Caso Regeni, altri cinque nomi nell'inchiesta. Anche i vertici di polizia e 007 egiziani
Giuliano Foschini , di GIULIANO FOSCHININella lista anche i capi dell’Antifrode e dell'Unione dei lavoratori Il silenzio del Cairo
Il capo sezione della sicurezza generale, Mahmud Hendy. Il responsabile dell'antifrode Hany Hamed. Il responsabile del Dipartimento delle investigazioni criminali, Ala Bilal. Il direttore generale dell'unione dei lavoratori dell'Egitto e presidente del consiglio egiziano per i diritti dei lavoratori, Hosam Foda Hasam. Sono questi i cinque uomini dei servizi di sicurezza egiziani sui quali la procura di Roma ha chiesto informazioni, con la rogatoria dell'aprile scorso, senza però ottenere alcuna risposta. Gli uomini dai quali potrebbe partire una nuova fase dell'inchiesta se, soltanto, la prima si potesse concludere. Nei dodici quesiti inviati alla procura generale del Cairo dai magistrati romani c'è, infatti, una richiesta ben precisa. Semplice. "Per consentire la prosecuzione delle indagini preliminari - si legge nel documento - saremmo grati se voleste fornirci le complete generalità (data e luogo di nascita, nonché luogo di r…
Il capo sezione della sicurezza generale, Mahmud Hendy. Il responsabile dell'antifrode Hany Hamed. Il responsabile del Dipartimento delle investigazioni criminali, Ala Bilal. Il direttore generale dell'unione dei lavoratori dell'Egitto e presidente del consiglio egiziano per i diritti dei lavoratori, Hosam Foda Hasam. Sono questi i cinque uomini dei servizi di sicurezza egiziani sui quali la procura di Roma ha chiesto informazioni, con la rogatoria dell'aprile scorso, senza però ottenere alcuna risposta. Gli uomini dai quali potrebbe partire una nuova fase dell'inchiesta se, soltanto, la prima si potesse concludere. Nei dodici quesiti inviati alla procura generale del Cairo dai magistrati romani c'è, infatti, una richiesta ben precisa. Semplice. "Per consentire la prosecuzione delle indagini preliminari - si legge nel documento - saremmo grati se voleste fornirci le complete generalità (data e luogo di nascita, nonché luogo di residenza e indirizzo per eventuali notifiche) dei cinque indagati". E cioè Tariq Sabir, generale del Dipartimento di sicurezza nazionale, il suo stretto collaboratore, il colonnello Uhsam Helmi, il maggiore Magdi Sharif e gli agenti della National security Mahmoud Najem e Ahthar Kamel Ibrahim.
Gli egiziani hanno fatto sapere alla procura di Roma, nel corso dell'incontro di mercoledì, di stare valutando un'eventuale risposta. "Abbiamo una normativa da rispettare" hanno detto. In realtà, fanno notare fonti investigative, la semplice elezione di domicilio è un passaggio abbastanza banale del quale, normalmente, si occupano le ambasciate senza particolari problemi. Non c'è alcuna normativa da rispettare. È evidente, quindi, che dietro la mancata risposta ci sia un problema tutto politico che mette in imbarazzo anche l'ambasciatore italiano al Cairo, Gianpaolo Cantini, la cui presenza, evidentemente, doveva servire proprio per facilitare questo tipo di relazioni.
La richiesta di domicilio è un passaggio tecnico. Ma in realtà cruciale per il prosieguo dell'inchiesta. I termini dell'indagine preliminare scadono a dicembre di quest'anno e la mancata notifica degli atti potrebbe, ma non è detto che lo sia, rappresentare un problema per lo svolgimento del processo a carico dei cinque. Processo che, evidentemente, non rappresenterebbe però la fine dell'inchiesta. I cinque sono indagati per il sequestro di Giulio (i nuovi attenzionati avrebbero invece avuto ruoli attivi nell'indagine di dicembre compiuta sul ricercatore italiano e poi sull'assassinio di cinque innocenti nel tentativo di depistare le indagini). Resterebbe aperta invece l'inchiesta sulle torture, l'omicidio e i suoi mandanti. E da approfondire tutta una serie di spunti che l'avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ha offerto alla Procura dopo lunghe indagini difensive con l'ascolto di decine di nuovi e vecchi testimoni. Infine: l'Egitto non ha risposto alla richiesta della procura di Roma sul viaggio in Kenya del maggiore Sharif. Un testimone ha sentito raccontargli di aver partecipato al sequestro di Giulio.
Gli egiziani hanno fatto sapere alla procura di Roma, nel corso dell'incontro di mercoledì, di stare valutando un'eventuale risposta. "Abbiamo una normativa da rispettare" hanno detto. In realtà, fanno notare fonti investigative, la semplice elezione di domicilio è un passaggio abbastanza banale del quale, normalmente, si occupano le ambasciate senza particolari problemi. Non c'è alcuna normativa da rispettare. È evidente, quindi, che dietro la mancata risposta ci sia un problema tutto politico che mette in imbarazzo anche l'ambasciatore italiano al Cairo, Gianpaolo Cantini, la cui presenza, evidentemente, doveva servire proprio per facilitare questo tipo di relazioni.
La richiesta di domicilio è un passaggio tecnico. Ma in realtà cruciale per il prosieguo dell'inchiesta. I termini dell'indagine preliminare scadono a dicembre di quest'anno e la mancata notifica degli atti potrebbe, ma non è detto che lo sia, rappresentare un problema per lo svolgimento del processo a carico dei cinque. Processo che, evidentemente, non rappresenterebbe però la fine dell'inchiesta. I cinque sono indagati per il sequestro di Giulio (i nuovi attenzionati avrebbero invece avuto ruoli attivi nell'indagine di dicembre compiuta sul ricercatore italiano e poi sull'assassinio di cinque innocenti nel tentativo di depistare le indagini). Resterebbe aperta invece l'inchiesta sulle torture, l'omicidio e i suoi mandanti. E da approfondire tutta una serie di spunti che l'avvocato della famiglia Regeni, Alessandra Ballerini, ha offerto alla Procura dopo lunghe indagini difensive con l'ascolto di decine di nuovi e vecchi testimoni. Infine: l'Egitto non ha risposto alla richiesta della procura di Roma sul viaggio in Kenya del maggiore Sharif. Un testimone ha sentito raccontargli di aver partecipato al sequestro di Giulio.