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Omicidio Cerciello, nel cellulare di Varriale la foto che riscrive la storia della serata

Nel telefonino del collega del carabiniere ucciso trovata l'immagine di Hjorth con Brugiatelli: l'aveva ricevuta da altri militari e prova che gli americani erano pedinati da tempo
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Mentre gli aerei si riempiono, i ristoranti si ripopolano, le piazze si gonfiano di tifosi in festa, il processo contro Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, accusati dell’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, si tiene ancora a porte chiuse. E da queste porte chiuse emerge un nuovo documento, una foto che racconta più di tante parole, perché contribuisce a riscrivere un pezzo di verità su quanto accadde quella maledetta notte.

È il 26 luglio, pochi minuti dopo la mezzanotte, e nell’acquario tropicale di Trastevere nuotano pesci di ogni specie: spacciatori, ragazzi in cerca di uno sballo, venditori ambulanti, musicisti di strada, “guardie”. Quattro giovani carabinieri fuori dal servizio intercettano il movimento di Gabriel e Finnegan. È un movimento scomposto, tipico di uno straniero che nuota in un mare sconosciuto. Il maresciallo Mauro D’Ambrosi se ne rende conto e apre una chat whattsapp con Andrea …
Mentre gli aerei si riempiono, i ristoranti si ripopolano, le piazze si gonfiano di tifosi in festa, il processo contro Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, accusati dell’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, si tiene ancora a porte chiuse. E da queste porte chiuse emerge un nuovo documento, una foto che racconta più di tante parole, perché contribuisce a riscrivere un pezzo di verità su quanto accadde quella maledetta notte.

È il 26 luglio, pochi minuti dopo la mezzanotte, e nell’acquario tropicale di Trastevere nuotano pesci di ogni specie: spacciatori, ragazzi in cerca di uno sballo, venditori ambulanti, musicisti di strada, “guardie”. Quattro giovani carabinieri fuori dal servizio intercettano il movimento di Gabriel e Finnegan. È un movimento scomposto, tipico di uno straniero che nuota in un mare sconosciuto. Il maresciallo Mauro D’Ambrosi se ne rende conto e apre una chat whattsapp con Andrea Varriale, che in quel momento si trova in un’auto civetta insieme a Mario Cerciello Rega.
«Stong arretr a due, due polletti che s’vonn accattà! – scrive D’Ambrosi – Stann chiedendo a tutt’quant! Appena vedo o’ scagn cerco di intervenire! Stanno chiedendo a tutti. Credimi, so’ proprio due polli». E Varriale risponde: «Perfetto, Tu comm hai bloccato, subito venimm! Caricamm rint a machina e ci purtamm!».

Mentre il contenuto della chat era già emerso, si erano perse le tracce di quella foto che D’Ambrosi – secondo quanto da lui stesso dichiarato nel corso del processo – aveva cancellato dal cellulare. Un gesto che non ha saputo giustificare se non dicendo che – di tanto in tanto – è solito eliminare il contenuto delle sue conversazioni. Eppure, nelle migliaia di pagine dei faldoni allegati al dibattimento, la foto rispunta fuori, estratta – stavolta – dal cellulare di chi l’ha ricevuta: il carabiniere Andrea Varriale.

L’immagine ritrae Gabriel Hjorth e Sergio Brugiatelli seduti in un angolo di piazza Trilussa. In primo piano la bicicletta di Brugiatelli, l’uomo con la canotta e un tatuaggio a forma di picche sul mento, la testa rasata e i muscoli tirati. Alla sua sinistra il ragazzo venuto da San Francisco, i capelli chiari, quasi biondi, e una camicia colorata indosso.

Quella foto diventa un documento centrale nel processo non solo perché registra l’inizio del pedinamento che porta i quattro carabinieri nel luogo dove, grazie alla mediazione di Brugiatelli, Gabriel avrebbe incontrato Italo Pompei per acquistare un grammo di cocaina, ma anche perché aggiunge un nuovo punto interrogativo alla versione dello stesso Andrea Varriale.

Il documento prova che già dalla mezzanotte Varriale avesse visto Hjorth, e rimette di nuovo in discussione le dichiarazioni rilasciate dal collega di Mario Cerciello Rega pochi minuti dopo la colluttazione con gli americani, quando disse di essere stato aggredito da due magrebini. Intanto Heidi Hjorth, madre di Gabriel, bloccata da oltre quattro mesi a San Francisco per colpa del Covid, affida proprio a Repubblica la ricostruzione di queste difficili settimane.

«Dopo quasi 12 mesi in cui mio figlio è trattenuto in attesa di giudizio – dice – a volte non so raccontare neanche a me stessa come sto. Il tempo scorre così lento ed immobile quando attendi un figlio che puoi vedere solo una volta alla settimana attraverso pochi minuti di conversazione rumorosa.

Da febbraio, per via del virus, non sono più potuta venire a Roma ad abbracciarlo in carcere per i colloqui, e si è aggiunta un’apprensione ulteriore e un aggravato il senso di impotenza. È dura. La sua stanza è vuota... a volte apro quella la porta, faccio due passi senza meta, senza scopo, vago con la mente cercando di ricomporre lo scandire della sua giovane vita dentro Regina Coeli, mentre il processo è finalmente partito».