La danza di Sita contro i pregiudizi dell'Indonesia
di Sebastien FallettiMessa alla gogna in tutto il paese come immorale e colpevole di aver importato il virus nel paese islamico, una ballerina ha avuto la forza di trasformarsi in ambasciatrice di speranza e di rinascita (Le Figaro)
Tra i quasi sette milioni di pazienti colpiti da coronavirus in tutto il pianeta, Sita Tyasutami è la prima ad aver appreso la sua diagnosi dal telegiornale. Anzi, a emettere il responso è stato il presidente indonesiano in persona, Joko Widodo. A mezzogiorno, lunedì 2 marzo, la maestra di danza di 31 anni dai lunghi capelli neri corvini riposa in un ospedale di Giacarta, accanto a sua madre Maria Darmaningsih, in seguito a febbre e forti attacchi di nausea. Dallo schermo, dopo varie settimane di smentite, il leader politico che si atteggia a Barack Obama annuncia una notizia devastante: tra i 267 milioni di indonesiani sono stati individuati i primi due casi di coronavirus. “Jokowi”, come viene chiamato, non svela i nomi dei pazienti, ma l’età e la descrizione corrispondono esattamente con i loro profili: sono Sita e Maria.
Sconcertate, le due donne rivolgono domande alle infermiere, anche loro inconsapevoli. Nel…
Sconcertate, le due donne rivolgono domande alle infermiere, anche loro inconsapevoli. Nel…
Tra i quasi sette milioni di pazienti colpiti da coronavirus in tutto il pianeta, Sita Tyasutami è la prima ad aver appreso la sua diagnosi dal telegiornale. Anzi, a emettere il responso è stato il presidente indonesiano in persona, Joko Widodo. A mezzogiorno, lunedì 2 marzo, la maestra di danza di 31 anni dai lunghi capelli neri corvini riposa in un ospedale di Giacarta, accanto a sua madre Maria Darmaningsih, in seguito a febbre e forti attacchi di nausea. Dallo schermo, dopo varie settimane di smentite, il leader politico che si atteggia a Barack Obama annuncia una notizia devastante: tra i 267 milioni di indonesiani sono stati individuati i primi due casi di coronavirus. “Jokowi”, come viene chiamato, non svela i nomi dei pazienti, ma l’età e la descrizione corrispondono esattamente con i loro profili: sono Sita e Maria.
Sconcertate, le due donne rivolgono domande alle infermiere, anche loro inconsapevoli. Nel giro di pochi minuti, i loro telefoni ricevono una miriade di messaggi preoccupati. “Ero in riunione in città, e all’improvviso su WhatsApp sono stato inondata da messaggi dei miei conoscenti che mi chiedevano se si trattasse di Sita e di mia madre” racconta la sorella maggiore Ratri Anindyajati, ripresasi a sua volta dalla malattia. La risposta del test per il Covid arriva finalmente in ospedale: il tampone è positivo. “Ero sconvolta, ma non ho avuto paura perché ci stavano curando bene”, racconta oggi Sita, raggiunta telefonicamente nella sua casa di Depok, alla periferia di Giacarta, da tempo assediata dai giornalisti.
Quel giorno, però, la giovane donna non sa che il peggio deve ancora arrivare. Suo malgrado, infatti, è diventata “la paziente zero del Covid”, un caso politico così esplosivo che il risultato del suo test arriva al gabinetto del presidente prima ancora che ne sia informata lei stessa. Fino a quel momento, il quarto Paese più popoloso del mondo si vantava di essere stato risparmiato dalla pandemia grazie al suo isolamento ma soprattutto, come dicono gli esperti che denunciano la politica dello struzzo, all’assenza di test.
L’annuncio semina il panico nei supermercati di “big Durian”, come è soprannominata la metropoli tentacolare all’equatore. Per rassicurare la popolazione, il regime mette in scena l’uscita dall’ospedale delle pazienti guarite e organizza una conferenza stampa. Sita confessa che “il fiume di odio online che è seguito è stato assai peggio del virus”.
Il Covid fa molti più danni all’anima che al corpo
Molto presto, infatti, ai messaggi subentra una caccia alle streghe. Sita e la madre sono accusate di “aver importato” il virus in un paese musulmano per la prima volta al mondo. Su Twitter spopola l’hashtag #Sitacorona. Poi la profezia di Andy Warhol devia verso un linciaggio medievale ai tempi di Instagram: come aveva pronosticato il leggendario artista della cultura pop, ognuno ha diritto al suo quarto d’ora di celebrità ma, in tempi di pandemia, quel sogno si trasforma in incubo. “Qualcuno ha dato in pasto ai giornali la nostra identità, rivelando il mio indirizzo, il miei account, il mio numero di telefono” spiega Sita, puntando il dito contro le autorità locali di Depok. Il presidente Jokowi lancia un appello per proteggere la loro privacy, ma è troppo tardi. Le foto del suo account Facebook e persino del suo profilo WhatsApp iniziano a circolare ovunque, accompagnate da una valanga di insulti e di minacce di morte. “Tutta l’Indonesia mi ha visto in bikini” commenta oggi Sita con una risata sarcastica. Dopo tre mesi di delirio, la giovane donna adesso ha ritrovato la sua forza, la sua voce, la sua disinvoltura. Afferma di essere sopravvissuta alla dura prova grazie all’affetto della madre e di sua sorella Ratri, risultata anche lei positiva al test, ma asintomatica.
Madre e figlie, queste “tre grazie” istruite e maestre di danza, sono diventate i capri espiatori dei conservatori in una società afflitta dall’islamismo radicale e misogino, arrivato in tempi recenti dal Medio Oriente, e in pieno decollo economico. “Mi accusano di essere una prostituta che va a letto con gli stranieri o di essere una lesbica posseduta dal demonio” racconta Sita, francofona, che insegna danza a Giacarta.
Sita sarebbe rimasta contagiata durante una serata di danze latinoamericane che aveva organizzato in un ristorante. Questi dettagli alimentano l’immaginario licenzioso della Rete. La sua professione – la medesima della madre che insegna danza tradizionale giavanese presso il prestigioso Istituto delle arti di Giacarta – le attira accuse di immoralità. Maria è una signora distinta, insignita del titolo di cavaliere delle arti e delle lettere. Ratri, dai riccioli grigi che creano un forte contrasto con la sua pelle olivastra, è produttrice artistica e lavora tra Los Angeles e Vienna. Questa famiglia raffinata e unita incarna una borghesia colta e cosmopolita agli occhi dei conservatori xenofobi. “La danza è la mia vita!” afferma Sita, scossa nel profondo. Il terzetto di donne sfida i puritani di questo Paese in via di sviluppo dove il divario educativo tra le élite della capitale e la popolazione rurale sparsa tra la giungla e le risaie di 17mila isole si trasforma in abisso sui social network, la cui percentuale di diffusione è tra le più alte al mondo.
Con il passare delle settimane, i “casi Covid 0, 1, 2” subiscono lo shock, soffrono e infine lanciano, sempre online, la loro controffensiva. La fragile salute della secondogenita peggiora a causa dello stress e la madre non si azzarda più a uscire di casa senza essere scortata dalla polizia. “Sita si sentiva in colpa. Le ho detto di farsi bella, di truccarsi e che era necessario opporre resistenza a quell’ondata di menzogne lanciando una campagna positiva” racconta Ratri, guarita anche lei. Approfittando della loro nuova fama, le tre donne decidono di diventare ambasciatrici di speranza in piena epidemia da Covid, per lottare contro i pregiudizi e le paure. Sita dimostra che guarire dal coronavirus è possibile e posta su Instagram foto che la ritraggono sorridente per i suoi 13mila follower. Poi si mette a capo di una campagna di raccolta fondi per aiutare le popolazioni in miseria di Depok colpite dalla paralisi economica. Questa offensiva di charme è appoggiata dalle autorità, che cercano di virare tutto in direzione dell’ottimismo, malgrado le critiche degli esperti. Le tre donne non se ne preoccupano, si astengono dal fare politica con la speranza di diventare un antidoto all’angoscia per l’epidemia. “Il Covid fa molti più danni all’anima che al corpo” conclude Sita, che adesso non vede l’ora di tornare a danzare.
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Anna Bissanti)
Sconcertate, le due donne rivolgono domande alle infermiere, anche loro inconsapevoli. Nel giro di pochi minuti, i loro telefoni ricevono una miriade di messaggi preoccupati. “Ero in riunione in città, e all’improvviso su WhatsApp sono stato inondata da messaggi dei miei conoscenti che mi chiedevano se si trattasse di Sita e di mia madre” racconta la sorella maggiore Ratri Anindyajati, ripresasi a sua volta dalla malattia. La risposta del test per il Covid arriva finalmente in ospedale: il tampone è positivo. “Ero sconvolta, ma non ho avuto paura perché ci stavano curando bene”, racconta oggi Sita, raggiunta telefonicamente nella sua casa di Depok, alla periferia di Giacarta, da tempo assediata dai giornalisti.
Quel giorno, però, la giovane donna non sa che il peggio deve ancora arrivare. Suo malgrado, infatti, è diventata “la paziente zero del Covid”, un caso politico così esplosivo che il risultato del suo test arriva al gabinetto del presidente prima ancora che ne sia informata lei stessa. Fino a quel momento, il quarto Paese più popoloso del mondo si vantava di essere stato risparmiato dalla pandemia grazie al suo isolamento ma soprattutto, come dicono gli esperti che denunciano la politica dello struzzo, all’assenza di test.
L’annuncio semina il panico nei supermercati di “big Durian”, come è soprannominata la metropoli tentacolare all’equatore. Per rassicurare la popolazione, il regime mette in scena l’uscita dall’ospedale delle pazienti guarite e organizza una conferenza stampa. Sita confessa che “il fiume di odio online che è seguito è stato assai peggio del virus”.
Il Covid fa molti più danni all’anima che al corpo
Molto presto, infatti, ai messaggi subentra una caccia alle streghe. Sita e la madre sono accusate di “aver importato” il virus in un paese musulmano per la prima volta al mondo. Su Twitter spopola l’hashtag #Sitacorona. Poi la profezia di Andy Warhol devia verso un linciaggio medievale ai tempi di Instagram: come aveva pronosticato il leggendario artista della cultura pop, ognuno ha diritto al suo quarto d’ora di celebrità ma, in tempi di pandemia, quel sogno si trasforma in incubo. “Qualcuno ha dato in pasto ai giornali la nostra identità, rivelando il mio indirizzo, il miei account, il mio numero di telefono” spiega Sita, puntando il dito contro le autorità locali di Depok. Il presidente Jokowi lancia un appello per proteggere la loro privacy, ma è troppo tardi. Le foto del suo account Facebook e persino del suo profilo WhatsApp iniziano a circolare ovunque, accompagnate da una valanga di insulti e di minacce di morte. “Tutta l’Indonesia mi ha visto in bikini” commenta oggi Sita con una risata sarcastica. Dopo tre mesi di delirio, la giovane donna adesso ha ritrovato la sua forza, la sua voce, la sua disinvoltura. Afferma di essere sopravvissuta alla dura prova grazie all’affetto della madre e di sua sorella Ratri, risultata anche lei positiva al test, ma asintomatica.
Madre e figlie, queste “tre grazie” istruite e maestre di danza, sono diventate i capri espiatori dei conservatori in una società afflitta dall’islamismo radicale e misogino, arrivato in tempi recenti dal Medio Oriente, e in pieno decollo economico. “Mi accusano di essere una prostituta che va a letto con gli stranieri o di essere una lesbica posseduta dal demonio” racconta Sita, francofona, che insegna danza a Giacarta.
Sita sarebbe rimasta contagiata durante una serata di danze latinoamericane che aveva organizzato in un ristorante. Questi dettagli alimentano l’immaginario licenzioso della Rete. La sua professione – la medesima della madre che insegna danza tradizionale giavanese presso il prestigioso Istituto delle arti di Giacarta – le attira accuse di immoralità. Maria è una signora distinta, insignita del titolo di cavaliere delle arti e delle lettere. Ratri, dai riccioli grigi che creano un forte contrasto con la sua pelle olivastra, è produttrice artistica e lavora tra Los Angeles e Vienna. Questa famiglia raffinata e unita incarna una borghesia colta e cosmopolita agli occhi dei conservatori xenofobi. “La danza è la mia vita!” afferma Sita, scossa nel profondo. Il terzetto di donne sfida i puritani di questo Paese in via di sviluppo dove il divario educativo tra le élite della capitale e la popolazione rurale sparsa tra la giungla e le risaie di 17mila isole si trasforma in abisso sui social network, la cui percentuale di diffusione è tra le più alte al mondo.
Con il passare delle settimane, i “casi Covid 0, 1, 2” subiscono lo shock, soffrono e infine lanciano, sempre online, la loro controffensiva. La fragile salute della secondogenita peggiora a causa dello stress e la madre non si azzarda più a uscire di casa senza essere scortata dalla polizia. “Sita si sentiva in colpa. Le ho detto di farsi bella, di truccarsi e che era necessario opporre resistenza a quell’ondata di menzogne lanciando una campagna positiva” racconta Ratri, guarita anche lei. Approfittando della loro nuova fama, le tre donne decidono di diventare ambasciatrici di speranza in piena epidemia da Covid, per lottare contro i pregiudizi e le paure. Sita dimostra che guarire dal coronavirus è possibile e posta su Instagram foto che la ritraggono sorridente per i suoi 13mila follower. Poi si mette a capo di una campagna di raccolta fondi per aiutare le popolazioni in miseria di Depok colpite dalla paralisi economica. Questa offensiva di charme è appoggiata dalle autorità, che cercano di virare tutto in direzione dell’ottimismo, malgrado le critiche degli esperti. Le tre donne non se ne preoccupano, si astengono dal fare politica con la speranza di diventare un antidoto all’angoscia per l’epidemia. “Il Covid fa molti più danni all’anima che al corpo” conclude Sita, che adesso non vede l’ora di tornare a danzare.
(Copyright Le Figaro/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Anna Bissanti)