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(agf)

Salvini in Calabria per "commissariare" il partito, tra selfie e imbarazzi per i guai giudiziari

La Lega in regione è divisa in correnti che si odiano cordialmente. E deve fare i conti con un'inchiesta che coinvolge l'unico deputato eletto sul territorio e le sue parentele ingombranti. Ma l'ex vicepremier rilancia e punta al sindaco di Reggio
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Se la trasferta siciliana ha regalato a Matteo Salvini contestazioni e polemiche per il suo neo-assessore (ex?) estimatore delle Ss, per il leader della Lega anche quella calabrese non è una passeggiata di tutto riposo.

Superato lo Stretto di Messina, le rogne sono più interne che esterne, ma comunque al leader del Carroccio danno più di un pensiero.

Sull'apertura a Sud anche all'interno del partito si è giocato parecchio, non tutti hanno gradito, e alla vigilia di una nuova tornata elettorale, Salvini non si può permettere né scivoloni, né defezioni. Che in Calabria è un po' come sperare nella botte piena e moglie ubriaca, mentre il resto del centrodestra in regione aspetta goloso di spalancare le porte a chi volesse o dovesse uscire dal Carroccio.

"La Lega è al 28%, siamo il primo partito, perché dovrebbe impensierirmi la crescita dei consensi della Meloni?" dice Salvini a Reggio, glissand…
Se la trasferta siciliana ha regalato a Matteo Salvini contestazioni e polemiche per il suo neo-assessore (ex?) estimatore delle Ss, per il leader della Lega anche quella calabrese non è una passeggiata di tutto riposo.

Superato lo Stretto di Messina, le rogne sono più interne che esterne, ma comunque al leader del Carroccio danno più di un pensiero.

Sull'apertura a Sud anche all'interno del partito si è giocato parecchio, non tutti hanno gradito, e alla vigilia di una nuova tornata elettorale, Salvini non si può permettere né scivoloni, né defezioni. Che in Calabria è un po' come sperare nella botte piena e moglie ubriaca, mentre il resto del centrodestra in regione aspetta goloso di spalancare le porte a chi volesse o dovesse uscire dal Carroccio.

"La Lega è al 28%, siamo il primo partito, perché dovrebbe impensierirmi la crescita dei consensi della Meloni?" dice Salvini a Reggio, glissando sul 33% di consensi alle europee che solo qualche mese fa gli faceva gonfiare il petto e adesso è solo un ricordo.

Ma se in pubblico ostenta sicurezza, forse non è un caso che il suo mini-tour calabrese parta da Reggio Calabria, dove a breve si voterà per le amministrative (immancabile il rito del selfie per le vie del centro).

Sul candidato sindaco con cui il centrodestra spera di sconfiggere la coalizione guidata dall'attuale primo cittadino dem Giuseppe Falcomatà, già da tempo la Lega ha lanciato un'opa. E in mattinata è arrivata la conferma ufficiale. 

"Siamo pronti al voto sia su Reggio che su Crotone - annuncia - Non mi fate fare nomi, stiamo lavorando a un programma. Per la prima volta ci sarà la Lega alle amministrative in Calabria".

Quanta e quale Lega, è ancora tutto da vedere. Diviso in correnti, se non bande, che si odiano cordialmente e spesso pubblicamente si lanciano velenose frecciatine, il partito va in ordine sparso, con buona pace dell'ex commissario promosso sul campo a segretario regionale, il bergamasco Cristian Invernizzi.

Anche i consiglieri che nel gennaio scorso il Carroccio ha spedito per la prima volta in Regione sembrano al momento procurare alla Lega più imbarazzi che altro. 

L'ultimo, qualche settimana fa, quando in blocco - insieme all'intera assemblea, a dire la verità - hanno votato per concedere una sorta di vitalizio anche a quei consiglieri che non terminino il mandato. Salvo poi pubblicamente pentirsene quando lo scandalo è scoppiato.

"Inaccettabile, una coalizione che vuole un cambio di passo non può approvare un provvedimento del genere" aveva tuonato da Bergamo il segretario Invernizzi, per poi precipitarsi in tempo record in Calabria.

Prima invece ci aveva pensato il vicepresidente che il Carroccio ha piazzato in Giunta, Nino Spirlì a provocare rossori, spalmando il logo della Lega insieme a quello di Regione Calabria sui manifesti di una campagna ideata per invitare a "scegliere calabrese", inclusi poco edibili ruscelli e cetrioli finlandesi.

"Peccati veniali" hanno commentato all'interno. Ma sembrano mettere non poco in difficoltà  il segretario nazionale del Carroccio che sulle scorribande in Regione dei suoi ha preferito glissare. "Non faccio il consigliere in Calabria. Io qui voglio parlare di lavoro, di Ponte sullo Stretto, di turismo" taglia corto, visibilmente innervosito. Ma in Calabria, non si tratta neanche della sua principale difficoltà o imbarazzo. Che invece ha il nome e il cognome dell'unico deputato leghista calabrese, Domenico Furgiuele.

Genero di Salvatore Mazzei, il re dell'autostrada condannato per tentata estorisione aggravata dall'aver agevolato la 'ndrangheta, anche il deputato leghista ha i suoi guai giudiziari.

Una settimana fa è finito fra gli indagati di un'inchiesta che ha svelato come i clan abbiano monopolizzato con le proprie imprese fondi comunitari e regionali destinati a infrastrutture e sviluppo del territorio.

Per il deputato non ci sono accuse di mafia, ma - ne sono convinti i magistrati - la sua impresa faceva parte del sistema. E per di più, commesse e attrezzature erano state cooptate con la formula dell'affitto di ramo d'azienda dalla galassia imprenditoriale del suocero, giusto un paio di settimane prima che a Mazzei venisse applicata la sorveglianza speciale.

È per questo che - quanto meno in termini di propaganda - il deputato è diventato ingombrante per un partito che si presenta fautore di legge e ordine e il cui leader, Matteo Salvini, da mesi non perde occasione per schierarsi - a parole - al fianco di Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro.

Lo stesso ufficio che ha chiesto e ottenuto che al genero del leghista Furgiuele venisse sequestrato per mafia l'intero patrimonio. "Per mafia, camorra e 'ndrangheta provo tutta l'avversione possibile - dice Salvini - ma in un Paese civile, quando uno viene condannato è colpevole. Se, mai qualcuno verrà condannato per me sarà colpevole. Io non do giudizi morali, anche io sono indagato, anzi sono rinviato a giudizio" si difende con chi gli chiede del suo ingombrante deputato.

Stesso garantismo però non sembra valere per Riace, dove il Viminale, all'epoca guidato da Salvini, dopo l'inchiesta che ha travolto l'allora sindaco del borgo dell'accoglienza Mimmo Lucano, non ha esitato un secondo a cancellare tutti i progetti Sprar.

Un provvedimento bocciato prima dal Tar e di recente dal Consiglio di Stato. "Prendo atto - dice il leader della Lega - ma contesto politicamente al sindaco Lucano di aver messo gli immigrati prima dei calabresi". Per Furgiuele invece, bisogna aspettare un'eventuale condanna. Sarà che il deputato è espressione di un'area ben precisa, che per di più fa sponda e spesso lavora in combo con quella dell'eurodeputato leghista Vincenzo Sofo? Non è dato sapere.

Di certo, il neogarantismo del leader della Lega rischia di creargli più di un problema anche con i suoi, che a gran voce gli hanno chiesto un colloquio a brutto muso con la governatrice Jole Santelli.

A meno di sei mesi dalle elezioni e a poco più quattro dal varo della Giunta, la governatrice ha un'assessora, la delegata ai Trasporti, Domenica Catalfamo, indagata per associazione a delinquere, omessa denuncia e induzione a dare e promettere utilità.

Pena accuse di garantismo a corrente alternata, Salvini non può che abbozzare. "Non commento le inchieste e spero che tutti dimostrino la loro estraneità - proclama - L'indagine va rispettata ma altro sono le condanne". Tuttavia, annuncia, "oggi vedrò la governatrice Santelli per fare il punto su questi primi mesi". E c'è chi fra i suoi pretende che l'assessore Catalfamo sia uno degli argomenti.

Insomma, incastrato fra la sua propaganda e la realtà, fra la voglia di avanzare a Sud e partiti regionali balcanizzati da personaggi ingombranti, Salvini si muove fra le sabbie mobili.

E con il suo recente innamoramento per il ponte sullo Stretto rischia di scontentare anche i "pescatori di Bagnara", grandi protagonisti della favella antieuropeista degli ultimi mesi, che dai cantieri della mega opera sarebbero sostanzialmente rovinati.

"Ma per loro il problema non è il ponte, ma le reti e le quote imposte da Bruxelles - sostiene Salvini - Loro dicono che il pesce c'è e io mi fido più di loro che di un tecnico che non ha mai visto un tonno in vita sua". Peccato che la questione sia se il pesce, la costa, l'ecosistema, ci saranno ancora dopo decenni di cemento e cantieri.