio, romanzo del 1975, è ambientato in un altro tipico ambiente quotidiano che l’immaginazione ballardiana colora a tinte foschissime: la casa. Questa volta è un grattacielo di quaranta piani, tanto moderno e dotato di tutti i comfort da spingere i suoi abitanti a isolarcisi dentro tagliando i contatti “col mondo fuori”, come in un autoimposto lockdown. Basterà un banale incidente per innescare un crescendo di scontri, faide, tribalismi tra i condomini: segni di una barbarie che era sempre stata lì, appena camuffata da una patina di civiltà. Mentre in un altro romanzo, Super-Cannes, gli appartamenti sono dotati di servizi igienici collegati in rete, così che ogni volta che andiamo in bagno sono in grado di fare un test della nostra salute e diramarlo alle autorità e alle compagnie sanitarie che potranno profilarci. Super-Cannes è del 2000, vent’anni in anticipo sulle app sanitarie e il “capitalismo della sorveglianza”.
In questa quarantena, tra una videocall e l’altra, abbiamo capito una cosa: quanto è facile parlare con le macchine. Perché, alla fine, è questo che abbiamo fatto. Certo, comunichiamo con delle persone reali, lontane, dall’altra parte dello schermo, ma di fatto stiamo parlando con un computer, uno smartphone. Ancora di più lo facciamo quando chiediamo agli assistenti virtuali come Alexa o Siri di accendere la luce o far partire una canzone, o quando ordiniamo una cena con un’app di delivery. Come nota il filosofo Nicholas Agar in Non essere una macchina, recentemente pubblicato dalla Luiss University Press, c’è nella tecnologia un invito all’isolamento, a dimenticare la natura “gregaria” di Homo Sapiens: eppure «non si può immaginare un essere umano in isolamento più di quanto si possa immaginare un pinguino nel deserto del Sahara». Ballard tutto questo non solo l’ha visto in tempi non sospetti, ma ha saputo farne letteratura: i suoi personaggi sono insulari, i loro desideri sempre mediati dalla tecnologia, in un perenne, agognato isolamento ai limiti dell’autodistruzione: per lui il distanziamento sociale era uno stato dell’anima.
Eppure, come ha scritto recentemente Mark O’Connell (curiosamente, ma neanche tanto, autore del libro dal titolo Essere una macchina, Adelphi 2019, una personale esplorazione del mondo dei transumanisti) su New Statesman, viviamo in un mondo ballardiano, ma non siamo ancora diventati definitivamente personaggi ballardiani: la tecnologia ci ha permesso di stare vicino agli affetti lontani, ha creato legami che ci hanno aiutato a attraversare la notte. E in questi giorni anche il più solitario degli uomini, il più misantropo o alienato, a un certo punto ha sperato di uscire, tornare a respirare e incontrare amici e sconosciuti. Non siamo così pronti per una vita in isolamento. Leggere o rileggere Ballard è un ottimo modo per ricordarci che in tempi di crisi, oggi più che mai, dobbiamo decidere chi vogliamo diventare: se essere o non essere una macchina.
L’autore è editor dell’Einaudi e ha scritto “Leggere la terra e il cielo. Letteratura scientifica per non scienziati” pubblicato con Laterza