La forza di Emmanuel: “A piedi sul nuovo viadotto per mio fratello volato giù”
di MATTEO MACOREmmanuel Diaz, fratello di una delle 43 vittime, è salito ieri con sua madre sul San Giorgio: “Un modo per elaborare il lutto, un passo in avanti nella battaglia per la giustizia”
A quasi due anni dal «giorno che ha cambiato tutto», il 14 agosto che ha travolto vite e storia di una città e un intero Paese, Emmanuel Diaz ha voluto ritrovare suo fratello Henry — spiega, pesando le parole — ripercorrendo «esattamente la stessa strada che ha fatto sul ponte Morandi prima di volare giù con la sua auto, tra le macerie e le altre vittime del crollo».
C’è anche lui, colombiano di Liguria, 29 anni, tra gli oltre 600 invitati all’inaugurazione del nuovo ponte San Giorgio, il gigante d’acciaio che ha preso il posto del viadotto della tragedia. Sbuca a braccetto con la madre Nora dalla galleria di ponente, quella che da oggi immetterà le auto sulla curva del nuovo ponte, e osserva «per la prima volta l’ultimo panorama di cui ha goduto mio fratello nella sua vita».
Salire fin sopra al nuovo impalcato non è però «un atto di coraggio», dice, né…
C’è anche lui, colombiano di Liguria, 29 anni, tra gli oltre 600 invitati all’inaugurazione del nuovo ponte San Giorgio, il gigante d’acciaio che ha preso il posto del viadotto della tragedia. Sbuca a braccetto con la madre Nora dalla galleria di ponente, quella che da oggi immetterà le auto sulla curva del nuovo ponte, e osserva «per la prima volta l’ultimo panorama di cui ha goduto mio fratello nella sua vita».
Salire fin sopra al nuovo impalcato non è però «un atto di coraggio», dice, né…
A quasi due anni dal «giorno che ha cambiato tutto», il 14 agosto che ha travolto vite e storia di una città e un intero Paese, Emmanuel Diaz ha voluto ritrovare suo fratello Henry — spiega, pesando le parole — ripercorrendo «esattamente la stessa strada che ha fatto sul ponte Morandi prima di volare giù con la sua auto, tra le macerie e le altre vittime del crollo».
C’è anche lui, colombiano di Liguria, 29 anni, tra gli oltre 600 invitati all’inaugurazione del nuovo ponte San Giorgio, il gigante d’acciaio che ha preso il posto del viadotto della tragedia. Sbuca a braccetto con la madre Nora dalla galleria di ponente, quella che da oggi immetterà le auto sulla curva del nuovo ponte, e osserva «per la prima volta l’ultimo panorama di cui ha goduto mio fratello nella sua vita».
Salire fin sopra al nuovo impalcato non è però «un atto di coraggio», dice, né una presa di posizione in contrasto con quanto deciso dal comitato che riunisce la gran parte dei familiari delle 43 vittime del disastro, che da tempo aveva fatto sapere non avrebbero partecipato alla cerimonia.
Piuttosto «un modo di elaborare il lutto», spiegherà anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel colloquio di qualche minuto avuto a fine cerimonia con il Capo dello Stato.
«Un altro passo avanti nella battaglia che stiamo portando avanti dal 2018: la vita mi ha insegnato ad affrontare ogni cosa, e mi servirà anche questo dolore».
Diaz si racconta sotto i piloni luminosi disegnati dall’archistar di casa, il senatore Renzo Piano, negli stessi minuti in cui, in centro città, nella sede della Prefettura, è in corso l’incontro tra il comitato dei parenti e Mattarella. «Io ho preferito fare un’altra scelta, non ho mai fatto parte del comitato perché sono sempre stato abituato a fare da solo — spiega la sua decisione di salire sul ponte — ma con loro combattiamo la stessa identica battaglia, forse solo in modi diversi, ed è la cosa più importante».
Fratello minore di Henry, che «oggi avrebbe 32 anni, una laurea, forse una famiglia: quando è morto stava vivendo la sua fase più bella, dopo tanti sacrifici, e ora continuerebbe a costruire i tanti sogni che aveva» — riflette — la battaglia di Diaz in questi due anni è diventata del resto una questione di «perseveranza, ostinazione, presenza continua».
Per cercare verità e giustizia, ha lasciato da parte la vita che da due anni si era ricostruito in Colombia, nel suo Paese d’origine, per trasferirsi di nuovo in Liguria, a Chiavari. In questi anni non ha perso un’udienza in tribunale, ha seguito da vicino l’intera vicenda giudiziaria e le varie tappe della ricostruzione, ha studiato per far riemergere vecchie perizie e «recuperato uno per uno gli studi in cui si capiva chiaramente come il Morandi fosse in pericolo di crollo già anni e anni prima il disastro».
«Ho voluto seguire dal vivo anche la demolizione, una tortura cui però non potevo non assistere, avevo il dovere di capire in che tipo d’inferno è morto mio fratello, — racconta, emozionato — e questa inaugurazione la vivo come un ennesimo spunto per non arrendermi, per continuare a combattere. Sono tornato in Italia solo per difendere Henry e rendergli onore, ho messo tutto il resto in secondo piano, dai miei studi di Psicologia ai miei progetti per il futuro. E oggi non c’è nulla di più importante di questo».
Troppo importante la sua missione, troppo lontana ancora la verità, è non a caso anche per una questione di «praticità» — dice — che questo fratello coraggioso non cade nelle (tante) polemiche alzate dalla polvere della ricostruzione in questi mesi. «Le Frecce tricolori forse erano troppo, ma che emozione: Henry ne teneva la foto appesa in camera, aveva preso il brevetto da pilota e oggi il loro volo lo vivo come un’onorificenza per lui», taglia corto sull’organizzazione della cerimonia, che tanto ha fatto discutere.
Sono di disillusione e dolore, però, le sue parole sulle scelte e le azioni della politica. «Ho seguito da lontano le tante passerelle dei politici sul nuovo ponte, non mi hanno stupito, ma sono state spregevoli: come si può pensare di farsi pubblicità camminando su un cimitero?». «In questa storia c’è chi piange la morte dei propri cari, ma anche — affonda — uno Stato che così facendo certifica il proprio fallimento».
Diaz lo ripeterà anche a fine giornata, anche al Capo dello Stato, abbracciato alla madre, una delle tante madri del 14 agosto. «Questo nuovo ponte è una dimostrazione meravigliosa della potenza d’azione di questa nazione, ma della stessa nazione che doveva sorvegliare sui suoi cittadini e non l’ha fatto, ha permesso il crollo di due anni fa, e ora mi auguro non finisca per stare più vicino ai manager di Atlantia che ai suoi figli», è il suo ultimo pensiero.
L’assegnazione del nuovo ponte al vecchio concessionario, ancora prima della decisione sul trasferimento delle quote di Aspi dalla famiglia Benetton allo Stato, «è stata la delusione più viva di questi due anni, mi fa rabbia e vergogna».
«Per come è stata gestita la vicenda, una grande presa in giro: non una punizione ma un premio per chi ha preferito giocare con la vita di tutti noi. Mettendo il profitto davanti a tutto, macchiandosi della responsabilità di quello che non dovrà succedere mai più».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
C’è anche lui, colombiano di Liguria, 29 anni, tra gli oltre 600 invitati all’inaugurazione del nuovo ponte San Giorgio, il gigante d’acciaio che ha preso il posto del viadotto della tragedia. Sbuca a braccetto con la madre Nora dalla galleria di ponente, quella che da oggi immetterà le auto sulla curva del nuovo ponte, e osserva «per la prima volta l’ultimo panorama di cui ha goduto mio fratello nella sua vita».
Salire fin sopra al nuovo impalcato non è però «un atto di coraggio», dice, né una presa di posizione in contrasto con quanto deciso dal comitato che riunisce la gran parte dei familiari delle 43 vittime del disastro, che da tempo aveva fatto sapere non avrebbero partecipato alla cerimonia.
Piuttosto «un modo di elaborare il lutto», spiegherà anche al presidente della Repubblica Sergio Mattarella, nel colloquio di qualche minuto avuto a fine cerimonia con il Capo dello Stato.
«Un altro passo avanti nella battaglia che stiamo portando avanti dal 2018: la vita mi ha insegnato ad affrontare ogni cosa, e mi servirà anche questo dolore».
Diaz si racconta sotto i piloni luminosi disegnati dall’archistar di casa, il senatore Renzo Piano, negli stessi minuti in cui, in centro città, nella sede della Prefettura, è in corso l’incontro tra il comitato dei parenti e Mattarella. «Io ho preferito fare un’altra scelta, non ho mai fatto parte del comitato perché sono sempre stato abituato a fare da solo — spiega la sua decisione di salire sul ponte — ma con loro combattiamo la stessa identica battaglia, forse solo in modi diversi, ed è la cosa più importante».
Fratello minore di Henry, che «oggi avrebbe 32 anni, una laurea, forse una famiglia: quando è morto stava vivendo la sua fase più bella, dopo tanti sacrifici, e ora continuerebbe a costruire i tanti sogni che aveva» — riflette — la battaglia di Diaz in questi due anni è diventata del resto una questione di «perseveranza, ostinazione, presenza continua».
Per cercare verità e giustizia, ha lasciato da parte la vita che da due anni si era ricostruito in Colombia, nel suo Paese d’origine, per trasferirsi di nuovo in Liguria, a Chiavari. In questi anni non ha perso un’udienza in tribunale, ha seguito da vicino l’intera vicenda giudiziaria e le varie tappe della ricostruzione, ha studiato per far riemergere vecchie perizie e «recuperato uno per uno gli studi in cui si capiva chiaramente come il Morandi fosse in pericolo di crollo già anni e anni prima il disastro».
«Ho voluto seguire dal vivo anche la demolizione, una tortura cui però non potevo non assistere, avevo il dovere di capire in che tipo d’inferno è morto mio fratello, — racconta, emozionato — e questa inaugurazione la vivo come un ennesimo spunto per non arrendermi, per continuare a combattere. Sono tornato in Italia solo per difendere Henry e rendergli onore, ho messo tutto il resto in secondo piano, dai miei studi di Psicologia ai miei progetti per il futuro. E oggi non c’è nulla di più importante di questo».
Troppo importante la sua missione, troppo lontana ancora la verità, è non a caso anche per una questione di «praticità» — dice — che questo fratello coraggioso non cade nelle (tante) polemiche alzate dalla polvere della ricostruzione in questi mesi. «Le Frecce tricolori forse erano troppo, ma che emozione: Henry ne teneva la foto appesa in camera, aveva preso il brevetto da pilota e oggi il loro volo lo vivo come un’onorificenza per lui», taglia corto sull’organizzazione della cerimonia, che tanto ha fatto discutere.
Sono di disillusione e dolore, però, le sue parole sulle scelte e le azioni della politica. «Ho seguito da lontano le tante passerelle dei politici sul nuovo ponte, non mi hanno stupito, ma sono state spregevoli: come si può pensare di farsi pubblicità camminando su un cimitero?». «In questa storia c’è chi piange la morte dei propri cari, ma anche — affonda — uno Stato che così facendo certifica il proprio fallimento».
Diaz lo ripeterà anche a fine giornata, anche al Capo dello Stato, abbracciato alla madre, una delle tante madri del 14 agosto. «Questo nuovo ponte è una dimostrazione meravigliosa della potenza d’azione di questa nazione, ma della stessa nazione che doveva sorvegliare sui suoi cittadini e non l’ha fatto, ha permesso il crollo di due anni fa, e ora mi auguro non finisca per stare più vicino ai manager di Atlantia che ai suoi figli», è il suo ultimo pensiero.
L’assegnazione del nuovo ponte al vecchio concessionario, ancora prima della decisione sul trasferimento delle quote di Aspi dalla famiglia Benetton allo Stato, «è stata la delusione più viva di questi due anni, mi fa rabbia e vergogna».
«Per come è stata gestita la vicenda, una grande presa in giro: non una punizione ma un premio per chi ha preferito giocare con la vita di tutti noi. Mettendo il profitto davanti a tutto, macchiandosi della responsabilità di quello che non dovrà succedere mai più».
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