Università, fuga delle matricole: diecimila studenti in meno
Corrado Zunino , di CORRADO ZUNINONello studio Svimez si ipotizzano due terzi delle perdite al Sud. “Niente tasse fino a 30 mila euro e sconti agli studenti per i trasporti”
ROMA - Il primo studio sull’università post-Covid dice che nell’Anno accademico 2020-2021 ci saranno diecimila immatricolati in meno, il tre per cento del totale. Due terzi di queste perdite saranno al Sud. La ricerca è dello Svimez, associazione di sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno e istituto di ricerca con una storica attenzione al Meridione d’Italia. La ricerca “La notte dopo gli esami?” arriva a conclusioni che sono meno pessimiste di quelle del ministro Gaetano Manfredi, che a Repubblica ha raccontato i timori di un crollo delle iscrizioni al primo anno pari a ventimila studenti. Il doppio di quelli ora stimati da Svimez. Dei 463.133 maturandi di questo giugno, 292mila sono studenti del Centro-Nord. Mantenendo la crisi economica 2008-2013 come riferimento, il direttore Svimez Luca Bianchi stima che la riduzione del tasso di proseguimento dalla scuola all’università possa essere di 3,6 punti nel Mezzogiorno (6.30…
ROMA - Il primo studio sull’università post-Covid dice che nell’Anno accademico 2020-2021 ci saranno diecimila immatricolati in meno, il tre per cento del totale. Due terzi di queste perdite saranno al Sud. La ricerca è dello Svimez, associazione di sviluppo dell’industria nel Mezzogiorno e istituto di ricerca con una storica attenzione al Meridione d’Italia. La ricerca “La notte dopo gli esami?” arriva a conclusioni che sono meno pessimiste di quelle del ministro Gaetano Manfredi, che a Repubblica ha raccontato i timori di un crollo delle iscrizioni al primo anno pari a ventimila studenti. Il doppio di quelli ora stimati da Svimez. Dei 463.133 maturandi di questo giugno, 292mila sono studenti del Centro-Nord. Mantenendo la crisi economica 2008-2013 come riferimento, il direttore Svimez Luca Bianchi stima che la riduzione del tasso di proseguimento dalla scuola all’università possa essere di 3,6 punti nel Mezzogiorno (6.300 studenti) e dell’1,5 per cento nel Centro-Settentrione (altri 3.200 diplomati che non andranno all’università).
Nel 2009 il Prodotto interno lordo su scala nazionale, restando alla crisi 2008-2013, cadde del 5,3 per cento. Le previsioni, oggi, convergono sul fatto che nei primi due trimestri del 2020 si dovrebbe registrare una caduta superiore: l’8,4 per cento su base annua. Bianchi spiega: “L’impoverimento delle famiglie, a seguito della crisi, si tradurrà, come avvenuto in passato, in una contrazione della spesa destinata agli studi universitari dei figli. E questo è ancor più vero se si pensa che, in linea con i livelli di reddito pro-capite delle famiglie italiane, gli studenti che pagano una retta annuale inferiore sono quelli con una fascia Isee più bassa, presenti più al Mezzogiorno che al Centro-Nord”. Sulla base dei dati dell’istituto, quasi il 50 per cento degli universitari del Sud e il 30 per cento di quelli del Centro-Nord rientrano nella prima fascia (con una retta annuale pari, in media, a 800 euro). “Sono queste le famiglie più esposte alla rinuncia della prosecuzione del percorso universitario con un duplice costo, individuale e collettivo, di riduzione della buona occupazione futura e di competitività del sistema Paese”.
Tra il 1991 e il 2020 il Meridione ha accusato un ritardo nelle immatricolazioni fino ai primi Anni 2000. Nel 2003 ha eguagliato e superato il tasso di proseguimento del Centro-Nord, probabilmente grazie alla riforma che in quegli anni introdusse il 3+2 nel sistema universitario italiano. Da allora, è iniziato un lento declino, esasperato dalla crisi 2008-2009, “che ha portato il Mezzogiorno a registrare i tassi di proseguimento scuola-università più bassi dell’intera area Euro”.
Il Paese tutto, d’altro canto, ha accumulato negli anni un forte ritardo rispetto ai partner europei nell’accesso all’educazione terziaria. Secondo dati Ocse, il tasso di immatricolazione dei ragazzi italiani (quota dei diciannovenni che si iscrive all’università) si attesta al 54,7 per cento restando al di sotto di altri Paesi europei come Francia (66,2 per cento), Germania (68,3) e Spagna (73). Questo determina un basso grado di istruzione terziaria dei 30-34enni che si attesta per il 2018 al 34 per cento in Italia rispetto a una media Ue del 45,8 per cento. Nel Mezzogiorno scende al 26,8 per cento, dodici punti in meno del Centro-Nord (area comunque al di sotto della media europea).
Come riferimento e memoria, vanno sempre ricordati gli esiti universitari della crisi 2008-2013. In quel quinquennio il tasso di passaggio nel Mezzogiorno è crollato di 8,3 punti percentuali mentre al Centro-Nord ha ceduto solo di 1,6 punti. In quei cinque anni gli iscritti al primo anno, al Sud, si sono ridotti di oltre 20 mila unità.
La ripresa degli immatricolati e del tasso di passaggio nel periodo di debole ripresa (2013-19) ha consentito solo un parziale recupero per il Mezzogiorno, ancora distante dodicimila immatricolati dai valori del 2008. Nel Centro-Nord, invece, si è tornati sui valori pre-crisi superando di trentamila immatricolati i numeri di dodici anni fa. Questi dati tengono conto della regione di residenza, non della sede di iscrizione universitaria. Quindi, visto che uno studente meridionale su quattro emigra verso un ateneo centro-settentrionale, si fa chiaro l’elemento di ulteriore indebolimento del sistema universitario del Mezzogiorno.
Il ministro dell’Università e della Ricerca ha anticipato a Repubblica cosa intende fare per aiutare post-diplomati e famiglie in questa fase di difficoltà economica: abbassamento della no tax area, investimenti per avere borse di studio per tutti i meritevoli. Lo Svimez ora propone un piano di intervento in sei punti. Sono questi: rendere sistematica la proposta strutturale del ministero dell’Università di estendere la no tax area da 13.000 a 20.000 euro in tutto il Paese prevedendo un innalzamento a 30.000. Cosa già chiesta dalle associazioni studenti. Quindi, prevedere, in conseguenza della crisi, una borsa di studio statale che copra l’intera retta 2020 nelle università pubbliche vincolando lo sconto al raggiungimento degli obiettivi previsti dal piano di studi nel primo anno di corso. Ancora, destinare le risorse del piano europeo Next Generation al rafforzamento del diritto allo studio nelle regioni a più basso livello di reddito. Rafforzare i cinque poli di formazione, ricerca e innovazione del Sud affinché possano diventare attrattori di capitale umano qualificato e imprese innovative. Garantire un investimento sulle infrastrutture digitali che colmi il divario esistenti tra atenei del Nord e atenei del Sud. Chiedere, infine, alle regioni o ad altri ministeri interventi in favore degli studenti su trasporti pubblici e, in generale il diritto allo studio. “La Campania, la Sicilia e la Puglia hanno già dato ottimi segnali”.
Il crollo del Pil e la rinuncia agli studi
Nel 2009 il Prodotto interno lordo su scala nazionale, restando alla crisi 2008-2013, cadde del 5,3 per cento. Le previsioni, oggi, convergono sul fatto che nei primi due trimestri del 2020 si dovrebbe registrare una caduta superiore: l’8,4 per cento su base annua. Bianchi spiega: “L’impoverimento delle famiglie, a seguito della crisi, si tradurrà, come avvenuto in passato, in una contrazione della spesa destinata agli studi universitari dei figli. E questo è ancor più vero se si pensa che, in linea con i livelli di reddito pro-capite delle famiglie italiane, gli studenti che pagano una retta annuale inferiore sono quelli con una fascia Isee più bassa, presenti più al Mezzogiorno che al Centro-Nord”. Sulla base dei dati dell’istituto, quasi il 50 per cento degli universitari del Sud e il 30 per cento di quelli del Centro-Nord rientrano nella prima fascia (con una retta annuale pari, in media, a 800 euro). “Sono queste le famiglie più esposte alla rinuncia della prosecuzione del percorso universitario con un duplice costo, individuale e collettivo, di riduzione della buona occupazione futura e di competitività del sistema Paese”.
Al Sud i tassi di proseguimento più bassi dell’area Euro
Tra il 1991 e il 2020 il Meridione ha accusato un ritardo nelle immatricolazioni fino ai primi Anni 2000. Nel 2003 ha eguagliato e superato il tasso di proseguimento del Centro-Nord, probabilmente grazie alla riforma che in quegli anni introdusse il 3+2 nel sistema universitario italiano. Da allora, è iniziato un lento declino, esasperato dalla crisi 2008-2009, “che ha portato il Mezzogiorno a registrare i tassi di proseguimento scuola-università più bassi dell’intera area Euro”.Il Paese tutto, d’altro canto, ha accumulato negli anni un forte ritardo rispetto ai partner europei nell’accesso all’educazione terziaria. Secondo dati Ocse, il tasso di immatricolazione dei ragazzi italiani (quota dei diciannovenni che si iscrive all’università) si attesta al 54,7 per cento restando al di sotto di altri Paesi europei come Francia (66,2 per cento), Germania (68,3) e Spagna (73). Questo determina un basso grado di istruzione terziaria dei 30-34enni che si attesta per il 2018 al 34 per cento in Italia rispetto a una media Ue del 45,8 per cento. Nel Mezzogiorno scende al 26,8 per cento, dodici punti in meno del Centro-Nord (area comunque al di sotto della media europea).
Come riferimento e memoria, vanno sempre ricordati gli esiti universitari della crisi 2008-2013. In quel quinquennio il tasso di passaggio nel Mezzogiorno è crollato di 8,3 punti percentuali mentre al Centro-Nord ha ceduto solo di 1,6 punti. In quei cinque anni gli iscritti al primo anno, al Sud, si sono ridotti di oltre 20 mila unità.
La ripresa degli immatricolati e del tasso di passaggio nel periodo di debole ripresa (2013-19) ha consentito solo un parziale recupero per il Mezzogiorno, ancora distante dodicimila immatricolati dai valori del 2008. Nel Centro-Nord, invece, si è tornati sui valori pre-crisi superando di trentamila immatricolati i numeri di dodici anni fa. Questi dati tengono conto della regione di residenza, non della sede di iscrizione universitaria. Quindi, visto che uno studente meridionale su quattro emigra verso un ateneo centro-settentrionale, si fa chiaro l’elemento di ulteriore indebolimento del sistema universitario del Mezzogiorno.