Cronaca

'Ndrangheta: chi è Giorgino "Malefix", il figlio del boss che ha conquistato la ex del Grande Fratello Vip

Giorgio De Stefano 'Malefix' sulla copertina di 'Chi' con la sua compagna Silvia Provvedi (del duo Le Donatelle) (ansa)
Dalla Calabria a Milano, passando per Ibiza. Il jet set e l'amore per Silvia Provvedi, volto noto del talent show. Ecco chi è il rampollo della cosca finito in manette
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A Milano rampante imprenditore, a Reggio Calabria, figlio ed erede di boss. Sulla riva calabrese dello Stretto paciere scelto per sedare pericolose frizioni, in nome di un casato che è sinonimo e sintesi di quasi un secolo di storia criminale, sotto la Madonnina, volto noto nei locali, conteso ai tavoli dei privé, ben visto nel jet set.

Posti frequentati da chi con gli ergastolani ci parla solo nelle fiction che recita. Lui lo faceva davvero e a gente come Alfonso Molinetti, patriarca con un paio di decenni di carcere alle spalle per omicidio, diceva "i miei fratelli me lo hanno sempre detto, noi vi dobbiamo venerare". Fedeltà cementate in una guerra vera, che sull’asfalto di Reggio Calabria dall’85 al '91 ha lasciato 800 morti ammazzati.

Aveva molte vite Giorgino De Stefano e alla bisogna le indossava. Premuroso compagno di una starlette come Silvia Provvedi, pronto a sorvolare con messaggi d’amore la casa del Grande fratello vip in cui era reclusa, a Reggio Calabria uomo di 'ndrangheta capace di parlare la lingua dei boss, addestrato a mostrare rispetto ai patriarchi senza essere servile, a proporre offerte di pace che nascondono messaggi di guerra.

A Milano nessuno sapeva di preciso che lavoro facesse, ufficialmente risulta nullatenente e con in disponibilità una sola srl inattiva. Ma i soldi li aveva sempre. Tanti. Habitué della movida meneghina dicono che non esitasse mai a mettere mano al portafoglio per invitare, offrire, omaggiare. Generosità che sembra aver spento ogni curiosità. Magari qualcuno il sospetto lo aveva. Anche la sua compagna lo chiamava "Malefix", come il cattivo dei Ghostbusters. Nessuno però è sembrato mai preoccuparsene più di tanto.

La Milano da bere e il sottobosco di calciatori, vip e starlette che la popola, hanno accolto il figlio del boss a braccia aperte insieme al suo secondo. Nessuno ha mai fatto troppe domande anche quando hanno iniziato a circolare le voci sul pedigree criminale di famiglia, facilmente verificabile con una rapida ricerca su Google.
Una storia criminale - ha ricostruito la procura antimafia di Reggio Calabria - che Giorgino non ha mai rinnegato. Anzi, ha voluto farne parte a tutti i costi. Figlio illegittimo di don Paolino De Stefano, nato a Milano, da adolescente ha scelto di voler essere boss, di far parte della storia criminale di famiglia, di cui si trova traccia già dal 1930 nelle carte dei tribunali.

Quando gli hanno stretto le manette ai polsi non ha proferito fiato, non ha accennato a proteste. La Mobile lo ha cercato prima nella sua casa di via Boscovich, lasciata non per timore di arresti ma per colpa di un condizionatore rotto. E quando lo hanno beccato nell’appartamento ai Navigli della cognata, Giulia Provvedi, non ha accennato a fughe, non ha accampato scuse. È rimasto di ghiaccio mentre gli agenti della Mobile passavano in rassegna le sue cose e gli mettevano in mano un malloppo di quasi 600 pagine di ordinanza di custodia cautelare.

Come i suoi fratelli Carmine, Dimitri, Peppe prima di lui. Come il padre, don Paolino De Stefano, che per primo ha capito l’importanza strategica dei rapporti con politica, massoneria, istituzione, che su quei pilastri e al costo di una guerra ha fondato la ‘ndrangheta nuova negli anni dei Moti di Reggio e del golpe Borghese. "Tutta Reggio Calabria camminava sulle scarpe di mio padre" ha detto nell’unico interrogatorio a cui si è sottoposto Peppe De Stefano, capocrimine di Reggio Calabria e fratello di Giorgino, per raccontare il legame organico con la borghesia, cittadina e non solo, cementato in quegli anni e sopravvissuto anche all’omicidio di don Paolino.   

L’agguato in cui nell’85 il boss è stato ucciso è stato l’inizio di una guerra, ma il potere dei De Stefano non è morto in quel conflitto, anzi ne sono usciti rafforzati. E nella venerazione del casato criminale a cui ha sempre voluto legittimamente appartenere, Giorgino De Stefano è cresciuto. Con l’avallo dei fratelli, a 37 anni è diventato ufficialmente un De Stefano, con tanto di cambio di cognome e di codice fiscale, e ruolo nella gerarchia mafiosa di famiglia.

Di strada ne ha fatta da quando a Reggio Calabria risultava titolare di una lavanderia che lavorava in perdita, ma serviva per tenere occupata la mamma e la zia e lui – dice il pentito Enrico De Rosa – "frequentava con ragazzini, tipo, di 25-26 anni che facevano bordello, insomma, che non erano, insomma, delle persone tranquille, che conducevano una vita riservata, erano troppo appariscenti; ma del resto, lui era troppo appariscente". E per il galateo della ‘ndrangheta non va bene. “Aveva tipo mazzetti da 500 euro – racconta ancora De Rosa -  non finiva mai gli ho detto: ‘Giorgio ma dove li prendi? Le stampi forse?’ e ne aveva una marea”. Dare nell’occhio, per un figlio di boss è vietato.

“Non dava una buona immagine, soprattutto - dice il collaboratore - al cugino Giovanni” reggente del clan mentre i fratelli di Giorgino erano in carcere. Ma la stoffa criminale c’era, parola del patriarca don Peppe Pelle che una decina di anni fa con il boss Ficara chiamava Giorgino “u latriceddu” (il ladruncolo) ma gli riconosceva la capacità di mettere su “una bella squadra di ragazzi”.

Per questo – spiega - è stato mandato in Lombardia, dove i De Stefano sono di casa dal 1970 e il capocrimine Peppe De Stefano ha sempre avuto voce in capitolo. “Lo hanno mandato a Milano, lo hanno cacciato per non prenderlo a calci in culo, lo hanno spedito fuori, non è soltanto svolgere, tipo, un'azione di presenza nella famiglia De Stefano negli interessi milanesi è anche perché a Reggio stava facendo danni della madonna”.

E di interessi a Milano i De Stefano ne avevano e ne hanno tanti. Lo conferma lo stesso Giorgino intercettato. “Ci sono tante opportunità, perché dobbiamo litigare?” dice ad Alfonso Molinetti, che alla sua corte non vede l’ora di piazzare il figlio mentre critica i nipoti, più interessati a mostrare la faccia cattiva in riva allo Stretto che a far soldi fuori. “Io gliel'ho detto mille volte a Peppe... ed Alfonso pure... gli ho detto... venitevene lì sopra, mi date pure una mano- concordava De Stefano - Io uno sono però abbiamo un sacco di cose da fare. Uno si cura un paese all'estero, uno si cura i rapporti con altri cristiani.. cioè possiamo, potevamo fare un sacco di cose”. Cose che gli investigatori stanno cercando, mentre cercano di ricostruire gli anni milanesi di Giorgino, messo a balia da Paolo Martino, ministro degli affari della ‘ndrangheta al Nord.

Una scuola che gli ha insegnato a non dare troppo nell’occhio, a nascondersi, magari anche all’estero. “Quando è stato il fatto pure di Dimitri...hanno arrestato a Dimitri e gli hanno fatto l'operazione... a mio zio.. me ne sono andato io – racconta intercettato - Sono stato fuori, venivo sempre con la macchina, scendevo da fuori... stavo una settimana e poi ripartivo di nuovo... e stavo in Spagna no?... pure... in estate stavo a Ibiza”.

A Reggio Calabria si faceva vedere poco, ci arrivava di notte e ben attento – racconta – a lasciare i cellulari altrove. Una toccata e fuga, solo per monitorare gli affari di famiglia, feste comandate e matrimoni a cui non si può mancare e per lanciare messaggi. Dando il braccio alla moglie del fratello, Giuseppe De Stefano si è presentato alla pronuncia della sentenza d’appello che ha seppellito il parente in carcere per un’altra decina d’anni. Un modo per testimoniare concretamente che la linea di comando non è cambiata. E di fronte a lui, la folla di parenti degli imputati si è aperta come il Mar Rosso. Perché un figlio di boss rimane un figlio di boss. Anche negli anni in cui a braccarlo sono i paparazzi e sembra più interessato al jet set che alle riunioni di ‘ndrangheta. Almeno ufficialmente. Perché quando poi a raccontarlo sono le carte giudiziarie e non i rotocalchi, la storia diventa assai diversa. E racconta di una ‘ndrangheta che ha imparato a nascondersi, mimetizzarsi, farsi accettare.