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(ansa)

La fine della parabola miracolosa di Bolsonaro

Dopo il caso del video in cui il presidente brasiliano si lamenta di non riuscire a sostituire funzionari di polizia per ottenere informazioni e proteggere la sua famiglia, il leader è sempre più in difficoltà. Alcuni suoi fedelissimi prendono le distanze, scontenti anche della sua gestione della pandemia di coronavirus
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Il video in cui il presidente brasiliano si lamenta di non riuscire a sostituire funzionari della polizia federale per ottenere "informazioni" e per "proteggere" la sua famiglia, rischia di diventare il punto finale della parabola miracolosa di Jair Messias Bolsonaro. Pubblicato con grande evidenza sul sito della Corte Suprema brasiliana (che non ha retto ai troppi visitatori), diventa virale proprio nel giorno in cui il Brasile supera la Russia di Vladimir Putin nel drammatico conteggio del coronavirus, divenendo il secondo Paese al mondo (dopo gli Stati Uniti) per numero di contagi. 

Che vesta i panni di 'Trump Tropicale' o di 'Capitano Coronavirus' - i due nomignoli con cui i brasiliani che lo detestano amano bollarlo - Bolsonaro non è mai apparso in difficoltà come in queste ore, in un malsano intreccio tra politica, sicurezza, salute pubblica ed economia che sta portando anche alcuni dei suoi fedelissimi a prendere le distan…
Il video in cui il presidente brasiliano si lamenta di non riuscire a sostituire funzionari della polizia federale per ottenere "informazioni" e per "proteggere" la sua famiglia, rischia di diventare il punto finale della parabola miracolosa di Jair Messias Bolsonaro. Pubblicato con grande evidenza sul sito della Corte Suprema brasiliana (che non ha retto ai troppi visitatori), diventa virale proprio nel giorno in cui il Brasile supera la Russia di Vladimir Putin nel drammatico conteggio del coronavirus, divenendo il secondo Paese al mondo (dopo gli Stati Uniti) per numero di contagi. 

Che vesta i panni di 'Trump Tropicale' o di 'Capitano Coronavirus' - i due nomignoli con cui i brasiliani che lo detestano amano bollarlo - Bolsonaro non è mai apparso in difficoltà come in queste ore, in un malsano intreccio tra politica, sicurezza, salute pubblica ed economia che sta portando anche alcuni dei suoi fedelissimi a prendere le distanze. 

Quel video è vecchio di un mese (è stato girato durante una riunione del governo il 22 aprile) e il giudice Celso de Mello ha deciso di renderlo pubblico perché ritiene sia una prova fondamentale nell'inchiesta che deve stabilire se il presidente brasiliano abbia cercato o meno di interferire illegalmente nelle indagini della polizia contro alcuni suoi familiari. 

Uno dei grandi accusatori di Bolsonaro è Sergio Moro, l'ex ministro della Giustizia (e prima ancora uno dei più popolari magistrati anti-corruzione dell'intera America Latina) che il 24 aprile - due giorni dopo il Consiglio dei Ministri ripreso nel video - si era dimesso per protestare contro il licenziamento (voluto dal presidente) del capo della polizia federale Mauricio Valeixo.

Era stato un segnale di svolta. Dopo l'iniziale luna di miele seguita alla sua elezione (è in carica dal 1° gennaio 2019), la indubbia popolarità del 'Trump tropicale' era diventata altalenante, fino a scendere nella prima estate del suo mandato (dicembre 2019) sotto il 50 per cento. Livello di guardia che, tra un'economia sempre più in crisi, una gestione iper-autoritaria dell'ordine pubblico, il totale disprezzo per le questioni climatiche (e gli indigeni dell'Amazzonia) e per le regole basilari della democrazia, è stato ampiamente superato quando oltre due mesi fa il coronavirus si è abbattuto sul gigante dell'America Latina. 

Sergio Moro era un simbolo dietro il quale Bolsonaro - diventato presidente, senza un vero partito tradizionale alle spalle, promettendo una lotta senza quartiere alla corruzioni di ogni genere - si era nascosto a lungo. Perché era il giudice che aveva guidato l'inchiesta 'Lava Jato', quella che portò all'arresto dell'ex presidente Luiz Inácio Lula da Silva prima delle elezioni presidenziali del 2018. Con le sue dimissioni un mese fa Bolsonaro era diventato definitivamente una sorta di presidente 'azzoppato'. 

Il coronavirus ha fatto il resto. Due ministri della Sanità (tra i più fedeli collaboratori del presidente) si sono dimessi in aperto contrasto con le sue farneticanti dichiarazioni ("il Covid 19 è solo una gripezinha", un'influenza stagionale), le agghiaccianti risposte a chi gli chiedeva conto dei morti ("che cosa posso farci? Mi chiamo Messia ma non faccio miracoli"), gli hanno alienato i favori anche dei media a lui più favorevoli, gli alleati centristi, che per convenienza politica avevano appoggiato un presidente di destra estrema come lui, lo hanno abbandonato. 

La decisione della Corte Suprema di avallare un'inchiesta contro di lui per "coercizione, prevaricazione, ostruzione della giustizia e corruzione passiva" ha aperto la strada a un possibile impeachment. Sono passati solo quattro anni da quando (2016) la presidente Dilma Rousseff, accusata di aver violato le leggi fiscali brasiliane, venne rimossa dall'incarico e ora la storia si potrebbe ripetere, con accuse ancora più gravi. Il braccio di ferro con i governatori sulle misure contro il coronavirus, le dispute con i giudici della Corte Suprema, le critiche di molti suoi ex alleati centristi e quelle più velate di chi ancora prova a sostenerlo, hanno isolato sempre di più il presidente brasiliano, che secondo gli ultimi sondaggi viene visto con favore ormai solo dal 35 per cento della popolazione. Un isolamento che sta diventando l'ultima trincea, in cui sono disposti ad accompagnarlo sia gli esponenti di un'estrema destra che solo pochi mesi fa si sentiva invincibile, sia quella casta militare che lo aveva eletto a proprio eroe. Vedremo fino a quando.