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Noi, italiani senza cittadinanza

Riparte la battaglia per una nuova legge per quel milione di persone che lo Stato considera stranieri. I volti, le storie e le loro battaglie per conquistare un diritto che finora gli è stato negato
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Maain Ashour, 23 anni


“Ora l’ho ottenuta. Però ho perso l’opportunità di fare l’Erasmus”

«Mi chiamo Maain Ashour, italianissima, 23 anni, di Carate Brianza in provincia di Monza, madre slovacca, padre algerino. Indosso il velo per scelta, nessuno in famiglia si è mai sognato di impormelo».

Maain la cittadinanza l’ha conquistata da poco ma ora con gli altri ragazzi di Actionaid combatte per sua sorella, due anni più grande, che non è riuscita ad averla. «Lei è nata in ospedale a Napoli ma per un errore di registrazione non risulta in Italia fino a tre mesi e quindi nella ricostruzione della sua vita, c’è un buco da neonata . In tanti come lei continuano ad essere privati di importantissime opportunità ».

Le sue rinunce Maain ha dovuto subirle da adolescente. Niente Erasmus, tanto per cominciare. &l…

Maain Ashour, 23 anni


“Ora l’ho ottenuta. Però ho perso l’opportunità di fare l’Erasmus”

«Mi chiamo Maain Ashour, italianissima, 23 anni, di Carate Brianza in provincia di Monza, madre slovacca, padre algerino. Indosso il velo per scelta, nessuno in famiglia si è mai sognato di impormelo».

Maain la cittadinanza l’ha conquistata da poco ma ora con gli altri ragazzi di Actionaid combatte per sua sorella, due anni più grande, che non è riuscita ad averla. «Lei è nata in ospedale a Napoli ma per un errore di registrazione non risulta in Italia fino a tre mesi e quindi nella ricostruzione della sua vita, c’è un buco da neonata . In tanti come lei continuano ad essere privati di importantissime opportunità ».

Le sue rinunce Maain ha dovuto subirle da adolescente. Niente Erasmus, tanto per cominciare. «Alle superiori avevo la possibilità di andare a studiare in Francia insieme ad una mia compagna marocchina, eravamo le prime in graduatoria ma ci è stato negato. E ho capito subito quanto il non essere cittadina italiana avrebbe rallentato la mia vita: università, bandi, progetti, concorsi. Io parlo italiano, sono nata e cresciuta qui e ho raggiunto gli stessi obiettivi scolastici dei miei compagni.Non basta».

Adesso Maain è italiana a tutti gli effetti, laurea in sociologia alla Bicocca a Milano. È una ragazza determinata che porta avanti le sue scelte ma continua a vivere quotidiani episodi di chi la considera diversa. «Quanto mi costa pronunciare quel sì ogni volta che mi si chiede se sono cittadina italiana, dai professori all’università alla gente che incontri in treno. È già abbastanza assurdo pensare che io non mi possa sentire italiana solo perché ho scelto di indossare il velo o per il colore della pelle. E io sono chiara».

Non ha mai subìto episodi di razzismo veri e propri ma Maain è una ragazza che include e che spiega ai suoi coetanei il perché delle sue scelte. «Alle medie, quando ho cominciato ad andare a scuola con il velo ho subìto atti di bullismo e di esclusione, le famiglie italiane sono cariche di pregiudizi e ostilità che spesso i genitori scaricano sui figli». Ed ecco la cittadinanza che vorrebbe per i tanti ragazzi come lei: «È giusto che ci si chieda consapevolezza e conoscenza della costituzione. Ma ci sono ragazzini italiani che non conoscono neanche l’articolo 1 della Costituzione. In Italia c’è ancora un timore da parte di chi pensa di dover concederci un qualcosa che invece è semplicemente un nostro diritto».


Hajaar Drissi, 22 anni


“Vivo qui da 14 anni. Adesso la mia vita è ferma a un bivio restare o andare via”

Il giorno della laurea in cooperazione internazionale all’Università di Bologna, tutti si sono presentati vestiti in abiti marocchini. «Con la mia famiglia avevamo fatto una scommessa: se avessi concluso con 110 e lode ci saremmo vestiti in abiti tradizionali, per far passare il messaggio che gli stranieri sono anche qualcosa di positivo per l’Italia. E sono riuscita a far vestire tutti i miei italianissimi amici». Hajaar Drissi, 22 anni, è nata in Marocco, è vissuta per i primissimi anni della sua vita in una tribù berbera, poi a 8 anni ( quando il padre insegnante è stato scelto per uno scambio culturale tra professori) è arrivata in Italia, nelle Marche, con la sua famiglia e c’è rimasta.

È una delle animatrici di Radio Kivuli, web radio fondata nei giorni del lockdown per non interrompere il progetto di campagna per una nuova legge sulla cittadinanza. «Durante la quarantena ci è mancato il contatto fisico. Il lockdown è stato ancora più duro per chi vive sulla sua pelle le diseguaglianze. Io sono una di quelli. Non ho ancora la cittadinanza, nonostante viva in Italia da 14 anni. Ho fatto domanda ma dopo il decreto Salvini i tempi per l’iter si sono allungati e non mi attendo una risposta prima del 2023».

Anche lei ha dovuto rinunciare a tante opportunità. Il primo shock a 16 anni. «Mi hanno lasciato all’aeroporto di Orio al Serio da sola alle 4 del mattino. Dovevo partire con la mia classe per la Lettonia per uno scambio europeo ma avevo il permesso di soggiorno scaduto e non mi hanno fatto salire a bordo nonostante la questura mi avesse detto che potevo partire». Anche oggi la vita di Hajar è ferma davanti a un bivio. «Il mio desiderio è andare a fare una laurea magistrale a Parigi ma non mi è concesso.

Ero la prima in graduatoria per Bruxelles, sembrava che si fosse sistemato tutto ma alla fine mi hanno trattato come se provenissi direttamente dal Marocco. E dall’altra parte per la legge italiana, se passo 6 mesi fuori dall’Italia non ho più diritto ad ottenere la cittadinanza. Quindi o aspetto il 2023 per continuare a studiare ( sempre che per quella data mi diano i documenti) o devo fare altro in Italia». Persino farsi assumere da sua madre è un problema. « Sono tornata per l’estate a Jesi dove mia madre ha un’attività. Voleva farmi un regolare contratto ma io ho i documenti scaduti. E la mia vita si è fermata».


Sonny Olumati, 34 anni


“Sono nato a Roma. Faccio tanti lavori ma nessuno potrà mai assumermi”

Sonny, di che origini sei? Pausa e poi con voce alterata. «Romanooo. Io sono nato e cresciuto a Roma e quindi le mie origini sono italiane». Comincia male il colloquio con Sonny Olumati, 34 anni, 16 dei quali passati ad attendere una cittadinanza italiana che ancora non arriva.

«Mi chiedi perché? Non lo so perché. Da 16 anni la burocrazia italiana mi chiede i documenti più incredibili, inesistenti, da reperire in Nigeria ( paese dei miei genitori, non mio). E lo stesso a mio fratello, nato anche lui qui. E così è almeno per altri 100.000 ragazzi nati in Italia da genitori stranieri e quindi italiani a tutti gli effetti ma che di fatto subiscono una discriminazione. Mi viene da ridere quando sento che si vuole riportare da 4 a 2 anni l’arco di tempo entro il quale lo Stato italiano deve concludere l’iter di riconoscimento della cittadinanza».

Sonny Olumati, ballerino, coreografo, videomaker, giornalista, ma soprattutto uno degli attivisti più impegnati nella lotta per le modifiche della legge sulla cittadinanza in Italia è mille cose e niente.

Ci spiega: «Io ho studiato medicina, ma nel frattempo la mia vita ha preso mille altre strade che però non sboccheranno mai in un contratto di lavoro. Non ho le stesse opportunità degli altri ragazzi italiani e questo a prescindere dalle mie capacità. Lavoro moltissimo con i ragazzi ma se voglio fare l’educatore non posso. E non posso fare il maestro. Faccio anche il reporter, ho vinto dei premi giornalistici ma nessuno mi assumerà mai. Per me un servizio di prova non si trasformerà mai in un lavoro. Semplicemente sono opportunità negate. Se i tuoi documenti sono un permesso di soggiorno che scade fra tre mesi, ti dicono: ‘Sei bravo ma ci vediamo la prossima volta quando avrai dei documenti”».

Una vita tutta in salita che fa maturare un sentimento di rabbia e di rivalsa verso una comunità che sembra non riconoscerti: «La mia identità spirituale non me la toglie nessuno ma non ti senti uguale agli altri. I viaggi, l’accesso alle cure, l’impossibilità a partecipare a un concorso, sei sempre un passo indietro. Non è un problema razziale, ma in Italia ti chiedono di chi sei figlio, ma che c’entrano i miei genitori? Io sono originario di Roma, parlo romano e vivo in questa città come qualsiasi altra persona. O non sono abbastanza romano?».