✕
Medici e infermieri nei giorni caldi del Covid 19
all' ospedale di Vizzolo Predabissi  

"Emozioni virali", così noi medici combattevamo il Covid a mani nude

"Me la facevo sotto", racconta il dottore militare che pure aveva combattuto in Iraq. Demoralizzati, arrabbiati e senza protezioni, hanno affidato paure, idee ed emozioni a una pagina Facebook. Un'epidemiologa, Luisa Sodano, ha raccolto le loro storie in un libro
4 minuti di lettura
UNO – un medico militare – a un certo punto scrive così: “Ovviamente, ero preoccupato, avevo paura di ammalarmi. Anzi, a essere sincero, me la facevo sotto”. Quindi si può pensare: ma come, sei un ufficiale sanitario specializzato in anestesia e rianimazione, sei stato in Iraq, e hai paura? Beh, aveva una grande paura, questo Antonio Gaeta, proiettato in poche ore dal Celio all’ospedale di Alzano Lombardo, erano gli inizi di marzo e l’Esercito aveva mandato in Lombardia il primo contingente, lui intanto pensava a quando stava nel deserto chiuso in un blindato rovente. Poi “ho abbracciato per sfinimento l’idea della morte e mi sono lasciato andare”.

Davanti, aveva solo “persone sotto i caschi. Persone affamate d’aria, di vita ma soprattutto d’affetto”. E’ una storia che conosciamo, magari ci dà già fastidio ripensarci adesso, mentre il mondo si rimette in moto, e però…
UNO – un medico militare – a un certo punto scrive così: “Ovviamente, ero preoccupato, avevo paura di ammalarmi. Anzi, a essere sincero, me la facevo sotto”. Quindi si può pensare: ma come, sei un ufficiale sanitario specializzato in anestesia e rianimazione, sei stato in Iraq, e hai paura? Beh, aveva una grande paura, questo Antonio Gaeta, proiettato in poche ore dal Celio all’ospedale di Alzano Lombardo, erano gli inizi di marzo e l’Esercito aveva mandato in Lombardia il primo contingente, lui intanto pensava a quando stava nel deserto chiuso in un blindato rovente. Poi “ho abbracciato per sfinimento l’idea della morte e mi sono lasciato andare”.

Davanti, aveva solo “persone sotto i caschi. Persone affamate d’aria, di vita ma soprattutto d’affetto”. E’ una storia che conosciamo, magari ci dà già fastidio ripensarci adesso, mentre il mondo si rimette in moto, e però altri focolai si riaccendono in Italia e insomma questa storia non è mica ancora finita. Ma per non dimenticare la lezione di questi mesi appena passati, conviene leggere il libro Emozioni virali, che è il condensato di una gigantesca pagina Facebook  riservata ai medici, nata a febbraio per iniziativa del dottor Camillo Il Grande (si chiama così), chirurgo di Messina specialista nell’apparato digerente, lui ha lanciato Coronavirus, Sars CoV-2 e COVID-19 gruppo per soli medici, che in poco tempo ha visto partecipare 100mila professionisti (per dare un’idea, in Italia in Servizio sanitario nazionale ha 106mila medici dipendenti a tempo indeterminato, 9mila a tempo determinato, più 54mila medici di famiglia, in tutto sono circa 170mila).

Per quei mesi, la pagina FB è stata una boccata d’ossigeno – detto di chi somministrava ossigeno a più non posso, sperando di non fare errori – e di sangue sudore e lacrime, ci sono stati tutti e tre, purtroppo. “Uno spazio libero, che ha consentito a tanti di esternare stati d’animo, timori, arrabbiature, e lanciare grida di aiuto”, dice Il Grande. Anche di scambiarsi opinioni, consigli, terapie. Adesso è un libro che esce a breve per Il Pensiero Scientifico Editore, con il patrocinio della FNOMCeO (la federazione nazionale degli ordini dei medici), il ricavato andrà alle famiglie dei medici morti per Covid.

Sono una ventina di storie, di persone coinvolte o meglio travolte dalla pandemia. Se ne evince che: avevano tutti una gran paura, erano davvero senza protezioni, quindi demoralizzati e arrabbiati, e soprattutto che all'inizio non sapevano niente di quello che stava succedendo. Sapevano quello che sapevamo noi, ma non avevano linee guida, e all’inizio sono andati per tentativi.

Patrizia Onni, medico di famiglia: “Arriva la circolare del Ministero: non possiamo ricevere in ambulatorio i pazienti febbrili. Devono contattarci telefonicamente. E poi? Grande confusione. Mi sembra di capire che dobbiamo fare un triage telefonico e segnalare i casi sospetti al Servizio di Igiene. Ma l’idea di non poter visitare i miei pazienti mi mette molto a disagio”. Oggi sappiamo che mentre faceva le domande di rito “sei stato in Cina? sei stato in Lombardia o a Vo’ Euganeo? sei stato a contatto con casi certi o probabili di coronavirus?”, (e le risposte erano sempre no) il virus faceva già strage da un bel po’.

Marina Bianchi: “A dicembre fino al 20 gennaio richiedevo la radiografia del torace per sospetta polmonite o avevo fatto diagnosi di polmoniti più numerose rispetto ad altri anni, ma certo non collegavo i fatti”. E annegando tra diversi “protocolli che usano farmaci per scopi diversi da quelli indicati dall’Agenzia del farmaco, i cosiddetti off label. Perché se anche sospetto una Covid-19, come la tratto? Cosa diceva l’ultima mail dell’Ats? Che non posso usare farmaci off label? Ah no, poi hanno inviato un’altra mail in cui si dice che basta far firmare il consenso al paziente e posso trattare”. Quindi “si insinua un profondo senso di inadeguatezza, dover improvvisare ma senza far danni”.

Nicola Arcelli: “Né i medici di medicina generale, come noi, né gli ospedalieri né gli infettivologi sapevano quale terapia usare, oltre al paracetamolo”, il che equivale ad andare alla guerra con un fucile a tappi. Maria Concetta Del Beato, che è andata a visitare a domicilio un paziente sintomatico (era un caso Covid), con l’unica mascherina che aveva, la notte non dorme per la preoccupazione, la mattina “decisi che a tutti i costi dovevo procurarmi i dispositivi di protezione. Impossibile reperirli. Pensai che l’unica soluzione fosse chiedere alle ditte edili”, e probabilmente quella dottoressa disperata gli ha fatto pena, “mi regalarono 40 mascherine con filtro, 10 tute con cappuccio, un paio di occhiali da saldatore”. Problema risolto, ma solo per qualche giorno. “Sul territorio non avevamo linee guida per poter aiutare i nostri pazienti. Il senso di impotenza era immenso”. Queste testimonianze sono nel paragrafo intitolato A mani nude, e non è retorica, come si può capire.
La copertina del libro "Emozioni virali" 

Vittorio Fontana, uno che “non ho mai amato le metafore di guerra. Eppure, ho cominciato a pensare a Platoon, il film di Oliver Stone sul Vietnam. Credo che tutto sia partito dall’espressione spavalda e un po’ folle di un giovane infermiere che indossando una maschera FFP3 e abbassando gli occhiali protettivi, si ‘lanciava’ in una stanza a posizionare un casco da CPAP”. Una specie di “trance psichica”. Poi, ha rivisto il film, con Charlie Sheen che viene mandato allo sbaraglio direttamente sul campo di battaglia, dove vengono spostati i sacchi neri dei cadaveri. Il linguaggio militare (la guerra, la battaglia, la trincea…) non è un vezzo, ma forse l’unico possibile per descrivere quella fatica enorme e brutale, quel vedersi morire tra le mani i pazienti, quel voler descrivere il disastro (parola ricorrente) e non trovare altro modo.

“Sbagli a coltivare entusiasmo per i progressi di un paziente, ma te ne accorgi solo quando un evento acuto te lo porta via in pochi minuti”, racconta Anna Malfatto. Erano tutti angosciati, perché non sapevano cosa fare. Di sicuro, hanno cercato e saputo gestire emozioni mai provate, tenere per mano molti moribondi, o scoprire su di sé cosa voleva dire quella malattia “complessa, polimorfa, subdola, altalenante”, la descrive così Carlo Farina, con il suo “super ego da chirurgo invulnerabile”. Ricoverato allo Spallanzani, sperimenta la Ventimask, e mentre delira nei vari incubi che accompagnano la sua degenza, gli muore la madre: “Aveva 88 anni, era cardiopatica e aveva un deficit cognitivo. Mi ha salutato prima che salissi in ambulanza, ‘Torni per cena?’”. La madre non avrà un funerale.

Domenico Restifo Pecorella, neopensionato, ma tornato in ospedale come volontario. Gli affidano il call center, terrà per mesi i rapporti tra pazienti e parenti. Una delle telefonate la ricorda molto bene: “Dottore, mio marito è morto tre giorni fa. Come sta mia suocera?”. Risposta: “Purtroppo è terminale”. E la donna, disperata: “Ma se mi ammalo anche io, i miei tre figli minorenni come faranno?”. Lui non aveva idea “dei volti dei malati e di tutte le persone che ho sentito giorno dopo giorno, come in una trasmissione radio infinita”. Intanto, nei reparti vedeva la truppa sfiancarsi, “l’otorinolaringoiatra che la sera mi chiamava per delucidazioni sui fattori della coagulazione”, i tanti ortopedici, i chirurghi toracici, vascolari, tutti richiamati a dare una mano, “la meglio gioventù della pandemia, 40 anni dopo”.

Luisa Sodano – epidemiologa - ha cucito insieme tutto questo, i fatti e le emozioni, oltre che stendere una molto accurata ricostruzione del contesto, dai primi allarmi dalla Cina, alle circolari, le ordinanze, le zone rosse, tamponi sì o no eccetera, l’Oms, le Regioni, le decisioni della politica. “Abbiamo cercato di fare un lavoro onesto e soprattutto autentico. Ci auguriamo che possa recare anche beneficio a chi legge perché la verità e la realtà dei fatti, anche se dure, possono dare sollievo, rendere giustizia e allontanare le mistificazioni”. Dopodiché, questo è anche il racconto di un mestiere. Più che un mestiere, un dovere.