I ghiacciai di Fradusta nel gruppo delle Pale di San Martino
La carovana dei ghiacciai, Legambiente lancia la nuova campagna: "Siamo a un passo dalla catastrofe"
di LEONARDO BIZZARO
Da lunedì 17 al 4 settembre l'associazione ambientalista dal ghiacciaio del Miage, sul versante italiano del Monte Bianco, da il via alla nuova iniziativa. Non tanto per salvarli che ormai poco si può fare ma per provare, mostrando la loro situazione disperata, ad anticipare l'obiettivo dell'impatto climatico zero entro il 2040, anziché quel 2050 per il quale i governi si sono impegnati
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LA pianura padana, tra 30 e 24mila anni fa, già esisteva. Il Po l'attraversava per intera e però non andava a buttarsi nell'Adriatico - che si apriva solo a 400 chilometri da quella che diventerà la laguna di Venezia - ma proseguiva imperterrito verso sud-est. Ma da dove le Alpi cominciavano a innalzarsi, da lì partiva un'enorme distesa di ghiacci che proseguiva a ovest e a nord fino alle aree in cui oggi sorgono Lione, Berna, Zurigo, Monaco, Salisburgo, Linz. E a oriente si spingeva fin quasi a Graz.
Un'infinita calotta di ghiaccio come oggi possiamo immaginare solo nelle zone polari. Questo per dire che i ghiacciai hanno cominciato a ritirarsi in tempi a noi molto lontani. E poi, nel corso dei millenni, hanno continuato ognuno in maniera diversa a ritirarsi ed avanzare. Il respiro della terra, il suo raffreddamento e riscaldamento ha segnato la sorte di questi fiumi gelati.
È andata così, a voler banalizzare, fino a met&agr…
LA pianura padana, tra 30 e 24mila anni fa, già esisteva. Il Po l'attraversava per intera e però non andava a buttarsi nell'Adriatico - che si apriva solo a 400 chilometri da quella che diventerà la laguna di Venezia - ma proseguiva imperterrito verso sud-est. Ma da dove le Alpi cominciavano a innalzarsi, da lì partiva un'enorme distesa di ghiacci che proseguiva a ovest e a nord fino alle aree in cui oggi sorgono Lione, Berna, Zurigo, Monaco, Salisburgo, Linz. E a oriente si spingeva fin quasi a Graz.
Un'infinita calotta di ghiaccio come oggi possiamo immaginare solo nelle zone polari. Questo per dire che i ghiacciai hanno cominciato a ritirarsi in tempi a noi molto lontani. E poi, nel corso dei millenni, hanno continuato ognuno in maniera diversa a ritirarsi ed avanzare. Il respiro della terra, il suo raffreddamento e riscaldamento ha segnato la sorte di questi fiumi gelati.
È andata così, a voler banalizzare, fino a metà Ottocento, quando è terminata la piccola età glaciale che aveva investito il nostro pianeta dal quindicesimo secolo. I ghiacciai si sono ancora in parte ritirati e poi di nuovo, fino a metà degli anni Ottanta del secolo scorso, hanno ripreso a espandersi. Poi basta: il loro ritiro è stato dapprima lento, infine sempre più veloce e negli ultimi anni, a causa di un cambiamento climatico senza freni, non riusciamo quasi più a tenerne conto. Il ghiacciaio dei Forni nel 1929
Da lunedì Legambiente lancia dal ghiacciaio del Miage, sul versante italiano del Monte Bianco, la "Carovana dei ghiacciai" non tanto per salvarli - a questo punto ben poco si può fare - ma per provare, mettendo sotto gli occhi di tutti la loro situazione disperata, ad anticipare l'obiettivo dell'impatto climatico zero entro il 2040, anziché quel 2050 per il quale i governi si sono impegnati.
Anche l'anno scorso l'associazione ambientalistica si era impegnata in una campagna analoga, il titolo era anzi forse più drammatico, "Requiem per i ghiacciai", ma quest'anno per la prima volta parteciperà assieme al Comitato glaciologico italiano al monitoraggio che dovrà raccontarci a che punto siamo arrivati. "È qui che tocchi con mano i cambiamenti climatici - si infervora Vanda Bonardo, che della campagna è la responsabile per Legambiente -. Guardando fino a dove si sono ritirati, mettendoli a confronto con le fotografie più vecchie, ma nemmeno tanto, ti rendi conto di quanto siamo a un passo dalla catastrofe. Il ghiacciaio dei Forni nel 2010
I ghiacciai rimasti sul nostro versante delle Alpi sono circa duecento e potrebbe sembrare anche un numero importante. Ma in realtà sono tanti perché quelle che una volta erano uniche aree glaciali si sono frazionate in varie lingue, sempre più piccole e sempre più minacciate. La morte di un ghiacciaio significa tante cose: la perdita di riserve idriche enormi, l'instabilità delle montagne, il rischio che masse d'acqua imprigionate si riversino improvvisamente a valle, distruggendo tutto ciò che incontrano. Non è solo la cancellazione di un paesaggio".
Dopo il ghiacciaio del Miage, la Carovana si sposterà ai piedi del Monte Rosa dal 19 al 22 agosto, ai ghiacciai Forni e Sforzellina - dove saliranno anche i ragazzi dei Fridays for Future - dal 23 al 26, alla Marmolada dal 27 al 29, alla Fradusta, nelle Pale di San Martino, dal 30 agosto al 1° settembre, al ghiacciaio del Montasio occidentale dal 2 al 4.
Lo stato di salute dei ghiacciai italiani è raccontato dal Nuovo catasto dei ghiacciai italiani curato da Claudio Smiraglia e Guglielmina Diolaiuti e pubblicato nel 2015 dall'Università di Milano. Non è facile comprendere le misure raccolte con il prezioso lavoro di centinaia di volontari del Comitato glaciologico italiano. Il ghiacciaio di Aurona (Alpe Veglia) negli anni Sessanta
Ci soccorre Valentina Acordon, climatologa della Società meteorologica italiana: "È piuttosto impressionante confrontare il vecchio catasto uscito nel 1961, con i dati raccolti alla fine degli anni Cinquanta, e quello del 2015, che raccoglie i rilievi effettuati intorno al 2010. Per rimanere ad alcuni dei ghiacciai che saranno visitati dalla Carovana di Legambiente, il Miage si è "ristretto" da 11,29 km quadrati a 10,47, i ghiacciai del versante piemontese del Rosa da 19,99 a 12,85, la Marmolada si è dimezzata, da 3,05 km quadrati a 1,44, la Fradusta è quasi scomparsa, passando dagli 0,65 del 1961 agli 0,07 del 2015". Da quei dati sono passati cinque anni. Roventi.
Lunedì al Miage salirà anche Enrico Camanni, alpinista e scrittore, che ha appena pubblicato Il grande libro del ghiaccio per Laterza, di cui leggerà alcune pagine, e che sugli stessi temi aveva scritto nel 2010 Ghiaccio vivo per Priuli & Verlucca: "Allora - commenta - vedevo attorno a me facce perplesse, di fronte alla situazione già disperata che presentavo. Chi non era alpinista, chi non si era reso conto di persona, in montagna, credeva poco che fosse davvero così grave. Oggi non c'è più nessuno che sia incredulo. Siamo di fronte a un disastro, ma la gente finalmente se ne sta rendendo conto. Il ghiacciaio di Aurona (Alpe Veglia) nel 2011
La Carovana di Legambiente può fare molto. Gli studi del Comitato glaciologico sono preziosi ma si rivolgono agli addetti ai lavori. Credo che bisognerebbe arrivare, per i ghiacciai, a quel che ha fatto la Goletta verde per i mari, una campagna con riflessi molto mediatici, che finisce in televisione, attorno alla quale si costruiscono trasmissioni per mostrare anche a chi non sale in montagna quali saranno gli effetti di un fenomeno come quello del ritiro dei ghiacciai. Che riguarda tutti, ma proprio tutti, non solo noi alpinisti che ci vediamo privati di una parte del nostro terreno di gioco". Info legambiente.it.