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Paula e i nuovi poveri per colpa del virus. "Ho perso il lavoro, non so come sfamare mio figlio"

Faceva la cameriera ma l'albergo ha chiuso. La sua battaglia quotidiana al discount per fare la spesa calcolata al centesimo
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MILANO - In questa storia ci sono due dettagli falsi. Il nome di una donna e quello di suo figlio, un bambino di 7 anni che di questi tempi mangia merendine da 8 centesimi l’una, il pacco da dieci costa infatti 85 centesimi. Ci può essere un peggio. In alcuni discount costano meno, “ma non posso togliere a Simon anche questo piccolo piacere. E comunque le ho assaggiate anche io. Non sono cattive”. Questa è la disperazione di Paula, 38 anni, sudamericana in Italia da 18 anni, cameriera ai piani in un albergo grande sulla tangenziale di Milano. “Avevamo una vita decente, avevo persino la macchina”, bisogna quindi capire la vergogna di raccontare la propria povertà, la richiesta di non dire il nome dell’hotel per paura “che non mi riprendano”, e neanche del paese in cui vive, “per paura del giudizio, i vicini, la gente”.

Intanto la Micra rossa è ferma sotto casa, sotto una copertina di polvere che &e…
MILANO - In questa storia ci sono due dettagli falsi. Il nome di una donna e quello di suo figlio, un bambino di 7 anni che di questi tempi mangia merendine da 8 centesimi l’una, il pacco da dieci costa infatti 85 centesimi. Ci può essere un peggio. In alcuni discount costano meno, “ma non posso togliere a Simon anche questo piccolo piacere. E comunque le ho assaggiate anche io. Non sono cattive”. Questa è la disperazione di Paula, 38 anni, sudamericana in Italia da 18 anni, cameriera ai piani in un albergo grande sulla tangenziale di Milano. “Avevamo una vita decente, avevo persino la macchina”, bisogna quindi capire la vergogna di raccontare la propria povertà, la richiesta di non dire il nome dell’hotel per paura “che non mi riprendano”, e neanche del paese in cui vive, “per paura del giudizio, i vicini, la gente”.

Intanto la Micra rossa è ferma sotto casa, sotto una copertina di polvere che è cominciata a cadere lo scorso 15 aprile, “l’assicurazione è scaduta, io non ho i soldi per pagare. Adesso che è finito il lockdown, andiamo a piedi”. Dove, è un problema, visto che la sua minifamiglia abita in un condominio dell’hinterland, zona nord, laggiù c’è Milano, intorno quasi niente. Più di un chilometro per arrivare al distributore, accanto c’è il Tigotà e un concessionario di auto, poi si va verso il centro del paese dove ci sono: due banche, una gelateria, un negozio di pizza a domicilio. Un Carrefour grande, e un discount piccolo dove a metà mattinata si va a fare la spesa, comprando poco, perché la vita di Paula e Simon è precipitata al basso in due mesi, “quando l’albergo ha chiuso per il virus ho pensato: è finita, non riaprirà più. Meno male che ho dei risparmi”.

Quei soldi – “830 euro e rotti” – sono finiti presto perché “ho dovuto pagare l’affitto, 430 euro, più il gas e la luce”. L’ultimo stipendio ricevuto, 940 euro, era febbraio. “Io e Simon stavamo davanti alla televisione, i telegiornali parlavano solo di morti. Avevamo paura. Intanto io pensavo: devo lavorare, l’albergo deve riaprire, dobbiamo pur mangiare”. Paula è sola, il compagno è diventato invisibile dopo la nascita del figlio. “Non ho altri aiuti, i miei vivevano al mio Paese, ma sono morti da anni. Non ho una nonna a cui affidare Simon, ma c’era la scuola, è. E’ finita anche quella”. Il bambino non ha perso l’allegria, ha una maglietta nera troppo grande (“perché è mia”), gioca a nascondersi dietro la mamma “e non ha neanche perso peso. Prima, mangiavamo bene. Sono sempre stata attenta a quello che compravo, meglio spendere un po’ di più che comprare schifezze. Adesso è diverso”. Nel carrello finiscono due pacchi di pasta da 40 centesimi, penne e farfalle. Quattro uova (0,80). Mezzo chilo di pomodori (0,62). Una spesa da 2,22. “Non sono proprio schifezze, ma roba che a febbraio non avrei comprato. I pomodori sembrano finti, la pasta si scuoce subito. Faccio molta pasta, e patate. Una volta, quando ero ricca, andavo al Carrefour, sì che stavamo bene allora”. All’epoca Paula comprava addirittura le braciole di maiale, “ora sono passata ai fusi di pollo, costano poco. Per fortuna Simon non si lamenta, ma abbiamo mangiato tanto di quel pollo. Ogni tanto compro i wurstel, uno a testa, spendo 30 centesimi, fa 15 centesimi a testa”, e così si mangia.

Tutto deve costare poco. Il detersivo, “2,20 euro per due litri e mezzo. Non lava molto bene, prima prendevo il Dixan”. Paula non compra niente per sé, neanche i trucchi di sottomarca, “e ho tolto lo smalto dalle unghie, forse è meglio così, più sano”. I capelli nero-lucido raccolti a coda, “così risparmio sul parrucchiere. Ho fatto i conti che con i soldi che non spendo lì posso comprare lo shampoo, il bagnoschiuma, il dentifricio e tutti i detersivi”. Così, un centesimo dopo l’altro, si tira avanti il mese, aspettando la famosa cassa integrazione: “Mai arrivati, quei soldi. Siamo stati messi tutti subito in cassa, ma io non ho visto niente. Anche stamattina, ho guardato nel mio ‘cassetto’ Inps. Non c’erano. Ho chiesto aiuto al mio sindacato, la Cisl, loro mi avevano già aiutata, il contratto della mia cooperativa era infine stato assimilato a quello dei dipendenti dell’albergo”. Ma la crisi degli alberghi ha colpito tutti, non ha fatto distinzioni, gli alberghi hanno chiuso, semplicemente.

“Un giorno che ero disperata, ho telefonato in Comune. L’assistente sociale è stata gentile, mi ha fatto la pratica per avere il contributo per l’emergenza di 480 euro”. Intanto si passa proprio davanti al municipio, orrenda costruzione dei Settanta dove si entra solo su appuntamento e Paula vorrebbe tanto entrare per chiedere se per caso, “ma non chiedo l’elemosina”, esistono dei contributi che lei non conosce, “mi basta arrivare a settembre, allora l’albergo spero riaprirà. Riaprirà?”. Chi può dirlo, e poi quel tipo di hotel lavorava sulle fiere, sul flusso del business che per ora non si vede, Paula è in fondo alla catena, “arriverà un giorno che dovranno ripulire tutto, mi chiameranno”, intanto il bambino dice “mamma ho caldo, andiamo al parco”. Il parco delle Groane però è troppo lontano, a piedi non ce la si fa. Quindi si torna lungo la provinciale, a casa, a contare le monete di rame, è così che si diventa poveri.