Il pedinamento, lo zaino, il delitto: ecco gli ultimi misteri sulla morte di Cerciello
Daniele Autieri , di DANIELE AUTIERINel processo a porte chiuse ai due americani affiorano elementi inediti
TIRATA via la polpa delle tante certezze, domande, illazioni sull’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, quella che rimane è la verità cristallizzata nel processo celebrato davanti la prima Corte di Assise di Roma. Una verità a singhiozzo, strozzata da un dibattimento che si tiene ancora a porte chiuse, e ricostruita grazie alle testimonianze di chi è dentro l’aula e al lavoro prezioso di Radio Radicale, che pubblica l’audio di ogni udienza.
A questi sguardi dall’interno, Repubblica è in grado di aggiungere elementi inediti, utili a ricostruire cosa accadde la notte del 26 luglio 2019 e a riformulare un giudizio sulle responsabilità di Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due americani accusati di concorso in omicidio, lesioni, tentata estorsione e resistenza a pubblico ufficiale.[[ge:rep-locali:rep:249589200]]
A questi sguardi dall’interno, Repubblica è in grado di aggiungere elementi inediti, utili a ricostruire cosa accadde la notte del 26 luglio 2019 e a riformulare un giudizio sulle responsabilità di Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due americani accusati di concorso in omicidio, lesioni, tentata estorsione e resistenza a pubblico ufficiale.[[ge:rep-locali:rep:249589200]]
Il confidente dei carabinieri
La storia di quella notte maledetta inizia intorno la mez…
TIRATA via la polpa delle tante certezze, domande, illazioni sull’omicidio del vice brigadiere Mario Cerciello Rega, quella che rimane è la verità cristallizzata nel processo celebrato davanti la prima Corte di Assise di Roma. Una verità a singhiozzo, strozzata da un dibattimento che si tiene ancora a porte chiuse, e ricostruita grazie alle testimonianze di chi è dentro l’aula e al lavoro prezioso di Radio Radicale, che pubblica l’audio di ogni udienza.
A questi sguardi dall’interno, Repubblica è in grado di aggiungere elementi inediti, utili a ricostruire cosa accadde la notte del 26 luglio 2019 e a riformulare un giudizio sulle responsabilità di Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due americani accusati di concorso in omicidio, lesioni, tentata estorsione e resistenza a pubblico ufficiale.[[ge:rep-locali:rep:249589200]]
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Tra loro anche Gabriel e Finnegan, due americani che hanno da poco superato i 18 anni. I ragazzi si agitano, chiedono in giro e “abbordano” Sergio Brugiatelli, un frequentatore del rione che naviga quelle acque in sella alla sua bicicletta, al quale chiedono aiuto per acquistare un grammo di cocaina. Nel frattempo, quattro carabinieri fuori servizio sentono odore di scambio illecito, e uno di loro, il maresciallo Mauro D’Ambrosi, scatta una foto che ritrae Gabriel e Brugiatelli, condividendola con Andrea Varriale, che si trova in un’auto civetta insieme a Mario Cerciello Rega. La foto registra l’inizio di un pedinamento che porta i quattro carabinieri nel luogo dove Gabriel incontra Italo Pompei per completare l’acquisto. Via Merry del Val, poco dopo l’una di notte: al momento dello scambio i carabinieri intervengono e il ragazzo scappa.
Pompei viene fermato e subito dopo lasciato andare. A processo racconterà. «Ho domandato ai carabinieri: di che compagnia siete? Loro mi hanno risposto che erano di piazza Farnese, e io ho commentato: Ah, lì ho un sacco di amici!».
Pompei, che a San Francesco a Ripa chiamano “er Corona de’ Trastevere”, si presenta in aula con un felpone nero e un paio di fusò sui quali indossa pantaloncini corti e larghi. Sulla testa, un vistoso tatuaggio che assomiglia a uno zuccotto scuro.
La verità sulla sua figura emerge dalla testimonianza del colonnello Lorenzo D’Aloia, comandante del nucleo investigativo di Roma, chiamato a commentare un verbale d’interrogatorio dell’appuntato Fabrizio Pacella che risale al 17 settembre del 2019, ma che non era mai stato trasmesso alla procura. Il verbale, nel quale Pacella conferma che Pompei è un suo confidente e ammette di averlo sentito anche quel 25 luglio, entra nel processo solo nei giorni scorsi, e offre una risposta al perché Pompei fosse stato lasciato andare.
Sergio, un altro pesce nell’acquario, rasato e noto per il tatuaggio a forma di picche sul mento, chiama il suo cellulare (in mano ai ragazzi) e si accorda: soldi in cambio dello zaino dentro il quale – dice – ci sono cellulare e documenti. A quel punto telefona di nuovo al 112, ma la centrale operativa gli manda in supporto una pattuglia della stazione Monteverde. L’auto ha i colori d’istituto e sarebbe facilmente riconoscibile. È a questo punto che viene richiamata la pattuglia civetta più vicina: quella di Rega e Varriale.
Sentito a processo, Brugiatelli rivela l’ultima promessa di Mario: «Ci riprendiamo lo zaino e te ne torni a casa».
In realtà, sempre a processo, il luogotenente Francesco Del Prete, comandante della stazione Prati, spiegherà di non aver trovato traccia di Saracila sul luogo del delitto. A ricostruire cosa accade durante quei 32 secondi rimane la testimonianza di Andrea Varriale, il collega di Mario, smemorato e confuso, lo stesso uomo che descrive i due aggressori come magrebini e giura di aver avuto con sé un’arma che non c’è mai stata.
Francesco Petrelli e Fabio Alonzi, i difensori di Gabe, sostengono che il ragazzo ha avuto giusto il tempo di svincolarsi dalla presa di Varriale e di fuggire. Renato Borzone e Roberto Capra, legali di Finn, difendono il ragazzo dicendo che pensava di essere aggredito da due spacciatori e hanno chiesto una perizia psichiatrica per fare chiarezza sulla condizione del loro assistito al momento dell’omicidio. La pubblica accusa ritiene invece che i ragazzi avessero un piano e che lo abbiano attuato anche una volta capito di avere di fronte due carabinieri. La risposta a queste domande arriverà dal processo. Ancora a porte chiuse.
A questi sguardi dall’interno, Repubblica è in grado di aggiungere elementi inediti, utili a ricostruire cosa accadde la notte del 26 luglio 2019 e a riformulare un giudizio sulle responsabilità di Gabriel Natale Hjorth e Finnegan Lee Elder, i due americani accusati di concorso in omicidio, lesioni, tentata estorsione e resistenza a pubblico ufficiale.[[ge:rep-locali:rep:249589200]]
Il confidente dei carabinieri
La storia di quella notte maledetta inizia intorno la mezzanotte a Trastevere, un acquario tropicale dove nuotano pesci di ogni genere, spacciatori e giovanissimi, “guardie” e ambulanti, musicisti e perditempo.[[ge:rep-locali:rep:260193212]]
Tra loro anche Gabriel e Finnegan, due americani che hanno da poco superato i 18 anni. I ragazzi si agitano, chiedono in giro e “abbordano” Sergio Brugiatelli, un frequentatore del rione che naviga quelle acque in sella alla sua bicicletta, al quale chiedono aiuto per acquistare un grammo di cocaina. Nel frattempo, quattro carabinieri fuori servizio sentono odore di scambio illecito, e uno di loro, il maresciallo Mauro D’Ambrosi, scatta una foto che ritrae Gabriel e Brugiatelli, condividendola con Andrea Varriale, che si trova in un’auto civetta insieme a Mario Cerciello Rega. La foto registra l’inizio di un pedinamento che porta i quattro carabinieri nel luogo dove Gabriel incontra Italo Pompei per completare l’acquisto. Via Merry del Val, poco dopo l’una di notte: al momento dello scambio i carabinieri intervengono e il ragazzo scappa.
Pompei viene fermato e subito dopo lasciato andare. A processo racconterà. «Ho domandato ai carabinieri: di che compagnia siete? Loro mi hanno risposto che erano di piazza Farnese, e io ho commentato: Ah, lì ho un sacco di amici!».
Pompei, che a San Francesco a Ripa chiamano “er Corona de’ Trastevere”, si presenta in aula con un felpone nero e un paio di fusò sui quali indossa pantaloncini corti e larghi. Sulla testa, un vistoso tatuaggio che assomiglia a uno zuccotto scuro.
La verità sulla sua figura emerge dalla testimonianza del colonnello Lorenzo D’Aloia, comandante del nucleo investigativo di Roma, chiamato a commentare un verbale d’interrogatorio dell’appuntato Fabrizio Pacella che risale al 17 settembre del 2019, ma che non era mai stato trasmesso alla procura. Il verbale, nel quale Pacella conferma che Pompei è un suo confidente e ammette di averlo sentito anche quel 25 luglio, entra nel processo solo nei giorni scorsi, e offre una risposta al perché Pompei fosse stato lasciato andare.
Ci riprendiamo lo zaino
Nel parapiglia della fuga Sergio Brugiatelli ci rimette lo zaino. Finn, che attende Gabriel a piazza Mastai, vede l’amico fuggire, afferra lo zaino e scappa con lui. Cerciello, che è intervenuto nell’immediatezza del fatto, capisce che la dose di coca rifilata al ragazzo in realtà è polvere bianca, forse tachipirina, e consiglia a Brugiatelli di denunciare il furto.Sergio, un altro pesce nell’acquario, rasato e noto per il tatuaggio a forma di picche sul mento, chiama il suo cellulare (in mano ai ragazzi) e si accorda: soldi in cambio dello zaino dentro il quale – dice – ci sono cellulare e documenti. A quel punto telefona di nuovo al 112, ma la centrale operativa gli manda in supporto una pattuglia della stazione Monteverde. L’auto ha i colori d’istituto e sarebbe facilmente riconoscibile. È a questo punto che viene richiamata la pattuglia civetta più vicina: quella di Rega e Varriale.
Sentito a processo, Brugiatelli rivela l’ultima promessa di Mario: «Ci riprendiamo lo zaino e te ne torni a casa».
Quei maledetti 32 secondi
Non vedo. Non sento. Non parlo. L’incontro tra i due americani e i carabinieri avviene intorno alle 3:16 del 26 luglio, di fronte a una farmacia. La colluttazione dura pochi secondi. Circa 32, nel corso dei quali Mario Cerciello Rega viene trafitto con 11 coltellate. È questo il drammatico epilogo della storia, vissuto in modo diverso da tre testimoni. Mustafa Hajraovi, il clochard che non parla (dice di aver dormito tutta la notte); il ragazzo con il cane, che incrocia i due americani prima e dopo il delitto, ma dichiara di non aver sentito le urla del carabiniere; Costantin Saracila, il senza fissa dimora che non vede, o meglio vede fino a un certo punto, perché giura ai carabinieri di aver visto gli americani discutere con i carabinieri, addormentandosi però prima dello scontro.In realtà, sempre a processo, il luogotenente Francesco Del Prete, comandante della stazione Prati, spiegherà di non aver trovato traccia di Saracila sul luogo del delitto. A ricostruire cosa accade durante quei 32 secondi rimane la testimonianza di Andrea Varriale, il collega di Mario, smemorato e confuso, lo stesso uomo che descrive i due aggressori come magrebini e giura di aver avuto con sé un’arma che non c’è mai stata.
Francesco Petrelli e Fabio Alonzi, i difensori di Gabe, sostengono che il ragazzo ha avuto giusto il tempo di svincolarsi dalla presa di Varriale e di fuggire. Renato Borzone e Roberto Capra, legali di Finn, difendono il ragazzo dicendo che pensava di essere aggredito da due spacciatori e hanno chiesto una perizia psichiatrica per fare chiarezza sulla condizione del loro assistito al momento dell’omicidio. La pubblica accusa ritiene invece che i ragazzi avessero un piano e che lo abbiano attuato anche una volta capito di avere di fronte due carabinieri. La risposta a queste domande arriverà dal processo. Ancora a porte chiuse.