Cronaca

Ndrangheta, in carcere una banda di usurai. A denunciarli una vittima

A Polistena, in provincia di Reggio Calabria, arrestati dai Carabinieri 22 membri del clan Longo. Applicavano tassi di interesse anche al 200% agli imprenditori in difficoltà. Ma uno di loro, rimasto senza scelta, ha denunciato. Sequestrati imprese e immobili per 5 milioni
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Applicavano tassi di interesse anche del 200% e con minacce e intimidazioni costringevano chi si era rivolto a loro a versare ogni mese cifre astronomiche rispetto a quanto ricevuto in prestito. Per questo motivo 22 fra capi, discendenti e gregari del clan Longo di Polistena, nella Piana di Gioia Tauro, sono state arrestati questa mattina all'alba dai carabinieri del comando di Reggio Calabria, con la collaborazione della Guardia di Finanza. Sotto sequestro sono finite anche 9 imprese e 45 immobili, per un valore di circa 5 milioni di euro. 

Nel corso delle perquisizioni di questa mattina, sotto sequestro sono finiti altri 40mila euro, insieme a pizzini, appunti, rendiconti, assegni in bianco postdatati e con incasso ad agosto 2020, segno che il gruppo era ancora attivo e già preparato ad approfittare delle difficoltà economiche e della crisi di liquidità dovute ai mesi di lockdown. “Questo è un primo step dell’indagine, continueremo a indagare per ricostruire tutto il sistema, perché la fase di difficoltà che stanno attraversando l’economia e la società italiana dopo l’epidemia di Covid19 ci fanno temere che situazioni del genere si possano ripetere” ha detto il procuratore capo di Reggio Calabria, Giovanni Bombardieri.

Accusati a vario titolo di associazione di tipo mafioso, usura, estorsione, riciclaggio, esercizio attività finanziaria abusiva, detenzione illegali di armi, tutti aggravati dalla finalità e dal metodo mafioso, per i magistrati della procura antimafia diretta da Giovanni Bombardieri, i 22 arrestati - 19 in carcere e 3 ai domiciliari, - avevano costituito una sorta di banca criminale parallela, specializzata nell'erogare prestiti impossibili da restituire. Le vittime preferite? Imprenditori in difficoltà. E' stato uno di loro, disperato per le vessazioni subite, a mettere i carabinieri sulla strada giusta e a spiegare il sistema che schiacciava mezzo paese e negli anni ha costretto le vittime a versare oltre 144mila euro di interessi usurari, oggi sequestrati agli indagati per ordine del giudice per le indagini preliminari, Caterina Catalano. “Dopo la prima vittima che ha trovato il coraggio di denunciare, altri 12 imprenditori l’hanno seguita. Ma noi sappiamo che gli usurati erano molti di più e adesso speriamo che altri trovino il coraggio di rivolgersi a noi” ha commentato Bombardieri.
 
Il clan, ha rivelato l’inchiesta dei pm Giulia Pantano e Sabrina Fornaro, coordinata dal procuratore aggiunto Gaetano Paci, aveva ormai un metodo consolidato, una struttura solida e ruoli definiti. Alla base dell’organizzazione c’era chi individuava la vittima predestinata, inizialmente blandita e rassicurata con la prospettiva di un prestito facile. In cambio, gli uomini del clan chiedevano sempre un assegno in bianco, a garanzia di quanto concesso in contanti. Ed era quella la leva che in seguito gli affiliati usavano per costringere gli imprenditori, con minacce e vessazioni, a versare ogni mese somme sempre crescenti a causa di interessi variabili che rendevano il prestito impossibile da restituire. “C’era un intero territorio assoggettato a logiche di tipo feudale – ha spiegato il procuratore aggiunto Gaetano Paci – tutto, dalla scelta del fornitore alla decisione di aprire un’attività economica in una determinata zona era subordinato ai voleri del clan”.

Un girone infernale, che ha portato alcune vittime a diventare carnefici, barattando l’estinzione del debito con l’individuazione e la segnalazione al clan di altri imprenditori da spolpare. Uno di loro, per un prestito originario di 15mila euro – hanno scoperto i carabinieri di Taurianova – è stato costretto a restituire più di 55mila euro in due anni a titolo di meri interessi, corrisposti ad un tasso usurario superiore del 200% a quello soglia, senza neanche riuscire ad estinguere il debito originario. Altri si sono rassegnati a chiudere le attività, altri ancora hanno dovuto piegarsi e far entrare il clan nella propria azienda. Ma nessuno era in grado di dire no agli uomini del clan, fra cui figuravano gli storici vertici della famiglia Longo, piccolo ma feroce casato di ‘ndrangheta da sempre attivo a Polistena.  Gente come Luigi Versace, figlio dello storico boss Antonio, ammazzato insieme al fratello Michele nel 91, Domenico Giardino e Diego Lamanna, tutti considerati capi dell’organizzazione, insieme a cugini, zii e parenti, che da generazioni vantano pretese sulla comunità di Polistena.
 
E che fin troppi, ancora oggi legittimano. Nel corso dell’indagine, più volte i carabinieri sono stati costretti a constatare che in molti si rivolgono ai Longo piuttosto che alla autorità in caso di minacce ricevute, danni, truffe subite, ma anche per la raccolta della legna, o per risolvere il problema della concorrenza di altri esercizi commerciali. Spesso si trattava degli stessi poi strozzati dal giogo usurario del clan. Vittime che si offrono ai propri carnefici, scoprendo troppo tardi di aver lavorato alla propria rovina.